Il presidente del Kazakistan Kasym-Žomart Tokaev ha definito “terroristi” i manifestanti, mentre il russo Vladimir Putin ha parlato di “forze esterne” decise a innescare una “rivoluzione”. Nel frattempo alcuni ritengono che i disordini nella repubblica centrasiatica siano in realtà la conseguenza di una lotta di potere tra le élite locali. Quello su cui tutti concordano a proposito delle proteste in Kazakistan, che hanno provocato la morte di 168 persone e quasi ottomila arresti, è che sono cominciate ai primi di gennaio in una città remota con poche centinaia di abitanti. A quel punto si è innescata una reazione a catena.

Nel giro di qualche giorno in tutto il paese folle di persone manifestavano per chiedere un cambiamento politico e sociale. Gli scontri violenti, l’occupazione dell’aeroporto internazionale e il saccheggio di un edificio pubblico hanno spinto il governo kazaco a chiedere alla Russia di inviare i soldati per fermare la protesta. Tokaev ha giustificato la richiesta di aiuto definendo le violenze “un tentativo di colpo di stato” coordinato da un “singolo centro di comando”. In realtà la rivolta sembra lo sviluppo di una protesta spontanea causata da una profonda insoddisfazione sociale ed economica. “I primi manifestanti erano persone abituate a protestare, ma poi si sono uniti i giovani delle periferie e i poveri stanchi dell’enorme divario sociale nel paese”, spiega Evgenij Zhovtis, attivista per i diritti umani di Almaty, l’ex capitale.

La prima manifestazione si è svolta nella cittadina di Zhanaozen per una questione locale: il raddoppio del prezzo del gas di petrolio liquefatto (gpl), il combustibile più usato nella parte occidentale del Kazakistan, ricca di risorse energetiche. Situata duemila chilometri a sudovest della capitale Nursultan, Zhanaozen è diventata sinonimo di violazioni dei diritti umani da quando nel 2011 la polizia uccise 14 lavoratori del settore petrolifero che rivendicavano i loro diritti.

La protesta in seguito si è allargata e ha inglobato altre richieste, a cominciare dall’allontanamento dell’ex presidente Nursultan Nazarbaev e della sua famiglia dalle posizioni di potere che ancora ricoprivano. I manifestanti urlavano “via il vecchio!”, riferendosi al despota di 81 anni che ha governato il Kazakistan per trent’anni fino al 2019, quando ha passato il potere a Tokaev. Il presidente ha accettato le richieste dei manifestanti sciogliendo il governo, sospendendo l’aumento del prezzo del carburante e rimuovendo Nazarbaev dall’incarico di capo del potente consiglio di sicurezza. Ma la situazione ad Almaty è andata fuori controllo. Nel fine settimana si è arrivati a una pace apparente. “Abbiamo accolto tutte le loro richieste, ma non è servito”, ha dichiarato Tokaev il 10 gennaio. “È stata un’ondata di disordini mascherati da proteste spontanee”. Ma per gli analisti la tesi secondo cui si tratterebbe di un piano prestabilito è smentita dai fatti.

Senza leader

Innanzitutto i manifestanti non avevano una leadership né rivendicazioni chiare, fatta eccezione per l’ostilità generale nei confronti di Nazarbaev, sottolinea Mukhtar Ablyzov, ex funzionario che oggi vive in esilio in Francia. “In un paese autoritario non ci può essere un unico leader di una protesta, perché sarebbe neutralizzato”, spiega Ablyzov. “La gente è semplicemente stanca di Nazarbaev, e la situazione ha raggiunto un punto critico”.

Almaty era un ambiente ideale per lo scoppio della rivolta. La città più grande del paese è infatti una destinazione per i migranti interni, ha registrato di recente un aumento della criminalità e ha una tradizione come teatro di proteste, sottolineano Alexander Gabuev e Temur Umarov del Carnegie Moscow center:“È probabile che la violenza sia scoppiata perché si sono uniti ai manifestanti molti giovani arrabbiati senza nulla da perdere”.

Tokaev ha detto che la protesta è stata strumentalizzata da “radicalisti religiosi, elementi criminali, banditi e teppisti”. Sembra che alcuni manifestanti siano arrivati in città a bordo di autobus e in gruppi organizzati. Alcuni hanno dichiarato di essere stati pagati e dei video mostrano persone che rubano armi alla polizia. “La situazione è fuori controllo”, spiega Zhovtis, ipotizzando che gli islamisti radicali del sudovest del paese possano aver ricoperto un ruolo rilevante. Ma non ci sono prove che i “terroristi” siano controllati dall’esterno. Il caso di Vikram Ruzakhunov, noto pianista kirghiso, dimostra quanto sia difficile distinguere le ragioni dei manifestanti. Ruzakhunov è apparso alla tv kazaca mostrando lividi sul volto e confessando di aver ricevuto 200 dollari per unirsi alla protesta. Ma una volta libero, il 10 gennaio, ha detto ai giornalisti kirghisi di aver dichiarato il falso nella speranza di essere estradato.

Secondo alcuni analisti dietro a tutto c’è una lotta di potere tra Tokaev e Nazarbaev. Gli scontri di Almaty sono scoppiati vicino al mercato Altyn Orda, che sarebbe controllato dal fratello minore di Nazarbaev, Bolat. Tokaev ha inoltre rimosso il capo dell’intelligence Karim Massimov, alleato di Nazarbaev. “Non sorprende che la prima mossa di Tokaev sia stata licenziare Massimov”, osserva George Voloshin, della società di consulenza Aperio. Eppure altri esponenti della cerchia di Nazarbaev sono stati risparmiati, almeno per ora. Dunque Massimov potrebbe essere un capro espiatorio, ipotizza Simon Glancy, della società di consulenza Strategic solutions di Almaty. “È chiaro che sono in corso delle trattative”, spiega. “In ogni caso la famiglia Nazarbaev non è più una forza politica di primo piano”.

Il fatto che Tokaev si sia rivolto all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc), l’alleanza militare tra repubbliche ex sovietiche guidata da Mosca, conferma questa tesi. Per Voloshin, To­kaev ha cercato sostegno perché non era sicuro che le forze kazache avrebbero preso le sue parti dopo l’allontanamento di Massimov, dato anche che molti agenti non sono intervenuti quando i manifestanti hanno incendiato la sua residenza ad Almaty. Il presunto intervento esterno suggerito da Tokaev sarebbe solo un pretesto per legittimare l’arrivo dei militari della Otsc. Ma, come ha detto il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko al vertice dell’Otsc il 10 gennaio, l’ingerenza dall’esterno non può nulla senza un malcontento interno. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati