Se tre anni fa fosse stata creata per tempo una “zona rossa” per arginare la diffusione del virus sars-cov-2 in due paesi vicino a Bergamo, si sarebbero potute salvare 4.148 vite. Questa cifra incredibilmente precisa è citata in una perizia richiesta dalla procura della città lombarda. E potrebbe portare a un processo sui presunti errori nella gestione della prima fase della pandemia.

I documenti raccolti dai magistrati sono tantissimi, con un elenco di indagati che comprende diciassette persone, tra cui importanti politici regionali e nazionali: Giuseppe Conte, all’epoca presidente del consiglio, e il suo ministro della salute Roberto Speranza. Sono sospettati di aver operato con negligenza, sottovalutando i rischi.

Per capire questa vicenda bisogna ricostruirne il contesto. All’inizio del 2020 l’Italia e il resto del mondo avevano gli occhi puntati su Bergamo e le sue periferie piene di fabbriche importanti. Quando furono resi noti i primi casi di contagio, la Confindustria di Bergamo si affrettò a rassicurare i tanti partner stranieri dicendo che tutto andava bene e che la situazione era sotto controllo. L’hashtag della campagna era #bergamoisrunning (Bergamo non si ferma). In realtà si era già diffusa la notizia di molte persone con la polmonite.

Il 23 febbraio nell’ospedale di Alzano, in val Seriana, era stato scoperto il primo caso di covid-19. La struttura, al massimo della capienza, era stata chiusa il giorno stesso e poi, con grande stupore di tutti, riaperta dopo appena tre ore e alcuni interventi superficiali di sanificazione. Così avevano deciso le autorità sanitarie locali e regionali. Ancora oggi è difficile capire il motivo di quella decisione. L’ospedale di Alzano diventò un importante focolaio della zona. L’episodio della val Seriana fu sorprendente anche perché qualche giorno prima a Codogno, poco più a sud, si era deciso di procedere in modo completamente diverso dopo che un paziente dell’ospedale era risultato positivo al test per il covid-19. Nella cittadina e nei comuni vicini era stata creata una “zona rossa”: gli accessi alle città erano presidiati dai carabinieri e le persone non potevano uscire di casa. Fu la prima forma di lockdown totale in Europa, ordinata direttamente dal governo di Roma.

Ritorno al passato

Perché nell’area di Bergamo furono fatte scelte diverse? La città diventò “zona rossa” solo l’8 marzo 2020, con il resto dell’Italia. Bergamo fu così l’epicentro di un’epidemia che dopo la Cina stava colpendo anche l’Europa. Presto se ne cominciò a parlare come della “Wuhan occidentale”. Le immagini delle lunghe file di camion militari che trasportavano i morti in altre città per la cremazione, perché nei cimiteri bergamaschi non c’era posto, sono impresse nella memoria degli italiani. L’associazione dei parenti delle vittime si rivolse alla procura di Bergamo già nell’aprile 2020. Ora la fase delle indagini è conclusa. Un giudice per le indagini preliminari dovrà decidere se il materiale raccolto è sufficiente per aprire un processo. Non è detto che lo sia. Del resto l’Italia è stata il primo paese democratico ad affrontare un’emergenza di questo tipo, non c’erano linee guida da seguire.

Oltre a Conte e a Speranza sono indagati il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana (della Lega), l’ex assessore al welfare Giulio Gallera e tutti i funzionari più importanti della taskforce scientifica e della protezione civile.

A sentire i loro nomi, gli italiani tornano con la mente a un’epoca di restrizioni e paura, quando si pendeva dalle labbra di virologi e medici che andavano ogni sera in televisione, mettendo in guardia senza mai drammatizzare troppo. È significativo che a essere accusato di negligenza nella gestione della pandemia sia il governo occidentale che ha adottato le misure più dure per contenerla. Ma certo: a Bergamo, Alzano e Nembro le misure arrivarono troppo tardi.

“Il mio obiettivo”, ha detto il procuratore Antonio Chiappani, “è far sapere alle persone cosa è successo”. Nel loro comunicato gli avvocati dei parenti sono più drastici: “Da oggi si riscrive la storia della strage bergamasca e lombarda. La storia delle nostre famiglie, delle responsabilità che hanno portato alle nostre perdite”. Alle 4.148 persone che forse avrebbero potuto essere salvate. ◆ct

Questo articolo è uscito sul numero 1502 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati