L’attacco compiuto il 21 gennaio da un gruppo di coloni violenti contro alcuni pacifisti israeliani in Cisgiordania dovrebbe mettere a tacere qualunque tentativo di contestare o negare la gravità di quella che è una grottesca e sempre più grave campagna di terrore. Ma forse ancora più preoccupante dei tentativi di chiudere un occhio sulla violenza dei coloni è il fraintendimento o il travisamento dei loro obiettivi.

Nella maggior parte dei casi gli attacchi violenti commessi dai coloni in Cis­giordania non sono gesti casuali di teppismo occasionale. Fanno invece parte di una strategia politica, che i politici israeliani – tra cui alcuni esponenti dell’attuale governo di coalizione – sostengono incondizionatamente.

Ma se questa è la situazione fin dalla fine degli anni ottanta, quando ho cominciato a occuparmene come giornalista, gli obiettivi della violenza sono cambiati. Per comprendere meglio questa strategia, e il modo in cui la violenza ne è al servizio, vale la pena di prendere in considerazione il cosiddetto price tag (letteralmente “cartellino del prezzo”, riferito agli attacchi di giovani coloni ebrei contro palestinesi, israeliani di sinistra, cristiani e forze di sicurezza israeliane come “prezzo da pagare” per ogni azione contro gli insediamenti). Per più di quindici anni questo fenomeno ha gettato le fondamenta di quello a cui assistiamo oggi.

Gomme forate

Il price tag era una strategia adottata intorno al 2007 da giovani attivisti degli insediamenti, spesso sostenuti dai leader storici del movimento dei coloni, per dissuadere il governo israeliano e le forze dell’ordine dallo smantellare gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Questi proto-insediamenti, noti come avamposti illegali, erano (e sono tuttora) un modo per far crescere la presenza dei coloni in un momento in cui il governo israeliano aveva bloccato la realizzazione di insediamenti autorizzati e “ufficiali”.

I leader delle colonie sostenevano rumorosamente una resistenza attiva contro i tentativi del governo di smantellare gli avamposti. Questa resistenza si è gradualmente tramutata in violenti atti vandalici contro le proprietà palestinesi e a volte in aggressioni fisiche. Inizialmente non erano azioni gravi – scritte con vernice spray, gomme forate, alberi tagliati – in modo da evitare che si cercassero i responsabili, da non alienarsi troppo l’opinione pubblica israeliana e da lasciare spazio per una crescita della tensione. La maggior parte degli attacchi avveniva quando le strutture costruite illegalmente erano abbattute dalle autorità israeliane.

La speranza dei coloni estremisti era che queste azioni avrebbero scoraggiato altri interventi delle autorità, permettendo agli avamposti illegali di diventare insediamenti a tutti gli effetti.

La tattica ha funzionato. I governi israeliani, sia in passato con Benjamin Netanyahu sia ora con Naftali Bennett e Yair Lapid, raramente intervengono per smantellare gli avamposti illegali. Oggi ce ne sono circa 120 in tutta la Cisgiordania.

Intanto, soprattutto durante i quattro anni del mandato del presidente statunitense Donald Trump, il governo israeliano ha cambiato la sua politica nei confronti degli avamposti, passando dall’imporre il rispetto della legge a legalizzare quello che è sfacciatamente illecito. L’impegno per la legalizzazione è andato di pari passo con una campagna del governo, alimentata dai coloni e dalla loro lobby in parlamento e nell’esecutivo per rafforzare la presa israeliana sull’area C della Cisgiordania.

L’area C, che copre il 61 per cento della Cisgiordania e dove si trovano tutti gli insediamenti israeliani, era stata indicata dagli accordi di Oslo come una zona sotto il pieno controllo israeliano dal punto di vista amministrativo e della sicurezza. Tuttavia, non era destinata a essere annessa allo stato d’Israele. La maggior parte, secondo i negoziati israelo-palestinesi, sarebbe diventata parte del futuro stato di Palestina.

L’ex premier Netanyahu aveva accarezzato l’idea di annettere l’area C a Israele. E il suo ministro della difesa Naftali Bennett, ex direttore del Yesha council (l’organizzazione dei consigli municipali delle colonie ebraiche in Cisgiordania), che in passato aveva pubblicato un progetto di annessione dell’area C, due anni fa ha annunciato la creazione di un “forum per combattere per il futuro dell’area C” all’interno del ministero.

L’obiettivo era incoraggiare la costruzione delle colonie israeliane e la legalizzazione degli avamposti, e scoraggiare le costruzioni palestinesi. In pratica, lo scopo era l’annessione di fatto dell’area C. All’epoca Bennett affermava: “La politica dello stato d’Israele è che l’area C gli appartiene. Noi non siamo l’Onu”. Anche se questa non è stata accolta come la politica ufficiale del governo attuale, l’annessione strisciante prosegue.

Da sapere
Mazze contro ulivi

◆ Sette attivisti israeliani per la difesa dei diritti umani sono rimasti feriti in un attacco compiuto il 21 gennaio 2022 da un gruppo di coloni ebrei nel villaggio palestinese di Burin, vicino Nablus, nel nord della Cisgiordania. Secondo le ricostruzioni, circa quindici uomini mascherati e armati di mazze, bastoni e pietre sono scesi dal vicino avamposto illegale di Givat Ronen e hanno colpito gli attivisti di Rabbis for human rights e Harvest coalition, che aiutavano i palestinesi a piantare alberi di ulivo. Hanno anche incendiato un’auto e sono scappati prima dell’arrivo dei soldati israeliani. L’ong Yesh din ha documentato tredici atti di violenza e di vandalismo contro i villaggi palestinesi della zona nel 2021. Haaretz


Vento in poppa

L’impiego dell’autorità pubblica per rimuovere le costruzioni abusive negli avamposti illegali è praticamente finito e il governo ha collegato gran parte di questi avamposti alla rete elettrica e al sistema idrico nazionali.

La spinta di Bennett del 2019 ha segnalato una svolta, un’enorme vittoria e un’opportunità per i coloni. Ora il governo è formalmente dalla loro parte e lavora attivamente con loro per legalizzare l’illegale, per sostenere uno strumento criminale usato per impadronirsi sistematicamente della terra dei palestinesi ed espropriarli.

Negli ultimi due anni questo è diventato l’obiettivo strategico dei coloni, il loro imperativo. E l’uso della violenza per tormentare, terrorizzare ed espropriare i palestinesi è drammaticamente aumentato. È uno strumento per espellerli, aumentare la presenza israeliana sul posto e far diminuire quella palestinese. Tutto qui.

Con il vento del governo in poppa, negli ultimi due anni i coloni hanno combattuto nell’area C quella che considerano una guerra. E quando si combatte si usa la violenza.

Le azioni delle forze dell’ordine da sole non bastano a ridurre la violenza dei coloni, a individuare i responsabili e a far considerare questa violenza come totalmente illegittima. Un impegno efficace deve includere un cambiamento politico.

Il governo d’Israele deve prendere le distanze dall’obiettivo di questa violenza: l’accaparramento di terra senza limiti. Altrimenti i responsabili continueranno a ritenere di agire per conto dello stato e di portare avanti i suoi obiettivi. ◆ fdl

Ori Nir è stato corrispondente di Haaretz dalla Cisgiordania e da Washington. Oggi è vicepresidente per gli affari pubblici dell’ong Americans for peace now.

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati