Nel maggio 1941, con il Regno Unito isolato e gli Stati Uniti non ancora entrati nella seconda guerra mondiale, John Maynard Keynes volò negli Stati Uniti per discutere con altri economisti, partendo da una domanda molto semplice: che aspetto avrà l’economia mondiale dopo che avremo vinto? Nell’agosto di quell’anno il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill crearono la Carta atlantica, la struttura fondamentale delle Nazioni Unite. Nel dicembre 1941, quando il Giappone attaccò la base navale di Pearl Harbor, i comandanti alleati avevano già deciso la strategia militare: combattere prima la Germania e poi il Giappone.

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Se paragonata agli eventi del 1941, la risposta dell’occidente all’invasione russa dell’Ucraina – e la sua implicita distruzione dell’ordine creato dalla Carta dell’Onu – finora si è distinta per una mancanza di strategia. Le maggiori potenze dell’Unione europea (Francia, Germania e la stessa Commissione europea) pensavano che la guerra non sarebbe mai scoppiata e invece ci si sono ritrovate immischiate. Gli Stati Uniti, mentre in modo frenetico rendevano pubbliche le prove dell’inizio imminente del conflitto, non sono riusciti a convincere i loro alleati democratici a difendere l’Ucraina con qualcosa di più dell’invio di piccole quantità di armi.

L’occidente è stato trascinato in un conflitto per il quale non era preparato, costretto a fornire enormi quantità di armi e munizioni

Le sanzioni, anche se abbastanza veloci da bruciare metà delle riserve di valuta estera di Mosca, non sono state abbastanza forti da paralizzarne l’economia, perché in questi anni l’Europa è diventata sempre più dipendente dalla Russia dal punto di vista energetico. Di conseguenza, nonostante i soldati russi violentino, torturino e uccidano i civili ucraini, l’occidente continua a versare dollari sul conto bancario di Vladimir Putin attraverso gli acquisti di petrolio e gas.

Anche se ha annunciato una Zeitenwende (svolta epocale) nella politica tedesca, all’inizio il cancelliere Olaf Scholz ha faticato a convincere il suo partito e perfino se stesso che la vendita di armi all’Ucraina non scatenerà ritorsioni nucleari. Poi invece ha deciso d’inviare carri armati per la difesa antiaerea.

Boris Johnson, pur avendo spedito in fretta armi all’Ucraina, è a capo di un governo e di un partito ancora soggetto all’influenza finanziaria russa. Joe Biden il sindacalista si è chiesto ad alta voce come l’occidente potesse permettere a Vladimir Putin di restare al potere; poche ore dopo Joe Biden il presidente ha allontanato l’idea di un cambio di regime a Mosca.

L’occidente, insomma, è stato trascinato in un conflitto per il quale non era preparato, costretto a fornire di continuo enormi quantità di armi pesanti e munizioni. È passato dal presupposto che l’Ucraina sarebbe stata occupata in poco tempo alla convinzione che Kiev può vincere. Ma non è ancora in grado di rispondere alla domanda che i giganti degli anni quaranta consideravano ovvia, e con la quale hanno fatto i conti anche quando erano con le spalle al muro: cosa significa vincere in Ucraina? E cosa dobbiamo fare per creare stabilità, e non caos, nella regione del mar Nero dopo che sarà dichiarato il cessate il fuoco?

In parte questo fallimento è dovuto al modo in cui il capitalismo basato sul libero mercato ha trasformato il pensiero strategico dell’élite politica occidentale.

Nello spazio che si creerebbe in seguito a un’eventuale vittoria dell’Ucraina dovrebbe intervenire la politica, a partire da quella di sinistra

L’analista militare James Sherr, del centro studi estone Icds, si lamenta che “quelli che una volta erano grandi dipartimenti di stato sono ora dominati da manager politici invece che da strateghi”. Le uniche figure influenti e controcorrente, dice, sono i celebrati “realisti” come lo statunitense John Mearsheimer, che hanno esortato l’occidente a lasciare entrare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Putin. Sherr non spiega in alcun modo come sia avvenuta questa trasformazione della politica, ma i critici di lunga data del neoliberismo conoscono la risposta. Come dice Will Davies, economista dell’università Goldsmiths di Londra: il neoliberismo è “il disincanto della politica per mano dell’economia”.

La generazione di Keynes usava strumenti economici per raggiungere obiettivi sociali universali: l’autodeterminazione delle nazioni, diritti umani e diritti dei lavoratori. I piani per la pace dopo il 1945 erano spudoratamente utopistici. Per i leader contemporanei invece tutto è economia. Ecco perché non hanno elaborato un’idea alternativa, da opporre al conservatore John Mearsheimer, che consegnerebbe tranquillamente il Donbass alla Russia. Senza un obiettivo finale non può esserci una strategia, e senza una strategia non può esserci coerenza militare e logistica.

Il 25 aprile il segretario alla difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha fatto la prima vera contromossa, annunciando chiaramente il nuovo obiettivo di Wash­ington: “Vogliamo che l’Ucraina rimanga un paese sovrano e democratico in grado di proteggere il suo territorio. E vogliamo vedere la Russia indebolita al punto da non poter più fare cose come l’invasione dell’Ucraina”.

Dato che Austin è un generale decorato in pensione, abituato da sempre a comunicare con precisione i suoi obiettivi, vale la pena di analizzare da vicino le sue frasi. Per gli Stati Uniti, vincere significa che l’Ucraina sopravvivrebbe non come uno stato-cuscinetto neutrale, ma come un paese dotato di un esercito forte e di un sistema democratico. Fatto più importante, vincere significa che l’esercito russo sarà così indebolito da non poter né invadere di nuovo l’Ucraina né minacciare nessuna nazione dell’Europa orientale.

Questi obiettivi sono realistici? Sì. E obbligano Putin a una scelta strategica. Dopo il vertice di Ramstein, organizzato dagli Stati Uniti in Germania, è chiaro che, qualunque cosa facciano la Francia e la Germania, Washington si è impegnata a fornire armi che permetteranno a Kiev di fermare le forze russe nel Donbass. Così facendo, Vladimir Putin dovrà decidere se conservare un esercito di livello mondiale all’altezza del suo narcisismo o mantenere il controllo sulla regione del Donbass. Ma non potrà fare entrambe le cose.

Gli Stati Uniti oggi sono impegnati non solo nell’imporre sanzioni economiche a Mosca, ma anche in una guerra per procura. Per farlo, hanno rinunciato a destabilizzare il regime di Putin. Vedono l’opportunità d’impedire che la Russia sia una minaccia duratura, e poter tornare così alla maggiore preoccupazione di Washington: contenere la Cina.

Nello spazio che si creerebbe in seguito a un’eventuale vittoria dovrebbe intervenire la politica, a partire da quella di sinistra. Ci sono state molte critiche (giustificate) per l’indulgenza con cui l’élite ucraina ha trattato la tradizione banderista del nazionalismo d’estrema destra nel paese; e per il modo in cui ha tollerato i movimenti di estrema destra Azov e Pravyj Sektor, due formazioni che mantengono delle milizie politicizzate. Ma durante la guerra anche i sindacati ucraini di sinistra, le associazioni in difesa dei diritti umani, i mezzi d’informazione indipendenti e i partiti della sinistra internazionalista hanno difeso il loro paese.

Se vincere oggi significa avere un’Ucraina sovrana e democratica, allora verdi, liberali, socialdemocratici e sindacati devono aiutare i progressisti in Ucraina, Russia e Bielorussia a incidere sul processo di pace.

Nel Regno Unito abbiamo bisogno di trovare politici capaci di mettere in pratica una strategia. E per strategia s’intende creare alleanze e accordi sulla sicurezza che possano riportare stabilità nell’Europa orientale. Ma soprattutto, abbiamo bisogno di politici che credano nel progresso sociale.

La Carta atlantica del 1941, con il suo linguaggio arcaico, contiene un’idea per cui vale ancora la pena lottare: “Attuare la collaborazione più completa fra tutti i popoli nel campo economico, al fine di assicurare a tutti migliori condizioni di lavoro, progresso economico e sicurezza sociale”. ◆ ff

Paul Mason
è un giornalista britannico esperto di economia. Collabora con il Guardian e con Channel 4. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Come fermare il nuovo fascismo. Storia, ideologia, resistenza (Il Saggiatore 2021). Questo articolo è uscito sul New Statesman.

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 41. Compra questo numero | Abbonati