La fine del periodo devoniano, 359 milioni di anni fa, fu piuttosto movimentata. I pesci cominciavano a uscire dall’oceano e sulla Terra si moltiplicavano le antenate delle felci. Il nostro pianeta si stava riprendendo da un’estinzione di massa avvenuta dodici milioni di anni prima, ma il clima era caotico e passava da picchi di caldo umido a un freddo così intenso da formare ghiacciai ai tropici. Dopo l’ultima di quelle ere glaciali, mentre la Terra si riscaldava, si verificò un’altra estinzione, apparentemente immotivata. Oggi, grazie alle spore delle antenate delle felci, conservate nei sedimenti di antichi laghi nell’est della Groenlandia, sappiamo che fu causata dalla scomparsa improvvisa dello strato di ozono, che espose la superficie terrestre a ai raggi ultravioletti.
Nelle prime fasi dell’estinzione le spore si alterarono e si scurirono, segno di un danno genetico, scrive il palinologo John Marshall dell’università di Southampton, nel Regno Unito, in uno studio pubblicato su Science Advances.
Asteroidi ed eruzioni
Fino a quando l’umanità non ha mostrato la sua forza distruttrice, gli scienziati pensavano che solo l’impatto di un asteroide o eruzioni vulcaniche devastanti potessero cancellare la vita sulla Terra. Due anni fa, però, alcuni ricercatori hanno scoperto che nell’estinzione più grave – quella del permiano, 252 milioni di anni fa – i vulcani proiettarono nella stratosfera i depositi di sale siberiani, che potrebbero aver innescato reazioni chimiche che cancellarono lo strato di ozono. “Ora grazie alle spore del devoniano sappiamo che il riscaldamento climatico può danneggiare l’ozono anche in assenza di eruzioni vulcaniche”, spiega la paleobiologa Lauren Sallan dell’università della Pennsylvania.
L’estinzione che segnò la fine del devoniano è stata a lungo oscurata da quella di dodici milioni di anni prima, che uccise la maggior parte dei coralli e dei molluschi. Ma nelle sue ricerche Sallan ha dimostrato che anche questa fu devastante, causando tra l’altro la morte della maggior parte dei tetrapodi, i pesci a quattro arti che avevano cominciato a sviluppare le dita. Sopravvissero solo quelli che ne avevano cinque. “In pratica azzerò la nostra evoluzione”, aggiunge Marshall.
Non si conoscevano le cause della fine del devoniano, perché mancavano tracce di asteroidi o di eruzioni. “Sapevamo solo che la formazione e la scomparsa dei depositi rocciosi associati ai ghiacciai furono rapide”, dice Sallan. Negli ultimi trent’anni Marshall ha analizzato le rocce della Groenlandia orientale, regione che all’epoca si trovava lontano dall’artico. Nella fase di riscaldamento che seguì l’ultima era glaciale del devoniano si formarono laghi pieni di sedimenti che con il tempo diventarono roccia sedimentaria, custode delle condizioni precedenti e contemporanee all’estinzione. Nel 2017 Marshall ha trovato un campione in perfette condizioni, a sei metri di profondità.
Questa roccia è testimone di una trasformazione straordinaria: le spore sane fossilizzate, con le caratteristiche punte simmetriche, risultano alterate, probabilmente a causa dell’esposizione ai raggi ultravioletti. L’alterazione osservata da Marshall è compatibile con un’esposizione simile, conferma l’esperto di paleobotanica Jeffrey Benca. Secondo Marshall, l’aumento delle temperature scatenò temporali sempre più violenti che immisero nella stratosfera un miscuglio di acqua e sali in grado di erodere l’ozono. Mentre i raggi ultravioletti distruggevano le foreste, il deflusso delle sostanze nutritive in mare avrebbe innescato la fioritura di plancton e alghe, producendo quantità maggiori di sali dannosi per l’ozono.
La sua ipotesi è un avvertimento su cosa potrebbe succedere nel nostro pianeta sempre più caldo, in cui a volte temporali violenti superano la troposfera e immettono umidità nella stratosfera asciutta e fredda. Unita alle particelle di aerosol e alle molecole di cloro, l’umidità può danneggiare lo strato di ozono.
Ma non è ancora chiaro se i temporali più intensi siano davvero in grado di danneggiare lo strato di ozono. Secondo Elliot Atlas, chimico atmosferico dell’università di Miami, bisognerebbe verificare la teoria di Marshall in modo molto più rigoroso, usando i modelli climatici. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 93. Compra questo numero | Abbonati