Gli stati dell’Asia centrale, anche se non attivamente coinvolti nella guerra in Ucraina, hanno subìto molto l’impatto del conflitto. A causa delle sanzioni e dei controlli sui capitali russi imposti dall’occidente, infatti, milioni di persone che lavorano in Russia e sono originarie dei paesi confinanti hanno grosse difficoltà a mandare le rimesse a casa.

L’integrazione economica di questi stati con Mosca li rende vulnerabili a eventi come la guerra in corso. È pensabile che la situazione li faccia allontanare dalla Russia? A marzo, quando alle Nazioni Unite si trattava di approvare la risoluzione che condannava la guerra, molti di questi paesi si sono astenuti e nessuno ha criticato apertamente l’invasione. Nessuno, però, ha riconosciuto le due regioni separatiste dell’Ucraina.

Il 16 maggio, quando i leader dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto, l’alleanza militare che riunisce Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) si sono incontrati a Mosca, non c’è stata una dichiarazione comune a sostegno dell’invasione. Singoli paesi come la Bielorussia hanno chiesto di arrivare a una posizione condivisa contro l’occidente, senza però agire di conseguenza. Per molti commentatori politici occidentali è la dimostrazione inequivocabile delle profonde “divisioni” interne all’alleanza. Alcuni si sono perfino spinti a paragonare questa “mancanza” di sostegno da parte della Csto con il supporto offerto dalla Nato all’Ucraina.

Tuttavia gli stati centrasiatici continuano a essere impegnati con l’organizzazione sostenuta dalla Russia. Anche nel 2008 gli stati centrasiatici non diedero un sostegno militare diretto all’attacco russo contro la Georgia, e Mosca, in coerenza con il passato, ha evitato di esercitare troppe pressioni per ottenere un supporto esplicito.

Le ragioni sono tante. In primo luogo, a differenza della Nato, la Csto non prevede una strategia unitaria che risponda ai conflitti interni e internazionali. È quindi esagerato dire che l’assenza di sostegno militare a favore della Russia dimostra l’opposizione della Csto o dei paesi dell’Asia centrale.

In secondo luogo, a differenza della Nato, la Csto è essenzialmente un’organizzazione dominata dalla Russia che funziona non come meccanismo di difesa collettiva ma come strumento dell’influenza russa nella regione. Ecco perché Mosca contribuisce al suo finanziamento con una quota che supera il 50 per cento. Le dimensioni dell’esercito della Csto superano di poco il milione di soldati, di cui l’80 per cento sono russi. Per questo non ha molto senso per la Russia costringere questi paesi a partecipare alla sua guerra. L’assenza di un meccanismo per prendere decisioni unitarie consente inoltre ai singoli paesi di assumere posizioni diverse, rispondendo a interessi nazionali e regionali senza opporsi a Mosca.

In questo equilibrio la Russia sembra a suo agio, anche perché non costringendo la Csto a partecipare alla sua guerra ha potuto impegnarla in altri conflitti, in particolare quelli che coinvolgevano regimi vulnerabili esposti a rivolte politiche interne. Per esempio in Kazakistan, quando nel gennaio 2022 sono dilagate violente proteste, le forze della Csto sono state immediatamente inviate a sostegno del presidente Qasym-Jomart Tokayev. Secondo gran parte degli analisti, il fatto che la Csto sia stata schierata con tanta rapidità ha in parte a che vedere con la paura che le proteste fossero sfruttate dalle organizzazioni internazionali jihadiste con base in Afghanistan. Il ritiro degli Stati Uniti nell’agosto 2021 ha creato un vuoto che molte reti jihadiste stanno riempiendo. Questo ha reso il Kazakistan e, per estensione, tutti gli stati dell’Asia centrale e la stessa Russia, vulnerabili al terrorismo islamico.

Con la conquista dell’Afghanistan da parte dei taliban e la possibilità che nel paese scoppi una nuova guerra tra questi e i gruppi guidati dal Fronte di resistenza nazionale (Nrf) a guida tagica, il ruolo della Csto diventerà più rilevante. È sbagliato quindi dare per scontato che l’assenza di un sostegno diretto a favore della guerra russa in Ucraina si tradurrà in un’opposizione attiva contro Mosca.

La presenza cinese

È altrettanto sbagliato ritenere l’Asia centrale una regione dominata unicamente da Mosca: la Cina sta diventando rapidamente un attore economico molto importante. Con Pechino che estende e consolida la sua presenza, per Mosca è complicato costringere gli stati centrasiatici a partecipare al suo conflitto. Il Kazakistan, per esempio, fornisce gran parte del suo petrolio alla Cina, che è in generale il suo principale partner commerciale. Quando a gennaio in Kazakistan sono esplose le proteste, i cinesi le hanno definite una “rivoluzione colorata” sostenuta dall’occidente. Avendo un confine di 1.770 chilometri in comune con lo Xinjang e una posizione strategica tra la Cina e l’occidente, il Kazakistan è un canale vitale per le ambizioni di Pechino di arrivare in Europa attraverso la nuova via della seta.

Gli investimenti cinesi negli stati dell’Asia centrale sono passati dai nove miliardi di dollari nel 2009 a più di quaranta miliardi nel 2020. Questa è un’altra delle ragioni per cui questi paesi non hanno espresso un sostegno automatico a Mosca. Cosa ancora più importante, qualsiasi coinvolgimento diretto nella guerra avrebbe dei costi che la maggior parte di loro non può permettersi. Oltretutto, un’economia in declino potrebbe provocare il genere di proteste esplose in Kazakistan a gennaio. E una diffusa instabilità rischia di aggiungere altri problemi per Mosca, consentendo all’occidente di sfruttare le proteste nella sua più ampia strategia di contrasto alla Russia.

Alla luce di tutto questo, Mosca ha tutto l’interesse a stabilizzare la regione portando avanti, attraverso l’Unione economica eurasiatica, un programma d’integrazione economica e finanziaria. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati