Seduto al tavolo di un ristorante, sotto un cielo nuvoloso, sto aspettando un eroe da romanzo d’avventura. Nirmal “Nims” Purja è un ex soldato delle forze speciali britanniche, un veterano di molti conflitti a fuoco, un uomo a suo agio con il paracadutismo, lo sci e le immersioni subacquee. Da quando ha lasciato l’esercito nel 2019, ha scalato alcune delle vette più alte della Terra, in modi che hanno lasciato a bocca aperta anche gli alpinisti più esperti. Prima ha scalato le quattordici montagne di ottomila metri che ci sono nel mondo, abbassando il record precedente da più di sette anni a poco meno di sette mesi. Poi, all’inizio del 2021, ha completato la prima ascesa invernale del K2, la “montagna selvaggia”, un’impresa che aveva resistito a vari tentativi per 33 anni. Nonostante un vento di 120 chilometri all’ora e temperature di 60 gradi sotto zero, c’è riuscito al primo tentativo, senza usare bombole d’ossigeno.

Tutto questo mi fa sentire inadeguato, soprattutto perché ho dei dolori alla schiena e un paio d’ore fa ho fatto fatica a mettermi i calzini. Purja arriva in orario, vestito interamente di nero, e mi stringe vigorosamente la mano. Mi alzo per salutarlo e resto in piedi in una postura goffa. “Che ti è successo, fratello?”, mi chiede. Ha ricevuto una formazione sanitaria nell’esercito ed era uno specialista nel portare via morti e feriti dal campo di battaglia. Io invece, devo confessargli, mi sono fatto male mentre passavo l’aspirapolvere in casa.

Robert Wilson, Contour/Getty Images

Purja, 38 anni, è in ottima forma. Una settimana fa è stato sulla cima dell’Ama Dablam, una vetta da 6.812 metri all’ombra dell’Everest. È sceso di corsa al campo base, è tornato in elicottero a Kathmandu ed è volato a New York per la prima del suo film 14 vette. Scalate ai limiti del possibile. Alle sei di stamattina è atterrato di nuovo a Londra e ora c’incontriamo al Sushisamba, il ristorante più alto della città, al trentanovesimo piano della Heron tower. Invece che l’Himalaya innevato vediamo la cima dei grattacieli 30 St Mary Axe e 22 Bishopsgate, e le profonde vallate delle strade Houndsditch e Commercial road.

Cominciamo con un bicchiere di champagne. Gli chiedo se è stato contento della prima del film. “Amico mio, avrò pianto cinque o sei volte”, risponde, dimostrando di non essere affatto il classico ufficiale delle forze speciali dal cuore di pietra.

Purja è una persona tutt’altro che abbottonata: il suo entusiasmo è incontenibile e la mia app per la trascrizione istantanea non riesce a stargli dietro. C’è un certo livello di spavalderia nel suo modo di fare: durante il pranzo a un certo punto dice di essere “il vero James Bond”, sostiene di voler “essere una fonte d’ispirazione per il mondo” e solleva la maglietta (su cui campeggia il suo logo personale) per mostrare i bicipiti.

Il viaggio più incredibile

Il film racconta la storia del Project possible di Purja, il progetto che l’ha portato a raggiungere le quattordici vette sopra gli ottomila metri. In genere scalare uno solo di questi giganti comporterebbe una spedizione di due mesi. Farli tutti in circa sette mesi è “un’impresa unica nella storia dell’alpinismo”, come ha detto Reinhold Messner, il padrino delle scalate in alta quota e il primo uomo a raggiungere tutte le vette di ottomila metri. È una storia emozionante, ma è solo parte di un viaggio forse più incredibile, che va dalla povertà nel remoto villaggio di Dana, nel Nepal centrale, all’acclamazione durante la prima cinematografica di New York.

“Vivevamo in una casa piccola. Tutto il piano superiore era occupato dalle galline”, racconta Purja. “Era a quattro giorni di cammino dalla strada più vicina”. Quando aveva cinque anni la sua famiglia si è trasferita a Chitwan, nel sud del paese, lontano dalle montagne. “Un giorno abbiamo raggiunto la strada e per la prima volta ho visto un camion. Sono corso indietro gridando: ‘Mamma, c’è una casa che si muove! Viene verso di noi!’”.

A sentirlo parlare, arrampicarsi sull’Himalaya sembra un gioco da ragazzi

Il padre di Purja e due dei suoi fratelli maggiori erano nei gurkha, l’unità dell’esercito britannico composta da soldati nepalesi, e lui voleva seguire le loro orme. Nel 2003 ha superato le lunghe prove di selezione, che includevano la corsa attraverso le colline dell’Himalaya portando un cesto di vimini pieno di sabbia, e l’anno dopo, a vent’anni, si è trasferito nel Regno Unito. In un momento in cui altri sportivi si sarebbero allenati intensamente, Purja si trovava al centro di addestramento della fanteria dell’esercito a Catterick, nello Yorkshire, dove lottava per abituarsi al vento e alla pioggia, e faticava a capire i vari accenti delle reclute provenienti da ogni parte del Regno Unito. In seguito ha passato nove mesi a Chatham, nel Kent, per imparare a fare l’imbianchino.

Solo a 29 anni le montagne sono entrate nella sua vita. All’epoca aveva superato un’altra selezione per entrare nel corpo d’élite Special boat service (Sbs) – il primo gurkha a farlo – e aveva organizzato un trekking al campo base dell’Everest. “Quando dici che vieni dal Nepal, le persone ti chiedono sempre se hai visto l’Everest. E io dicevo sempre di no. Sentivo che dovevo vederlo, anche solo per la mia salute mentale”. Il trekking è stato una rivelazione. “Sul sentiero che parte da Namche Bazaar vedi questa grande montagna, l’Ama Dablam. Ho cominciato a pensare a come ci si sarebbe sentiti a essere lassù. Cosa avrei visto?”. È in quel momento che ha convinto la sua guida a portarlo su una vetta relativamente semplice nelle vicinanze; arrivato in cima, si è reso conto che gli si stavano aprendo nuove possibilità. Da allora in poi ha sfruttato ogni opportunità per fare alpinismo. Appena 18 mesi dopo quella prima scalata ha raggiunto la cima del Dhaulagiri, la settima vetta più alta del mondo. Due anni dopo gli è stata data una settimana di congedo in più, prima di essere rimandato in Afghanistan. A quel punto ha cancellato le vacanze nel Mediterraneo che aveva prenotato con la moglie, ha preso in prestito quindicimila sterline, fingendo che fossero per un’automobile, ed è partito per l’Everest da solo. “Sinceramente non riesco proprio a stare sdraiato sulla spiaggia per più di un’ora”, commenta.

Il superpotere

Più scalava, più capiva di essere in grado di acclimatarsi, che è il suo vero “superpotere” in alta quota. Un fatto tanto più sorprendente se si pensa che Purja non è uno sherpa, la popolazione da tempo abituata alle altezze himalayane della regione. Spesso si faceva strada nei sentieri attraverso la neve, salvo poi dover aspettare che la sua squadra, nel frattempo rimasta indietro, lo raggiungesse. Poi è venuta l’idea del Project possible, e nel 2019 ha lasciato l’esercito per dedicarsi a quest’impresa.

Anche oggi, quando parla della sua decisione, non riesce a nascondere l’entusiasmo: “Non posso essere Albert Einstein o Usain Bolt, ma anche loro non possono essere me. Nel mio campo, dove sono il più forte, volevo battere tutti i record e mostrare cosa fosse possibile per l’umanità”. Suo fratello maggiore considerava la sua scelta così assurda che non si sono parlati per tre mesi.

Dal menù fusion giapponese-latinoamericano ordiniamo wagyu gyoza, samba rolls e nigiri di tonno. Purja sembra poco interessato al cibo ma accetta altro champagne offerto dal cameriere. Non aveva mai bevuto prima dei 26 anni, quando ha festeggiato per essere entrato negli Sbs, e a volte sembra che stia recuperando il tempo perduto. Dopo aver scalato l’Annapurna e il Dhaulagiri, le prime due cime previste dal Project possible, Purja e la sua squadra di sherpa sono tornati a Kathmandu, hanno festeggiato tutta la notte e poi all’alba sono volati in elicottero al campo base del Kanchenjunga, il loro obiettivo successivo.

Gli scalatori in genere passano la notte in quattro campi sul Kanchenjunga prima di cercare di raggiungere la vetta. Purja e la sua squadra hanno fatto colazione al campo base e poi sono partiti direttamente per la cima. “Ha scalato il Kanchenjunga in una sola volta dal campo base alla cima con i postumi di una sbornia? Non so cosa pensare. È assurdo”, ha detto il famoso scalatore statunitense Jimmy Chin.

A sentir parlare Purja, arrampicarsi sull’Himalaya è un gioco da ragazzi, ma tre alpinisti di altre spedizioni sono morti sul Kanchenjunga proprio quella notte (Purja ha dato il proprio ossigeno a uno di loro a 8.450 metri, e più tardi ha aiutato un altro scalatore in difficoltà a mettersi in salvo). Poco dopo, salendo sulla cima del Lhotse, è passato accanto ad altri tre cadaveri congelati.

Un pianto sull’autostrada

Purja non ha mai paura della morte quando scala. Il suo atteggiamento verso il rischio è probabilmente influenzato dagli anni passati nelle zone di guerra. Durante una missione in Afghanistan era sdraiato a faccia in giù su un tetto, quando è stato colpito e scaraventato a terra. Un cecchino aveva mirato al suo collo, ma il proiettile ha colpito il calcio della sua pistola. “Un paio di centimetri più in là e sarei morto”. Ci è voluto molto per riprenderti? “No, ho continuato a combattere”. Le montagne possono essere pericolose, ma almeno lì nessuno cerca di spararti.

In realtà il momento più difficile per lui è arrivato poco dopo il ritorno alla vita civile. Era stressato dal pendolarismo tra la sua casa nell’Hampshire e Londra, dove andava per raccogliere fondi mentre cercava di far decollare il Project possible, senza successo. A causa dello stress gli è venuto il mal di testa e un tic agli occhi. “Un giorno ero sull’autostrada M3 e piangevo”, dice. “Quando t’impegni tanto e non succede niente, è dura”.

Alla fine ha dovuto ipotecare la casa, una cosa che comunque gli ha fornito solo il 15 per cento del budget necessario. Gli sponsor pensavano che il progetto fosse troppo ambizioso. Parlando con i giornalisti all’aeroporto di Kathmandu, dopo aver vinto la sua sfida, Purja ha spiegato perché secondo lui il progetto non è stato sostenuto abbastanza: “Se fosse stato fatto da uno scalatore occidentale o europeo, la notizia avrebbe avuto un’eco dieci volte più grande”.

Da tempo le ombre del colonialismo aleggiano sull’alpinismo himalayano: gli stranieri diventano famosi, mentre i loro aiutanti nepalesi sono trascurati. “Fin dall’inizio siamo sempre stati i più bravi, ma non ci è mai stato riconosciuto il giusto merito”. Parte della sua missione è stata quella di dimostrare che gli scalatori nepalesi sono atleti a pieno titolo, come dimostrato dall’ascesa invernale del K2. Dopo essere arrivati sulla montagna divisi in tre squadre di spedizione, Purja e nove sherpa hanno unito le forze e hanno raggiunto la vetta insieme. Un video condiviso sui social network li mostra mentre si tengono per mano, cantano l’inno nazionale nepalese e raggiungono la vetta insieme, mentre il sole tramonta sul Karakorum dietro di loro.

Biografia

1983 Nasce in Nepal.

2003 Entra nei gurkha, l’unità dell’esercito britannico composta da soldati nepalesi.

2012 Fa il suo primo trekking sull’Everest.

2019 Lascia l’esercito e decide di dedicarsi solo all’alpinismo. A maggio comincia il Project possible, e in 189 giorni scala le quattordici montagne di ottomila metri che ci sono nel mondo.

novembre 2021 Esce su Netflix il documentario 14 vette. Scalate ai limiti del possibile, che racconta la sua impresa.


Non so se è l’effetto dell’altitudine del trentanovesimo piano, dei miei antidolorifici o del suo jet lag, ma mentre ci scoliamo il secondo bicchiere di champagne nell’aria aleggia una notevole cordialità. Purja mi dà spesso il cinque, chiamandomi sempre fratello e ridendo molto. Su Instagram il suo costante ottimismo può passare per spavalderia. Di persona invece sembra genuino, fanciullesco e fa quasi tenerezza. Il mio cinismo evapora.

Purja però dimostra anche una certa vulnerabilità. Spesso insiste sul fatto che “non deve dimostrare niente a nessuno”, ma al tempo stesso non resiste alla tentazione dirmi che è arrivato primo al corso per diventare imbianchino. Ogni tanto parla dei suoi detrattori. Alcuni hanno sminuito il suo record di velocità perché usava l’ossigeno, una squadra di sherpa ed elicotteri per correre tra i campi base.

Diversi alpinisti più anziani hanno suggerito che avrebbe fatto meglio a usare il suo talento per trovare nuovi percorsi mai battuti prima, piuttosto che fare di corsa quelli noti. Una foto che ha scattato, e che mostra una folla in coda al Gradino Hillary dell’Everest, è stata ripresa dai mezzi d’informazione di tutto il mondo e ha spinto alcuni a denunciare gli eccessi del turismo. “Se ne stanno seduti nelle loro belle casette e criticano quelli che invece scalano le cime più alte?”, dice Purja.

Forse è normale che Purja sia criticato, visto che ha sconvolto le regole dell’alpinismo mondiale. Chi in precedenza aveva scritto libri e tenuto conferenze per il fatto di aver scalato una cima da ottomila metri adesso farà più fatica a monetizzare le sue imprese. “Ecco perché tutti mi odiano!”, dice ridendo. Purja non ha certo l’aspetto dell’alpinista tradizionale. Porta sempre il cappellino da baseball e ha creato una sua marca di magliette e felpe con il cappuccio, alcune delle quali riportano i suoi slogan motivazionali: “La rinuncia non fa parte del mio dna!”. Sulla schiena ha un enorme tatuaggio con le cime dell’Himalaya. A un certo punto del film lo si vede in mare, all’alba, mentre nuota nudo tra le onde nel Dorset.

Questa personalità da eroe dei film d’azione potrebbe scandalizzare le anime più riservate e cerebrali dell’alpinismo. Ma dal punto di vista della popolarità funziona: su Instagram Purja ha più di un milione di follower, Reinhold Messner circa 127mila.

È probabile che il film aumenti molto la sua popolarità. Ha sponsor importanti ed è invitato a tenere discorsi negli eventi aziendali, ma per il momento il suo obiettivo principale è far crescere la sua azienda, la Elite Exped, che si occupa di viaggi in alta quota.

Modelle in vetta

Ormai Purja è un cittadino britannico, ma non sta quasi mai nell’Hampshire. Nel 2022 passerà più tempo a fare la guida in Nepal, Pakistan, Caucaso e America Latina. In un certo senso la sua azienda sta cambiando le regole del mercato, sfidando l’idea secondo cui i clienti, prima di passare a vette più alte, devono dimostrare il proprio valore sulle cime più basse. “La settimana scorsa sull’Ama Dablam c’erano tre modelle che volevano solo fare trekking fino al campo base, ma poi hanno detto ‘Nims, vogliamo scalare’”. Erano in buona forma ma avevano poca esperienza. “Chi sono io per dire che non possono? Sono stufo della gente che dice che le cose sono impossibili. Le ho preparate per la missione e sono arrivate tutte in cima”.

Il nostro pranzo sta per finire. Un’automobile lo aspetta per portarlo a un paio di appuntamenti, prima della proiezione del film. Ci sarà un’altra anteprima a Kathmandu e poi andrà in Antartide, a guidare i suoi clienti sul monte Vinson. Mi fermo a pagare il conto e a godermi la vista dall’alto ancora per un po’. In fondo, se le modelle possono farlo, forse non è troppo tardi per realizzare la mia fantasia di scalare l’Himalaya. Poi mi alzo, faccio una smorfia e mi ricordo del mio appuntamento con il chiropratico. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati