Una cuccetta di lusso su un superyacht potrebbe sembrare un buon posto per rilassarsi. Ma il pubblico del cinema avrà idee diverse sul fascino di questo tipo di crociera privata dopo aver visto Triangle of sadness, il film di Ruben Östlund vincitore della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes (in uscita il 27 ottobre). Una scena cruda, che mostra in abbondanza il vomito e la diarrea di passeggeri ricchi, ha suscitato applausi e grida di giubilo del pubblico alla prima in Costa Azzurra, e poi a settembre al festival di Toronto.

Simili esplosioni di gioia anarchica si sono viste anche nella sala di un teatro londinese nel corso della prima rappresentazione di The snail house, la nuova commedia di Richard Eyre, quando l’attrice che interpreta una povera cameriera irlandese ha pronunciato un enfatico “vaffanculo!” di commiato ai ricchi e arroganti ospiti di una cena di gala.

Orrore e rabbia

Il film di Östlund e l’opera di Eyre sono esempi del gradimento crescente mostrato dal pubblico per gli attacchi rabbiosi al privilegio e alla ricchezza. Descrivere la vita glamour e l’agio di un ricco “cattivo” in una sceneggiatura o in un copione non è più solo la premessa della demistificazione che arriverà in seguito, ma il preludio di un attacco violento, o magari fatale, all’ordine sociale.

Altri due film recenti – The forgiven con Jessica Chastain e Ralph Fiennes nei panni di ricchi viaggiatori in Marocco, e I came by, un thriller di Netflix con Hugh Bonneville nel ruolo di un filantropo londinese – esplorano questo terreno di ribellione. In entrambi i benestanti si rivelano insensibili, edonistici e indifferenti. E, nel caso del personaggio di sir Hector Blake, interpretato da Bonneville, molto pericolosi.

“C’è una dimensione fisica e d’orrore in queste storie, che viene usata per scagliarsi contro i ricchi e che si nutre della rabbia accumulata nei confronti dell’ordine costituito”, spiega Jason Solomons, produttore cinematografico e animatore di trasmissioni tv dedicate al cinema. “Credo che gli autori percepiscano il livello di rabbia e insoddisfazione che esiste nel mondo, la frustrazione di chi fatica a guadagnarsi da vivere, e offrono al pubblico il piacere di una catarsi”.

A Toronto è stato presentato anche l’horror Nanny, con Anna Diop nel ruolo di una senegalese che lavora per una coppia borghese di New York, ma che preferirebbe stare con suo figlio. E la britannica Florence Pugh sarà presto protagonista (e produttrice) dell’adattamento del best seller di Nita Prose, La cameriera: Molly, una ragazza che lavora in un hotel di lusso, scopre gli abissi omicidi della vita a cinque stelle. “La mia libertà è la mia uniforme. È il mantello dell’invisibilità per eccellenza”, dice Molly nel romanzo, mentre percorre i corridoi alla ricerca di un assassino.

Triangle of sadness Triangle of sadness (Xenix Filmdistribution GmbH)

Visto il successo mondiale di Parasite e i premi raccolti dalle serie tv Squid game e The white lotus, quest’ultima ambientata in un resort di lusso, è evidente l’appetito globale per la denuncia e la satira degli enormi divari in termini di ricchezza e status sociali. Entrambe le serie si concentrano sulla disperazione di chi lavora al servizio dei ricchi.

Lo yacht maledetto di Triangle of sadness è pieno di figure dell’élite. Per esempio ci sono un oligarca russo, che naviga insieme alla moglie e all’amante, o un anziano mercante di armi britannico accompagnato dalla moglie. Il capitano della nave, Woody Harrelson, darà accidentalmente il via alla “rivoluzione” e Östlund, autore di Forza maggiore e di The square (con cui ha vinto la sua prima Palma d’oro nel 2017), finisce per cedere il potere a una delle donne delle pulizie, Abigail, interpretata da Dolly de Leon, in una trama che riecheggia una lunga tradizione di favole con la morale, in cui gli oppressi si vendicano degli oppressori.

Triangle of sadness, come Parasite, ribalta il potere delle classi livellandole. “È una strategia popolare, che spesso ricorre ad azioni fisiche, corporee o alla violenza”, ha detto Solomons, che sta producendo un film basato su A waiter in Paris di Edward Chisholm, un libro che esamina tra le altre cose le diverse gradazioni di classe. “Assistiamo a storie in cui il denaro è ridotto a spreco. Il pubblico del cinema, ovviamente, si ritrova sospeso tra ricchi e poveri. Per alcuni sarà una visione scomoda: probabilmente l’intento di alcuni registi è épater les bourgeois, provocare i borghesi, come dicono i francesi. Dopotutto, tutti noi ci sentiamo in colpa per queste divisioni, indipendentemente dalla nostra posizione personale”.

Sopra e sotto

La regista Jessica M. Thompson porta invece la lotta di classe nel regno dell’orrore con The invitation. Il film è una storia di vampiri in cui una donna statunitense è invitata a un matrimonio nella campagna britannica dal signore di un castello, che sostiene di essere un suo parente. Sentendosi fuori posto in un ambiente così sfarzoso, la protagonista scopre ben presto di trovarsi in una casa dove il vino non è l’unico liquido rosso che scorre a fiumi.

Anche in I came by la violenza si trova sotto la superficie, in questo caso letteralmente. Qui il necessario incontro tra gli “ordini inferiori” e l’élite avviene quando un attivista e graffitaro, interpretato da George MacKay, irrompe nell’elegante casa londinese di un ex avvocato scoprendo che nella sua cantina, oltre quello che sembrava un semplice laboratorio di ceramiche, c’è qualcosa di più sinistro.

Come nella tradizione dell’horror, le cantine giocano un ruolo importante in molte di queste trame. In Parasite la porta del seminterrato dietro il deposito di barattoli di sottaceti coreani contiene la chiave dell’oscuro mistero domestico. In I came by la cantina è invece il luogo in cui Bonneville sfoga la sua furia distorta.

The mail house, la prima commedia di cui Eyre è anche autore, dopo tante regie, è stata scritta durante il lockdown e doveva intitolarsi Zero hours. Il dramma è ambientato in una scuola, la sera di un evento organizzato in onore di un rinomato pediatra che è stato nominato baronetto.

Eyre prende di mira il compiacimento di chi ignora deliberatamente la vita della gente comune. E infonde in una giovane adolescente idealista un po’ di zelo rivoluzionario. La diciottenne Sarah cita l’Utopia di Tommaso Moro: “Esaminando dunque e considerando tutte le forme di stato che esistono oggi in qualche luogo, non riesco a trovare, mi è testimone Dio, altro che una congiura di ricchi, i quali, sotto nome e pretesto dello stato, non si occupano che dei propri interessi”.

Potremmo credere di essere sul punto di realizzare un grande cambiamento sociale, dice ancora Sarah, salvo poi sottolineare che queste parole sono state scritte nel 1516. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1483 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati