I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana la giornalista belga Vanja Luksic.

“Un giorno Levi chiese a David: ‘Chi è stato a cominciare la guerra?’. ‘Gli ebrei e i ciclisti’, rispose David. ‘E che c’entrano i ciclisti?’, domandò allora Levi. ‘E che c’entrano gli ebrei?’, rispose David”. Così comincia e finisce Un nome che non è il mio di Nicola Brunialti, con l’umorismo che aiuta a sopravvivere alle peggiori sofferenze. Come quelle del piccolo Janusz, nel ghetto di Varsavia, durante la shoah. Sarà salvato, come tanti bambini ebrei, da Irena Sendler, “la Schindler polacca”. Però dovrà cambiare nome, cognome, famiglia e paese. Diventa un viennese, Rudolf Steiner. Ha 87 anni quando scopre che suo nipote Marcus ha imbrattato i muri della scuola con una svastica e la scritta “puttana ebrea” accanto al nome di una compagna di classe. Non ha mai raccontato niente della sua infanzia ai suoi per risparmiargli un dolore disumano. Ma non può più tacere. Decide di andare in Polonia con Marcus. Là rivive tanti momenti tremendi. Ma scopre anche di avere un rapporto d’amore e un’intesa profonda con il nipote liberato dalla sua ignoranza adolescenziale. L’empatia dell’autore per i suoi personaggi e la sua conoscenza della tragedia che racconta sono così profonde che sembra di leggere un’autobiografia straordinariamente toccante. Soprattutto in questo momento.

Sperling & Kupfer, 400 pagine, 16,90 euro “Un giorno Levi chiese a David: ‘Chi è stato a cominciare la guerra?’. ‘Gli ebrei e i ciclisti’, rispose David. ‘E che c’entrano i ciclisti?’, domandò allora Levi. ‘E che c’entrano gli ebrei?’, rispose David”. Così comincia e finisce Un nome che non è il mio di Nicola Brunialti, con l’umorismo che aiuta a sopravvivere alle peggiori sofferenze. Come quelle del piccolo Janusz, nel ghetto di Varsavia, durante la shoah. Sarà salvato, come tanti bambini ebrei, da Irena Sendler, “la Schindler polacca”. Però dovrà cambiare nome, cognome, famiglia e paese. Diventa un viennese, Rudolf Steiner. Ha 87 anni quando scopre che suo nipote Marcus ha imbrattato i muri della scuola con una svastica e la scritta “puttana ebrea” accanto al nome di una compagna di classe. Non ha mai raccontato niente della sua infanzia ai suoi per risparmiargli un dolore disumano. Ma non può più tacere. Decide di andare in Polonia con Marcus. Là rivive tanti momenti tremendi. Ma scopre anche di avere un rapporto d’amore e un’intesa profonda con il nipote liberato dalla sua ignoranza adolescenziale. L’empatia dell’autore per i suoi personaggi e la sua conoscenza della tragedia che racconta sono così profonde che sembra di leggere un’autobiografia straordinariamente toccante. Soprattutto in questo momento.

Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati