Nella zona di Omoide Yokochō (vicolo del ricordo), l’atmosfera è frizzante. I bar, in questo groviglio di case di legno vicino alla stazione di Shinjuku, sono pieni all’inverosimile e c’è anche chi si siede intorno ai tavolini per strada. Ai banconi si affollano uomini in giacca e cravatta e qualche donna. L’aria è impregnata del fumo di spiedini di carne e gamberi grigliati. La giornata di lavoro è finita e Tokyo è illuminata dalla luce al neon dei cartelloni pubblicitari e da quella rossa delle lanterne appese davanti ai locali. In questo quartiere rumoroso sopravvive un Giappone che ricorda quello uscito dalla seconda guerra mondiale. È proprio il paese che vogliono vedere tre giovani turisti: Carina dalla Svizzera, Ibrahim da Dubai e Logan dagli Stati Uniti. Conquistano l’ultimo tavolo libero nel dehors di un piccolo ristorante.

Omoide Yokochō era una zona di contrabbando, poi hanno cominciato a frequentarla gli impiegati in cerca di svago dopo il lavoro. L’atmosfera rétro e un po’ incantata del quartiere ricorda gli anime del regista Hayao Miyazaki. Prima del covid-19 i locali erano sempre pieni di turisti stranieri, che avevano involontariamente trasformato Omoide Yokochō in una Disney­land. E addio atmosfere esotiche.

Quando i turisti sono scomparsi per la pandemia, la popolazione locale si è riappropriata del suo paradiso. Solo oggi turiste e turisti cominciano a tornare.

“Avrei voluto venire molto prima in Giappone”, racconta Ibrahim. Ha una passione per questo paese fin da piccolo. Come Carina e Logan, anche lui ha visto quasi tutti gli anime più famosi e ha giocato a quasi tutti i videogiochi. I tre elencano i più importanti prodotti culturali giapponesi arrivati all’estero: Kimetsu no Yaiba, un grande successo al botteghino che parla della lotta contro innumerevoli demoni, o il videogioco Bleach: brave souls. Ibrahim, 32 anni, sta visitando il paese dei suoi sogni.

La spinta decisiva

L’isolamento del Giappone durante la pandemia è durato più di quello degli altri paesi del G7. Dall’11 ottobre, però, i turisti stranieri possono entrare nel paese. Devono aver fatto tre dosi di vaccino o un tampone molecolare con esito negativo, fatto non più di settantadue ore prima del volo. Il Giappone ha esitato così a lungo ad aprire i confini perché temeva per la tenuta del sistema sanitario. Avendo una popolazione molto anziana, durante la pandemia i reparti di terapia intensiva si sono riempiti subito, costringendo molti giapponesi a curarsi a casa. Un’altra paura era che i turisti stranieri non avrebbero indossato le mascherine. In Giappone quasi tutti le indossano, non solo su treni e metropolitane, dove è obbligatoria, ma anche all’aperto. Per i giapponesi – una società che attribuisce il massimo valore al rispetto reciproco – la mascherina è diventata una sorta di simbolo. Così dopo la riapertura, le televisioni locali si sono gettate sull’argomento mascherine con allarmismo, seguendo passo passo i primi turisti come se fossero marziani. Molti servizi venivano girati ad Asakusa, quartiere di Tokyo che ospita, circondato da botteghe artigianali e ristoranti, il tempio buddista Sensō-ji e molti hotel. Ma la maggior parte dei turisti ha indossato la mascherina. Così dopo qualche giorno la preoccupazione ha lasciato il posto al sollievo: in tv adesso si mostrano i turisti che fanno shopping. Era da tempo che non si vedeva un cambio dello yen con l’euro e il dollaro così favorevole.

I viaggiatori come Carina, Logan e Ibrahim rappresentano una speranza per il Giappone. Anche loro hanno sempre con sé le mascherine. Il loro consiglio a chi vuole andare in Giappone è di registrarsi online prima della partenza, per passare rapidamente i controlli in aeroporto. Per caricare i certificati vaccinali, il passaporto e riempire i moduli può volerci anche un’ora e mezza, ma atterrati a Tokyo si fa molto prima di chi deve lì compilare a mano tutti i moduli. Superati i controlli si entra in un paese in cui gli effetti della pandemia si sentono ancora. Prima si registravano quasi 32 milioni di ingressi turistici. Il turismo sarebbe dovuto diventare un settore chiave per l’economia giapponese, compensando il declino industriale causato anche dalla delocalizzazione in stati con manodopera a basso costo. Comunque il governo non ha abbandonato l’idea di arrivare entro la fine del decennio a sessanta milioni di ingressi.

La spinta decisiva sarebbe dovuta venire dalle Olimpiadi di Tokyo, ma l’evento si è tenuto nel 2021 nell’assenza quasi completa di spettatori. Molti nuovi alberghi sono rimasti vuoti e alcuni dei vec­chi, tra cui il prestigioso Grand Palace, a Tokyo, hanno chiuso per sempre.

Tra le vittime del crollo economico c’è Minami Munechika, che accoglieva migliaia di turisti sui bus della Hato, i pull­man panoramici giallo canarino a bordo dei quali fare il tour della città. “Molte delle nostre offerte non sono ancora state riattivate”, racconta. “Prima della crisi avevamo 130 pullman attivi, adesso trenta sono fermi”. Molte guide turistiche che parlano inglese e altre lingue straniere hanno dovuto cercarsi altri lavori. In vista delle Olimpiadi anche la Hato aveva aperto un nuovo hotel, sulla Ginza, la via dello shopping di Tokyo. Ma, nonostante la riapertura ai turisti, molte stanze restano vuote. A peggiorare la situazione c’è il fatto che finora non sono tornati i turisti più importanti per il Giappone: i cinesi. Prima della pandemia i cinesi visitavano il paese e compravano vestiti e dispositivi elettronici ma, a causa delle misure rigide adottate da Pechino, la loro presenza si è ridotta di molto.

Gli operatori turistici di Tokyo si accontentano di riempire di visitatori le loro attrazioni principali: il nuovo mercato del pesce, dove ormai i venditori si possono osservare solo attraverso un vetro; il museo teamLab Planets, dove si esplora senza scarpe un labirinto di opere d’arte digitali; e lo Skytree, la torre della televisione il cui scheletro d’acciaio si staglia nel cielo della capitale a 634 metri d’altezza. Davanti agli ascensori c’è la fila dalle dieci del mattino. A visitare lo Skytree sono soprattutto scolaresche e gruppi di pensionati giapponesi. Gli stranieri si contano ancora sulle dita di una mano. Luciano e Diego, peruviani, sono tra i pochi che dalla piattaforma in vetro osservano il mare di case di Tokyo. Suonano in una band che si sta esibendo in Giappone, Luciano il sassofono e Diego la batteria. Il giorno prima sono stati a Dis­neyland Tokyo. “Non c’era ressa, la situazione era tranquilla”, racconta Diego, “ma ovviamente bisognava indossare la mascherina”. Adesso scrutano l’orizzonte alla ricerca del monte Fuji. Nella nebbia, la montagna sacra si riesce solo a intravedere.

Un altro passaggio obbligato è Shibuya, il quartiere dello shopping e del divertimento, con le famose strisce pedonali diagonali che consentono di attraversare la strada in tutte le direzioni. Il via vai della folla che si adatta al ritmo dei semafori si può comodamente osservare dai caffè che contornano l’incrocio. C’è L’Occitane, che appartiene all’omonimo marchio di profumi francese. Dall’aspetto dei piatti sembra che i pasticceri giapponesi abbiano raffinato l’estetica. Un parfait mela e castagna costa 1.480 yen (dieci euro).

Un mondo rosa

Ad Akihabara, quartiere amato dai fan di manga e anime, a richiamare visitatori sono locali d’altro tipo: i maid café (le caffetterie a tema). Tra i più noti c’è il Maidreamin. “Go-Shujin-sama irashaimase (benvenuto padrone)”, esclamano le cameriere Aya e Sekai all’indirizzo dei nuovi arrivati. Aya indossa una divisa rossa e bianca, Sekai invece una bianca e blu. Sembrano uscite da un manga sull’aristocrazia francese.

Il locale è tutto rosa, dalle pareti alle tende, fino ai palloncini attaccati al soffitto. Aya ci spiega le regole del locale: “Se ordina qualcosa, padrone, deve dire ‘miau’”. Poi bisogna alzare entrambe le braccia, proprio come un gatto alza le zampe. Aya ci porta anche un passaporto rosa, che viene rilasciato a tutti i clienti: “Qui non siete in Giappone: state entrando nel paese dei sogni”. Si dice che i maid café siano frequentati da nerd e da uomini poco socievoli, che verrebbero qui per le cameriere in divisa, spesso giovanissime. Può darsi, ma tra i clienti ci sono anche ragazze giapponesi.

Secondo Aya, “prima del covid c’erano molti turisti stranieri, tra cui tante coppie”. Ma ora la maggioranza è composta da giapponesi. Ci vorrà ancora un po’ prima che nel paese dei sogni il turismo torni a pieno regime. ◆sk

Questo articolo è uscito sul numero 1494 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati