Contestato il sindaco di Roma a Tor Sapienza

Nel quartiere romano il 12 novembre gli abitanti hanno attaccato il centro per i rifugiati di via Morandi. La visita di Ignazio Marino nel quartiere non accorcia le distanze tra le istituzioni e le periferie

Il contagio delle periferie di Roma

13 novembre 2014 15:02

Il contagio è un romanzo del 2008 di Walter Siti, pubblicato da Mondadori, che racconta la trasformazione delle periferie romane. Eccone un brano.

Mai chiamarle “borgate” di fronte agli assessori, ricordarsi che sono “periferie”. Ti impongono anticamere moderate, sono affabili, si scusano: illustrano con legittimo orgoglio le realizzazioni raggiunte, mascherano le diffidenze, reclamizzano i risultati di integrazione. I poli di sviluppo, i parchi pubblici ricavati dai sequestri alla criminalità organizzata; gli abbattimenti degli ecomostri, i centri anziani, i teatri decentrati, le antiche fabbriche di birra o i vecchi pastifici trasformati in laboratori multifunzionali; case della musica, serre creative, archivi dell’immagine. Ti regalano il loro atlante (ora anche in rete), strumento del rapporto paritetico e bilaterale fra gli amministratori e i cittadini, con le sue legende, i toponimi, gli indicatori di qualità urbana e i piani attuativi. Ma i Municipi sono ritagliati a spicchio, dal centro, come le fette di una torta: ogni Municipio comprende sia zone centrali che periferiche, nessuno è esclusivamente periferia; quindi, anche ai fini statistici, i dati delle borgate sono nebulizzati, shakerati, confusi nei dati generali del Municipio. Delle borgate restano appunto i toponimi, scritti in giallo: Pietralata, Fidene, Torre Angela, Finocchio.

Anche i preti preferiscono parlare di “parrocchie” o di “settori diocesani”, e i borgatari stessi insorgono: “Borgatara ce sarà tu’ sorella” o, variante, “In borgata ce stanno li rumeni”. Il che è anche vero, in parte, ed è frutto di uno slittamento semantico, oltre che visivo: “borgata” negli anni cinquanta voleva dire baracche, fango, i famosi “borghetti” di lamiere incistati sotto gli archi degli acquedotti classici. Queste cose non sono scomparse, sono solo slittate più in là, nelle lacune della memoria urbana; al posto degli acquedotti ci sono i ponti sul Tevere e sull’Aniene, o i sottopassi del raccordo anulare. Lì sì che ci vivono gli extracomunitari ultimi arrivati e i più miserabili tra i sans-papiers; pareti tirate su alla meglio con tavoli da ping-pong, tramezzi di eternit, bottiglie di vetro saldate col cemento; frigoriferi senza attacco usati come dispensa, sacchetti dell’Ama appesi ai rami a fungere da armadi. Gli italiani (rarissimi) che si incontrano sembrano di passaggio, o in una corsia d’ospedale: un cuoco sardo che ha perso il lavoro e non potendo più pagare l’affitto a Tor Tre Teste s’è accampato provvisoriamente sotto la Cassia; un pugliese che si dichiara amico di Scamarcio e ha avuto da lui concrete promesse per il cinema; un calabrese in dialisi, che una mattina sì e una no si lava in un bar per fare la terapia al Pertini (”O ce va, o se ne va”).

Per il resto, gli extracomunitari si dividono in due categorie: 1) gli integrati o in via di integrazione, operai sindacalizzati per lo più e negozianti con famiglia (cinesi, indiani), che stanno infiltrandosi in periferia o anche nelle zone centrali (Colle Oppio, piazza Vittorio) come un allagamento dolce e inesorabile (quando non abitano decisamente fuori Roma, nei paesi da Monterotondo a Palestrina, ed escludendo filippini e capoverdiane che vivono “coi signori” all’Olgiata e alla Camilluccia); 2) i meno o per nulla integrati, i giornalieri edili scelti dai caporali, gli arrivati senza donne che si ammassano in gruppi (africani o europei dell’est), spesso ubriachi e in odore di microcriminalità (”Con loro c’è da esse razzisti”), occupando in borgata i palazzi più degradati, facendone dei bunker e spesso lasciandoli sporchi, scrostati, affumicati – ghetti nei ghetti, oggetto di riprovazione da parte degli italiani che li giudicano da due strade di distanza, divisi da un montarozzo (”Da noi se dà molta importanza all’estetica, ce tenemo a comparì”).

La parola “borgata” ritorna, sulla bocca dei suoi abitanti, quando vogliono lamentarsi delle loro condizioni e denunciare l’abbandono: “So’ tanti che vengono a fà ricerche sulle borgate, e io je dico sempre famo a cambio… si volete capì qualcosa delle borgate, ce venite a stà du’ anni e io me trasferisco a casa vostra”. La usano per giustificare col contesto una loro scarsa riuscita: “La nostra è stata la prima casa vicino al carcere, costruita con tanti sacrifici… mia sorella nun c’è voluta stà, ha sposato apposta pe’ poté andà a piazza Bologna… due figlie adesso so’ laureate, si restava in borgata le fije sue nun studiaveno”. I delinquenti sono sempre quelli dell’appartamento di fronte, o dei casamenti vicini, con uno snobismo stupefacente: “Magari in via dell’Archeologia ci andate domani, co’ un bel sole… adesso no, manco si ve portate Sansone, de notte er cane pure pò passà un brutto quarto d’ora”. I più consapevoli non negano il carattere contagioso dell’illegalità (”Semo tutti onesti a responsabilità limitata… è come ’no yo-yo, un momento sei legale e un momento nun lo sei”); parecchi raccontano di un rifiuto iniziale, arrivando bambini da Foggia o da Avezzano: “La sera che so’ arivato, ar buio… tra i sei e i sette, pe’ un anno me so’ ribellato… er palazzo era come un serpente grigio de lastroni, ’na mano de tinta nun avrebbe fatto un soldo de danno, che me frega si era er progetto dell’architetto, questa è la mia opinione personale”.

I più negativi, quelli che fanno confronti, sono i deportati dal Centro, i monticiani o gli ex di Borgo Pio; non riescono mai a adattarsi del tutto, si concedono pellegrinaggi nelle vecchie zone, se hanno figli se li portano dietro, costringendoli a ore di autobus: “Perché te credi che faccio la donna de servizio? Qualche altro lavoro m’era capitato, ma così ’e zone belle ’e frequento comunque, e Samantha cià l’amici a via del Mascherino… in Centro pòi trovà le borgate, ma in borgata er Centro nun ce lo trovi”. Gli autoctoni invece, o i troppo orgogliosi per ammettere l’inferiorità, vantano una sedicente sincerità delle borgate (”Co’ tutti i difetti, qua la gente nun è finta; magara fanno le peggio azioni però nun se nascondono, impareno a mostrà la faccia… qua un pischello de tredici anni è già n’òmo che deve da rende conto de l’azioni sua”). “Borgata” diventa allora un nome di solidarietà: “Mamma borgata t’ha parato er culo” dicono se riconoscono uno stradarolo (uno che beve il cappuccio al loro bar o che faceva le pinne col motorino sul piazzale della loro scuola) in una situazione di antagonismo violento, politico o sportivo o carcerario. E scatta la nostalgia per quando tutto non era imbastardito come adesso: quando ci si salutava per le scale e si lasciavano le porte aperte: “Via del Peperino era chiamata via del Corso perché era piena de negozietti, ora Panorama l’ha fatti chiude… qua i giovani ancora emigrano in Arabia Saudita… la gente se sbarra in casa, nun se parla più… c’era er Catena, che si je dicevo me serve un paio de pantaloni ma nun te posso pagà, me risponneva che problema c’è, pijali che me paghi quanno stai ingranato… a via Affogalasino s’andava a pomicià, mo’ si t’azzardi te falciano co’ i motori… se faceva ’e scampagnate a Pasquetta tutti insieme… c’erano pure i ladri, ma annaveno a rubà ai Parioli”.

Il nome “borgata” fu usato la prima volta nel 1924, per Acilia: definita, da un urbanista dell’epoca, “un pezzo di città in mezzo alla campagna, che non è realmente né l’una né l’altra cosa”. Anche prima del fascismo, fin dai tempi successivi a Porta Pia, gli operai che stavano ampliando la città non erano desiderati nella città stessa: “La presenza di grandi masse operaie” scrive Quintino Sella “nel cuore di un equilibrio di poteri a tal punto delicato, non sarebbe opportuna”. Così le borgate nascono come brandelli di città isolati in piena campagna: chiusi in se stessi, con comunicazioni difficili e non autosufficienti. Le borgate non sono mai contigue, in mezzo c’è sempre un vuoto non organizzato; vengono costruite nelle bassure per ragioni speculative, spesso vicino a cave di tufo o pozzolana; là dove i terreni costano meno, negli appezzamenti di minor valore dei latifondi nobiliari. La collocazione “in basso” (nelle zone che sono poi anche le più malsane) è funzionale al decoro della città: chi vi arriva in auto dalle consolari, o in treno, le borgate non le vede. “Le famiglie di irregolare composizione” raccomanda nel 1925 Filippo Cremonesi, primo governatore di Roma “e di precedenti morali non buoni, potrebbero essere trasferite su terreni di proprietà del Governatorato, siti in aperta campagna e non visibili dalle grandi arterie stradali.” La necessità di controllare questi covi di potenziali delinquenti spiega perché molte borgate siano costruite in prossimità di fortini militari (Forte Bravetta, Forte Boccea, Forte Braschi, Forte Prenestino), che le dominano come sentinelle.

Walter Siti è un critico letterario, saggista e scrittore italiano. Il suo libro più recente è Exit strategy (Rizzoli 2014).

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