19 marzo 2015 15:13
Barack Obama parla con Benjamin Netanyahu nel portico sud della Casa Bianca a Washington, il 18 maggio 2009. (Lawrence Jackson, Casa Bianca/Flickr)

Uno dei primi commenti della Casa Bianca dopo il voto in Israele rende l’idea dello stato dei rapporti tra l’amministrazione Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nel pomeriggio di mercoledì il capo ufficio stampa della Casa Bianca Josh Earnest ha reagito con allarme all’appello fatto il giorno del voto da Netanyahu ai cittadini ebrei di andare a votare, perché “gli arabi stavano andando a votare in massa”: “L’amministrazione Obama è molto preoccupata per l’uso di una retorica che crea divisioni in Israele, e che potrebbe emarginare i cittadini arabi israeliani. Questo tipo di linguaggio è contrario ai valori e agli ideali democratici che (…) sono una parte importante di ciò che lega gli Stati Uniti e Israele”.

E per chiarire il punto di fondo di dissenso, Earnest ha aggiunto che da vent’anni per gli Stati Uniti “la soluzione dei due stati è il modo per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi”, che Washington continua a crederci e che le dichiarazioni di Netanyahu su questo tema spingono gli Stati Uniti a “rivalutare la loro posizione”.

“La vittoria di Benjamin Netanyahu alle elezioni politiche è stata accolta con freddezza a Washington”, scrive Le Monde. Ma i rapporti tra la Casa Bianca e il premier israeliano non sono mai stati buoni, anche se si sono particolarmente rovinati negli ultimi mesi. Già nel suo primo mandato Obama voleva imprimere una svolta alla questione palestinese, e ha ritenuto Netanyahu colpevole di averlo ostacolato. La questione del nucleare iraniano ha accentuato le diffidenze, fino alle recenti dichiarazioni del premier israeliano sul rifiuto di uno stato palestinese.

Arrivati al potere con qualche settimana di scarto nel 2009, i due leader non si sono mai capiti, nonostante i rapporti strettissimi al livello militare, politico e affettivo tra i due paesi, scrive il quotidiano francese. Che ricostruisce le tensioni degli ultimi sei anni con una cronologia.

21 gennaio 2009 Barack Obama diventa ufficialmente presidente degli Stati Uniti. Il nuovo presidente dimostra tutto il suo interesse per la questione palestinese facendo una delle prime telefonate ufficiali al capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Una delle sue prime decisioni è nominare l’ex senatore George Mitchell inviato speciale per il Medio Oriente. Mitchell era uno degli autori di un rapporto internazionale sulle cause della seconda Intifada, che raccomanda il congelamento della colonizzazione israeliana nei Territori occupati palestinesi.

10 febbraio 2009 Anche se è arrivato secondo alle elezioni politiche, Benjamin Netanyahu è incaricato dal presidente Shimon Peres di formare il governo. La lista centrista arrivata prima e guidata da Tzipi Livni non è in grado di avere la maggioranza alla Knesset.

18 maggio 2009 Obama riceve per la prima volta Netanyahu alla Casa Bianca.

4 giugno 2009 Al Cairo, in un discorso destinato a riconciliare gli Stati Uniti e il mondo arabo-musulmano dopo l’invasione dell’Iraq, Obama riafferma la soluzione dei due stati per risolvere il problema palestinese e raccomanda una moratoria sulla colonizzazione israeliana.

14 giugno 2009 In un discorso al Begin Sadat center for strategic studies, dell’università Bar Ilan in Israele, Netanyahu – su pressione di Washington – parla per la prima volta della creazione di uno stato palestinese, ma nel rispetto di alcune condizioni (riconoscimento di Israele come stato ebraico, smilitarizzazione, rifiuto di una divisione di Gerusalemme).

25 novembre 2009 Washington ottiene un blocco di dieci mesi della colonizzazione – tranne a Gerusalemme Est – per rilanciare i negoziati tra israeliani e palestinesi.

9 marzo 2010 Il giorno stesso dell’arrivo del vicepresidente degli Stati Uniti per una visita in Israele, vengono annunciate nuove costruzioni a Gerusalemme Est.

23 marzo 2010 Discussioni tese tra il primo ministro israeliano e il presidente statunitense alla Casa Bianca.

2 settembre 2010 Riapertura ufficiale a Washington dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Gli Stati Uniti cercano invano di ottenere un prolungamento del blocco della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati.

23 settembre 2010 Nel corso dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, Obama dichiara possibile la creazione di uno stato palestinese entro la riunione dell’assemblea generale del 2011.

26 settembre 2010 Al termine della moratoria, Israele decide di riprendere la colonizzazione nei territori palestinesi.

13 maggio 2011 Dimissioni di George Mitchell dal suo incarico di inviato speciale per il Medio Oriente.

4 novembre 2011 In una discussione informale rubata da un microfono rimasto aperto durante il G20 organizzato a Cannes, il presidente francese Nicolas Sarkozy dice a Obama che Netanyahu è “un bugiardo”. “Lo dici a me? Io devo trattare con lui tutti i giorni”, si lamenta il presidente statunitense.

4 novembre 2012 Obama è rieletto presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale Netanyahu ha preso pubblicamente posizione per il suo avversario repubblicano, Mitt Romney.

21 gennaio 2013 Obama comincia il suo secondo mandato e affida la questione palestinese al segretario di stato John Kerry. Il 22 gennaio Netanyahu vince le elezioni anticipate in Israele.

19 luglio 2013 Kerry annuncia la ripresa dei negoziati israelo-palestinesi.

24 aprile 2014 Il segretario di stato riconosce il fallimento della sua iniziativa.

28 ottobre 2014 La rivista statunitense The Atlantic pubblica un’inchiesta sul fallimento degli ultimi negoziati e cita senza identificarlo un responsabile dell’amministrazione americana che definisce Netanyahu una “donnicciola”.

3 marzo 2015 Senza consultare la Casa Bianca, Netanyahu è invitato da John Boehner, leader repubblicano alla camera dei rappresentanti, per parlare di fronte al congresso degli Stati Uniti dei negoziati tra le grandi potenze e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Il primo ministro israeliano critica duramente la strategia diplomatica dell’amministrazione Obama.

16 marzo 2015 Netanyahu esclude la creazione di uno stato palestinese in caso di rielezione.

18 marzo 2015 La Casa Bianca reagisce freddamente alla vittoria del partito guidato dal primo ministro, riafferma il suo attaccamento alla soluzione dei due stati e critica le affermazioni xenofobe fatte da Netanyahu il giorno delle elezioni contro la minoranza araba del paese.