Soldati turchi a un posto di blocco a Diyarbakir, il 26 luglio 2015.

È finita la tregua tra Ankara e i curdi

Soldati turchi a un posto di blocco a Diyarbakir, il 26 luglio 2015.
27 luglio 2015 17:20

Appena un giorno dopo aver deciso di attaccare i jihadisti del gruppo Stato islamico, la Turchia ha lanciato un’offensiva contro i suoi vecchi nemici del Partito curdo dei lavoratori (Pkk).

Il Pkk combatte da decenni per ottenere l’autonomia dei curdi in Turchia, ma negli ultimi due anni aveva rispettato un provvisorio cessate il fuoco mentre il suo leader Abdullah Öcalan negoziava dal carcere un accordo di pace con il governo. Il primo a rompere il cessate il fuoco è stato il Pkk, che ha ucciso quattro poliziotti turchi la scorsa settimana. Il 25 luglio gli aerei militari turchi hanno risposto bombardando alcuni campi del Pkk in Iraq. Il Pkk ha riattaccato a sua volta il giorno successivo con un attentato contro un convoglio militare turco nella città di Lice, nell’est del paese, in cui sono morti due soldati, secondo fonti dell’esercito.

I combattimenti hanno definitivamente rotto il cessate il fuoco tra il governo e il Pkk. Hanno anche raffreddato il recente entusiasmo della Turchia per la partecipazione alle operazioni militari guidate dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico.

Gli Stati Uniti considerano il Pkk un’organizzazione terroristica ma sostengono i combattenti curdi della Siria noti come Unità di protezione del popolo (Ypg) che sono stretti alleati di Washington, e hanno cominciato a istituire dei distretti a guida curda nei territori liberati in Siria. Può darsi che la Turchia sia sincera quando afferma di affiancare gli Stati Uniti perché vuole combattere lo Stato islamico, ma gli ultimi attacchi dimostrano che Ankara vuole pure limitare il crescente potere che i curdi stanno acquisendo grazie a tale campagna.

L’obiettivo di Erdoğan

La Turchia, chiaramente, si muove spinta da fattori politici interni. Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) del presidente Erdoğan è rimasto al potere anche se il 7 giugno, alle elezioni politiche ha perso la maggioranza. E nelle stesse elezioni, per la prima volta, il filocurdo Partito democratico dei popoli (Hdp) ha superato la soglia di sbarramento del 10 per cento necessaria per essere rappresentato in parlamento. L’Akp non ha voluto accettare i compromessi necessari per formare un governo di coalizione e non è escluso che Erdoğan indica le elezioni anticipate per il prossimo autunno. Durante il suo lungo mandato da primo ministro, Erdoğan aveva mantenuto un approccio pragmatico sulla questione curda, per poi adottare un orientamento nazionalista ostile ai curdi dopo essere stato eletto presidente nel 2014.

Diversi osservatori ritengono che il governo abbia approfittato dell’occasione per attaccare il Pkk e alimentare l’ostilità verso i curdi, in modo che in caso di elezioni l’Hdp ottenga meno del 10 per cento dei voti.

L’Akp forse potrebbe conquistare una maggioranza schiacciante in parlamento, sufficiente per permettere a Erdoğan di realizzare il suo personale obiettivo di cambiare la costituzione e trasformare la Turchia in un regime presidenziale.

Gli Stati Uniti non vedono di buon occhio la nuova campagna della Turchia contro i curdi poiché temono che indebolisca gli sforzi contro lo Stato islamico. Erdoğan sostiene ancora di voler fare la pace con i curdi. Ma visto il sostegno di cui gode il Pkk tra i curdi in Turchia, bombardare i suoi campi militari non sembra il modo più efficace per raggiungere un simile obiettivo.

Questo articolo è uscito sul settimanale The Economist. Traduzione di Federico Ferrone.

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