Lo storico negozio di dischi Data Records a Firenze, maggio 2012. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)

Il futuro degli album è nel nuovo rapporto tra musicisti e fan

Lo storico negozio di dischi Data Records a Firenze, maggio 2012. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)
16 febbraio 2016 16:59

Spesso i giornali lamentano la morte dell’album come oggetto fisico per colpa dei servizi di streaming musicale. Perché prendersi la briga di comprare un cd, un vinile o un album intero scaricato da internet quando puoi scegliere i brani uno a uno oppure ascoltarli gratis online?

L’ultimo album di Adele, 25, ha venduto 5,98 milioni di copie nel primo mese, ma non era disponibile sui servizi di streaming come Apple music e Spotify. In confronto, nel 1991 il quinto album registrato in studio dai Red Hot Chili Peppers, Blood Sugar Sex Magik, ha venduto 13 milioni di copie.

Eppure l’industria musicale continua a realizzare album, sia nelle produzioni di fascia alta e media, sia tra le etichette indipendenti. Gli album sono dichiarazioni artistiche e creano una mole di lavoro di cui i musicisti possono andare fieri, e intorno a cui si può costruire un tour.

Spotify ha dimostrato che dal punto di vista economico per un artista vale ancora la pena di produrre un album, anche se il servizio paga ai detentori dei diritti la somma apparentemente misera di 0,006 o 0,0084 dollari per ogni brano trasmesso. Nel 2013 Spotify ha stimato che i diritti pagati ogni mese per un album indie di nicchia superavano i 3mila dollari, arrivando a 17mila per un album rock e a 145mila per uno dei primi dieci dischi più venduti. Gli album che hanno più successo a livello globale possono fruttare circa 400mila dollari.

I fan più accaniti si sentono parte di una tribù e comprano il disco per ricordare un momento della loro vita

I fan che preferiscono un album completo alle singole canzoni sono pochi, ma ancora esistono. Spesso hanno più di trent’anni e, un po’ nostalgici, preferiscono avere qualcosa da tenere in mano e da guardare oltre che da ascoltare.

Per Benji Rogers, amministratore delegato della piattaforma di crowdfunding PledgeMusic, “l’album ha ancora senso per molte persone. I fan più accaniti si sentono parte di una tribù e comprano il disco per ricordare un momento della loro vita. Vogliono poter dire: io c’ero, ero lì quando eravamo ancora in pochi”. Lì, in questo caso, può voler dire non solo al concerto, ma anche nel momento in cui la carriera di una band è stata immortalata in un album.

Queste tribù sono fedeli e pronte a mettere mano al portafoglio per sostenere le band che adorano. Gli ultimi tre album dei Jubilee Riots, una band rock canadese, sono stati prodotti grazie al crowdfunding, e alcuni dei loro brani più recenti sono basati sulle storie inviate dai follower del gruppo.

La primavera scorsa i fan dei Megadeth, una band thrash metal statunitense, si sono impegnati a versare una somma per portare a termine la produzione del quindicesimo album del gruppo. I sostenitori hanno ricevuto in cambio lezioni di chitarra tenute dalla band e inviti allo studio durante la registrazione.

Band dal vivo

Ormai i musicisti sono capaci di sfruttare la forza di internet per promuovere i loro album. I We Are The City, un trio di Vancouver che suona rock progressive, ha usato il suo sito per trasmettere uno streaming live in modo da coinvolgere il pubblico e creare attesa intorno al nuovo album prima del lancio. La registrazione è stata trasmessa per intero dal vivo, per più di tre settimane e mezzo.

Tutto quello che succedeva nello studio (i musicisti che suonavano, dormivano o erano in attesa di suonare) poteva essere visto dai fan sul sito del gruppo. In ogni momento i visitatori erano tra i cinque e i venti, e a un certo punto lo streaming è stato seguito da cento persone.

La band non ha dati esatti per dimostrare che il suo esperimento abbia generato direttamente un aumento delle vendite, ma quest’inverno ha ristampato il disco a metà del tour europeo.

I musicisti hanno precisato che guadagnare non era il loro obiettivo. Per Andy Huculiak, il batterista, lo scopo dell’esperimento era “trovare nuovi modi di esplorare i social network e di trasformarli in un mezzo espressivo, un po’ come per i dipinti o i film, si tratta di una specie di arte sociale in tempo reale”.

È improbabile che a decidere del futuro degli album siano i ragazzini di dieci anni

I We Are The City hanno ragione: le vendite e i riconoscimenti sono legati solo in parte. Il primo album degli Alabama Shakes, una band rock statunitense, ha venduto meno di 800mila copie, ma ha ricevuto tre candidature ai Grammy Awards e si è fatto notare a livello internazionale.

Anche Sound and Color, l’album lanciato dal gruppo nel 2015, ha ricevuto quattro candidature per dei premi quest’anno. Gli Arcade Fire, un gruppo indie rock canadese, sono stati nominati per diversi Grammy, ne hanno vinto uno, hanno accumulato Brit awards e Juno awards e si sono anche esibiti al Central park di New York insieme a David Bowie e nell’ambito di festival importanti come il Coachella: tutti segnali di un notevole successo. Eppure The Suburbs, il loro album che ha ottenuto più successo a livello commerciale, ha venduto 765mila copie negli Stati Uniti e appena 343mila copie in Gran Bretagna.

Tutto sommato, Rogers è perplesso sul futuro degli album. “Funzionano ancora per i fan di una certa età, ma a un certo punto potrebbero non avere più senso. Quando mia figlia, che adesso ha quattro anni, ne compirà dieci, questa formula avrà perso ogni valore”.

Può darsi, ma è improbabile che a decidere del futuro degli album siano i ragazzini di dieci anni, commenta Ryan Chisholm, il responsabile legale di Nettwerk Music Group, un’etichetta discografica indipendente di Los Angeles.

Chisholm è più ottimista: “Abbiamo artisti che incidono album, e con loro corriamo delle vere e proprie maratone”. La sua scommessa è che quando quei ragazzini di dieci anni ne avranno trenta, molti di loro vorranno partecipare a queste maratone.

(Traduzione di Floriana Pagano)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale britannico The Economist.

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