24 marzo 2016 12:41

Puerto Natales, Patagonia cilena, 9 marzo 2016. La Patagonian expedition race è la corsa più estrema del mondo, non solo per i suoi concorrenti, ma anche per i giornalisti che li devono seguire giorno per giorno in luoghi sferzati da pioggia, grandine e venti fino a cento chilometri orari, e dove scattare una foto diventa una sfida immensa.

Dal 2004 al 2013 la corsa si è svolta annualmente. Dopo una pausa di un anno, l’edizione del 2016 si è tenuta interamente nella Patagonia cilena, partendo da punta Dungeness, l’estremità più meridionale del Cile, dove comincia lo stretto di Magellano.

Dal 13 al 26 febbraio, appassionati di vari sport estremi hanno fatto trekking, pagaiato in kayak e pedalato in bicicletta attraverso scenari di indescrivibile bellezza tra montagne, stretti, fiumi, fiordi e ghiacciai, dopo aver scoperto i dettagli del percorso solo il giorno prima della partenza.

La squadra statunitense Yogaslackers nei pressi del capo Última Esperanza, nella Patagonia cilena, il 24 febbraio 2016. (Martin Bernetti, Afp)

Una mappa e una bussola

Le squadre sono composte da quattro persone, sempre con almeno una donna e un uomo, e per orientarsi dispongono solo di una mappa e una bussola. La chiave della vittoria sta nella strategia, oltre che nella preparazione fisica e psicologia dei partecipanti, che possono subire gravi infortuni o trascorrere anche tre giorni senza dormire.

Mi ha colpito vederne alcuni dormire in mezzo al sentiero, con la bicicletta buttata a terra poco più avanti, svenuti per la stanchezza in un punto qualunque dei seicento chilometri che stavano percorrendo sulle due ruote.

La squadra giapponese, l’East Wind, stava guidando la gara, ma in una tratta da percorrere in bicicletta il capitano si è addormentato ed è caduto a terra di faccia, fratturandosi il naso. Dopo l’interruzione dovuta all’incidente e le opportune cure mediche, gli organizzatori hanno autorizzato la squadra a proseguire. Alla fine è arrivata seconda al traguardo.

La squadra canadese Mind over body nei pressi di punta Dungeness, il 16 febbraio 2016. (Martin Bernetti, Afp)

I vincitori, del Godzone adventure team, sono rimasti per qualche giorno al decimo posto, ma hanno elaborato una strategia che gli ha permesso di non “bruciarsi”, a differenza di quanto successo a 14 delle 18 squadre che avevano cominciato la corsa, che hanno abbandonato per infortuni ed estremo sfinimento.

È il caso, per esempio, della squadra statunitense, Yogaslackers, che ha dovuto abbandonare ad appena una giornata dal traguardo, quando uno dei concorrenti ha riportato una lesione all’inguine. Altre squadre non sono arrivate in tempo al check point, dove si cambiava tappa e disciplina, e sono state squalificate.

Il Godzone adventure team, formato da tre britannici e una statunitense, aveva vinto cinque edizioni consecutive della competizione, e in questa occasione ha dovuto superare prove come percorrere i primi cento chilometri di bicicletta con venti contrari a quasi cento chilometri orari. Per tagliare il traguardo hanno impiegato sette giorni.

Niente hotel né letti comodi

Anche noi giornalisti avevamo diversi livelli di preparazione, e la gara ha messo alla prova la nostra forma fisica. Tra noi c’erano il reporter di una rivista specializzata, un regista di documentari freelance statunitense e pochi inviati di giornali stranieri. La nostra è stata l’unica agenzia internazionale a seguire l’evento.

La giapponese Machiko Nishil durante la gara, il 20 febbraio 2016. (Martin Bernetti, Afp)

L’ha seguito anche il canale televisivo giapponese Nhk: esperti di avventure del genere, oltre a disporre di biciclette, gommoni ed elicotteri privati, tra i membri della troupe c’era gente che aveva addirittura scalato l’Everest con squadre superspecializzate. Hanno seguito i partecipanti fianco a fianco dalla partenza all’arrivo, sottoponendosi alle stesse prove e agli stessi rischi dei protagonisti del loro servizio.

Niente hotel né comodi letti. A tutti noi giornalisti gli organizzatori hanno offerto alloggio in accampamenti che si spostavano man mano che la corsa procedeva. Abbiamo dovuto dormire la maggior parte del tempo in piccole tende, che bisognava ancorare saldamente a terra per evitare che i venti fortissimi le spazzassero via.

A ciò si aggiungevano interminabili scarpinate con le attrezzature fotografiche sulle spalle per arrivare ai luoghi scelti dagli organizzatori, spesso in cima a un cocuzzolo, dove scattare fugaci immagini degli sportivi impegnati in qualche specialità.

Gli organizzatori si occupavano anche di darci un passaggio fino ai check point, dove modificavano le “tappe” della corsa e aspettavamo l’arrivo delle squadre. Ci spostavamo a bordo di fuoristrada e in piccole lance modello Zodiac. Ma nonostante questo, è stata l’esperienza più dura della mia carriera.

Scendendo dal gommone su cui seguivamo una tratta di kayak mi è capitato spesso di finire in acqua fino alla vita a temperature quasi sottozero, come ci è successo sulle spiagge alle pendici di grandi ghiacciai come il Balmaceda. O di inzupparci per le forti onde nelle piccole lance o sotto una pioggia gelata. O di cuocere sotto un sole rovente.

Il parco nazionale Torres del Paine, nella Patagonia cilena, il 26 febbraio 2016. (Martin Bernetti, Afp)

Ci siamo anche fermati in molti rifugi sperduti in mezzo a scenari che toglievano il fiato. A volte, aspettare che passasse il brutto tempo lì dentro o in qualche tenda era estenuante.

La gara, conosciuta anche con il nome di Corsa alla fine del mondo, è stata ideata dal geologo croato-cileno Stjepan Pavicic nel 2004 allo scopo di proteggere (e far conoscere) il fragile ambiente di queste remota regione del sud del Cile.

Neve, grandine, pioggia, sole e tanto vento, seicento chilometri in bicicletta, scarpinate di dodici ore tra i ghiacciai… Seguire questa gara è stata un’esperienza estremamente gratificante dal punto di vista fotografico, perché mi ha fatto scoprire il territorio che si estende dallo stretto di Magellano alle Torres del Paine, un gruppo di montagne considerato come l’ottava meraviglia del mondo.

(Traduzione di Alberto Frigo)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Focus dell’Agence France-Presse. Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro