Una manifestazione davanti al consolato della Papua Nuova Guinea a Sydney, per protestare contro la violenza della polizia usata sugli studenti di Port Moresby, il 10 giugno 2016. (Jason Reed, Reuters/Contrasto)

In Papua Nuova Guinea continuano le proteste anticorruzione

Una manifestazione davanti al consolato della Papua Nuova Guinea a Sydney, per protestare contro la violenza della polizia usata sugli studenti di Port Moresby, il 10 giugno 2016. (Jason Reed, Reuters/Contrasto)
10 giugno 2016 09:40

La tensione in Papua Nuova Guinea è sempre più forte. L’8 giugno questo piccolo paese dell’Oceania con un po’ più di sette milioni di abitanti, che occupa la metà orientale dell’isola della Nuova Guinea, è stato al centro di violenti scontri fra le forze dell’ordine e gli studenti che si preparavano a manifestare contro il primo ministro Peter O’Neill, che accusano di corruzione.

Il bilancio di questi scontri nella capitale Port Moresby è incerto. Secondo fonti della polizia vi sarebbero stati 23 feriti, di cui almeno cinque in condizioni gravi (Amnesty international parla invece di 38 feriti). Un esponente dell’opposizione ha addirittura affermato che ci sarebbero stati almeno quattro morti, cosa che le autorità non hanno confermato.

Gas lacrimogeni e intransigenza

La polizia ha bloccato i manifestanti mentre cercavano di raggiungere a piedi il parlamento. Diversi testimoni assicurano che le forze dell’ordine avrebbero insultato i manifestanti, per poi usare i gas lacrimogeni e sparare sulla folla.

Da diverse settimane gli studenti boicottano le lezioni e chiedono le dimissioni del capo del governo, che sospettano di aver compiuto delle malversazioni. Eletto nel 2012, O’Neill è accusato di aver versato illegalmente a uno studio di avvocati milioni di dollari di finanziamenti pubblici. Ma il primo ministro smentisce queste affermazioni.

Nel rapporto del 2015 presentato dall’organizzazione non governativa Transparency international e basato sulla percezione della corruzione, la Papua Nuova Guinea è al 139° posto su 168 paesi.

Bisogna temere un inasprimento dello scontro? Questa possibilità non è da escludere perché la rabbia degli studenti incontra l’appoggio dell’opinione pubblica, osserva The Diplomat.

Mentre la magistratura vuole vietare agli studenti di manifestare nei campus universitari, O’Neill non sembra disposto a cedere. Un’intransigenza inutile, osserva Jonathan Pryke, ricercatore presso il Lowy institute, un gruppo di analisi indipendente con sede a Sydney, per il quale sarebbe meglio adottare una posizione più conciliante e soprattutto cercare di rispondere alle critiche sulla linea del governo e sulla sua credibilità.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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