Un sostenitore di Donald Trump festeggia a New York, il 9 novembre 2016.

Come cambieranno gli Stati Uniti di Donald Trump in cinque punti

Un sostenitore di Donald Trump festeggia a New York, il 9 novembre 2016.
10 novembre 2016 14:13

Donald Trump è da decenni sotto i riflettori: ricco imprenditore dell’edilizia, stella dei reality show e, nell’ultimo anno e mezzo, agitatore politico efficace e addirittura astuto uomo politico. Lo conosciamo bene, ed è difficile pensare che cambierà nel futuro prossimo. Ma cosa vuole fare davvero il nuovo presidente degli Stati Uniti?

La campagna elettorale del 2016 si è basata molto sulla sua personalità, e anche i momenti che avrebbero dovuto chiarire le posizioni politiche – i dibattiti, per esempio – sono stati poveri di sostanza. Trump ha comunque manifestato le sue intenzioni in questioni chiave. Ecco le idee intorno alle quali ha ruotato la sua campagna. E alle quali faremo bene a prestare attenzione.

Giro di vite sull’immigrazione
La prima scelta di Trump in materia di immigrazione sarà probabilmente destinata a stravolgere le politiche volute dal presidente Barack Obama per proteggere gli immigrati irregolari. In base alla politica conosciuta come Deferred action for childhood arrivals (Daca), introdotta da Obama con un decreto esecutivo nel 2012, più di 700mila immigrati entrati in maniera irregolare nel paese da bambini hanno ricevuto un permesso di soggiorno e di lavoro temporaneo negli Stati Uniti. Il Deferred action for parents of americans and lawful permanent residents (Dapa) è una misura simile che riguarda gli immigrati irregolari genitori di cittadini americani. È stata portata in tribunale in diversi stati.

Trump ha promesso di cancellare il Daca, il Dapa e le politiche catch-and-release in base alle quali gli immigrati non sono detenuti mentre attendono un verdetto sul loro caso. Il nuovo presidente ha inoltre dichiarato che triplicherà il numero di agenti della Immigration and customs enforcement (Ice) – l’agenzia federale statunitense, parte del dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti, responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione – “espellendo i criminali fin dal primo giorno”.

Niente di tutto questo provocherà espulsioni di massa nel prossimo futuro. Il dipartimento non ha i fondi per mandare via gli 11 milioni di persone che secondo le stime vivono nel paese senza documenti, e non si capisce dove si potrebbe trovare il denaro necessario. Inoltre c’è il problema delle strutture. Nell’estate del 2014 migliaia di donne e bambini centroamericani si sono presentati al confine portando al collasso i centri di detenzione esistenti.

Servirebbero più fondi anche per costruire il muro tra Stati Uniti e Messico di cui Trump parla dall’inizio della campagna. Oltre a essere molto costoso, il muro avrebbe bisogno dell’approvazione del congresso. Anche dal punto di vista logistico sarebbe molto complicato costruire una barriera lungo tutto il confine.

Ma Trump non ha bisogno di un simbolo concreto come il muro per comunicare i suoi obiettivi politici. Basterebbero i suoi toni per distruggere la fragile tranquillità regalata da Obama a milioni di immigrati. Obama, in sostanza, aveva detto agli immigrati che se non hanno una fedina penale sporca l’America non li perseguiterà. Questa garanzia non esiste più sotto Trump.

Come rilanciare le infrastrutture
Non è un segreto che gli Stati Uniti abbiano bisogno di investire nei loro ponti e nelle loro strade fatiscenti. La realizzazione di progetti infrastrutturali dovrebbe costare 3.600 miliardi nel 2020, secondo l’American society of civil engineers. La necessità è talmente evidente e i benefici per l’economia talmente ovvi che questo è stato uno dei pochi punti su cui Trump e Clinton si sono trovati in accordo durante la campagna elettorale. Tuttavia, anche se ricostruire i ponti e le autostrade rappresenta un buon investimento a lungo termine, non è chiaro se il congresso avrà la volontà di approvare quello che è sostanzialmente un altro programma di investimenti.

Trump non ha precisato la cifra che intende spendere per le infrastrutture, limitandosi a dichiarare che vuole almeno raddoppiare i 275 miliardi di dollari proposti da Clinton.

Trump ha annunciato che intende sviluppare i trasporti, la rete idrica, le telecomunicazioni e i sistemi elettrici, utilizzando “acciaio americano prodotto da lavoratori americani”. Ha promesso sgravi fiscali per attirare gli investitori privati e uno snellimento della burocrazia per la realizzazione di oleodotti e di altri progetti energetici. Il nuovo presidente è stato molto vago a proposito di questo piano, ma ha accennato all’emissione di bond e alla creazione di una banca per le infrastrutture.

“Troveremo un fondo, faremo un grande accordo con interessi ridotti e ricostruiremo le nostre infrastrutture”, ha dichiarato. Poi c’è l’opzione per la cancellazione del finanziamento alle Nazioni Unite confermata durante il raduno del 7 novembre, alla fine della campagna elettorale.

Attacco alla sanità
L’opinione sull’Obamacare è una cartina di tornasole per l’appartenenza politica di qualsiasi americano. La sinistra considera il programma un grande successo: ha fornito assistenza sanitaria a milioni di americani che non avevano alcuna copertura, anche se ha bisogno di qualche piccola modifica. I conservatori lo ritengono un disastro, causa di aumenti tariffari e fallimenti delle cooperative sanitarie, e un sistema assicurativo a due livelli che lascia molte persone senza alternative costringendole a scegliere l’Obamacare. Entrambi i fronti concordano sul problema principale del sistema attuale: i giovani che si iscrivono non sono abbastanza, dunque ci sono troppi anziani malati e questo fa lievitare i costi.

Al posto dell’Obamacare Trump vorrebbe espandere i piani sanitari privati, permettendo alle famiglie di mettere da parte cifre non tassate per pagare i premi assicurativi e le medicine, autorizzando una totale deduzione fiscale delle spese mediche. Inoltre Trump vorrebbe permettere alle compagnie assicurative di vendere le loro polizze in altri stati per stimolare la concorrenza, oltre ad autorizzare l’importazione di farmaci dall’estero.

Il piano di Trump sarebbe attuato riscrivendo le leggi fiscali. Con ogni probabilità questa manovra richiederebbe un sostegno bipartisan, oltre a escludere le famiglie a basso reddito che non pagano le tasse. Secondo gli analisti questa manovra farebbe perdere la copertura sanitaria a 25 milioni di americani.

Contro il libero scambio e gli accordi multilaterali
Un’altra cosa che sappiamo di Trump è che è contrario al libero scambio. L’andamento del peso messicano ha seguito le percentuali di vittoria di Trump: quando sono migliorate, la moneta è precipitata. Questo perché Trump ha promesso di distruggere il North american free trade agreement (Nafta). A questo punto possiamo pensare che sia finita anche per il Trans Pacific partnership (Tpp).

Il Tpp, che dovrebbe includere una decina di paesi e circa un terzo del commercio globale, prometteva di ridurre le tariffe e fissare gli standard per una serie di aspetti commerciali, dalla manodopera all’ambiente alla proprietà intellettuale. Avrebbe potuto essere un contrappeso alla forza cinese come fabbrica del mondo.

L’accordo è stato sostenuto da Obama e inizialmente da Clinton. Ma questo accadeva prima del negoziato finale e prima che influenti senatori della sinistra democratica come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren costringessero Clinton ad assumere una posizione più scettica. Trump, invece, non ha avuto ripensamenti: fin dall’inizio della sua campagna ha attaccato il Tpp a spada tratta dipingendolo come una negazione dei valori americani.

La minaccia di Trump di aumentare i dazi per il Messico e la Cina del 35 o addirittura del 45 per cento non potrà essere attuata senza la collaborazione del congresso. Le grandi aziende americane si opporranno al progetto di Trump, perché qualsiasi alterazione della catena di fornitura mondiale comporterebbe per loro forti perdite.

Ma anche se Trump si limitasse a sfruttare le prerogative presidenziali per punire i paesi colpevoli di manipolazione valutaria (reale o presunta) assisteremmo allo scoppio di una guerra commerciale con denunce presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), tariffe vendicative e punizioni per le aziende statunitensi che operano all’estero (quasi tutte), che a loro volta colpirebbero il portafoglio degli americani, che comprino prodotti economici da WalMart o che siano clienti dell’Apple. Un attacco degli Stati Uniti contro le fondamenta del commercio globale, inoltre, complicherebbe i rapporti con importanti alleati al momento di gestire le sfide non economiche globali.

Una corte suprema sempre conservatrice
In agosto Trump ha fatto una scelta senza precedenti nella storia della politica elettorale (non l’unica, chiaramente) pubblicando una lista di possibili sostituti per il giudice della corte suprema Antonin Scalia. Ascoltando gli inviti dei conservatori, preoccupati di evitare la nascita di una maggioranza liberale all’interno del tribunale, la lista di Trump è chiaramente spostata a destra. A quanto pare nella compilazione dell’elenco Trump avrebbe consultato l’ultraconservatrice Heritage foundation and federalist society.

Tra i nomi dei possibili candidati ci sono quello del senatore conservatore dello Utah Mike Lee (che si è rifiutato di sostenere Trump) e di Charles Canady della corte suprema della Florida, che nel 1995, da deputato, aveva introdotto la prima proposta di divieto federale agli aborti tardivi. Nella lista figurava anche il giudice Timothy Tymkovich, che ha scritto il giudizio nel caso Burwell versus Hobby Lobby grazie al quale le aziende private non sono costrette a fornire contraccettivi agli impiegati nell’ambito del pacchetto assicurativo.

La permanenza di una maggioranza conservatrice al senato significa che il nome scelto da Trump per occupare il nono seggio della corte suprema sarà probabilmente confermato, ripristinando l’equilibrio ideologico degli ultimi anni: quattro conservatori conclamati, quattro liberal conclamati e il conservatore moderato John Roberts a fare da ago della bilancia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su Quartz. Gli autori sono Ana Campoy, Tim Fernholz, Jake Flanagin e Oliver Staley.

This article was originally published in Quartz. Click here to view the original. © 2016. All rights reserved. Distributed by Tribune Content Agency.

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