In fila per ricevere il pasto da un’organizzazione umanitaria nel villaggio di Rubkuai, in Sud Sudan, il 21 febbraio 2017. (Siegfried Modola, Reuters/Contrasto)

In Sud Sudan metà degli abitanti soffre la fame

In fila per ricevere il pasto da un’organizzazione umanitaria nel villaggio di Rubkuai, in Sud Sudan, il 21 febbraio 2017. (Siegfried Modola, Reuters/Contrasto)
22 febbraio 2017 11:44

Il Sud Sudan continua a sprofondare nella crisi e nel caos. Il 20 febbraio il governo di Juba ha dichiarato lo stato di carestia in varie zone del paese, più precisamente nello stato settentrionale di Unità, ricco di petrolio. In questo paese dell’Africa orientale che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel luglio del 2011, 4,9 degli 11 milioni di abitanti hanno bisogno di aiuti umanitari urgentie più di un milione di bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione grave.

Davanti a questa situazione tragica, il presidente Salva Kiir ha assicurato il 21 febbraio in un discorso al parlamento che “tutte le organizzazioni umanitarie o di sviluppo avranno libero accesso alle popolazioni colpite”.

Il rischio di carestia incombe anche su altri paesi – Yemen, Somalia e Nigeria – ma il Sud Sudan è il primo a riconoscere ufficialmente lo stato di carestia. Il paese aveva già conosciuto la fame nel 1998, quando era ancora parte del Sudan, nel corso della seconda guerra civile (1983-2005).

La somma di più fattori
A sei anni dall’indipendenza, com’è possibile che il 193° stato delle Nazioni Unite versi in queste condizioni? Secondo l’Onula crisi è il risultato di più fattori: una grave siccità, una guerra civile che infuria da metà dicembre del 2013 e il collasso dell’economia nazionale (il tasso d’inflazione ha superato l’800 per cento).

Il conflitto, che al momento sembra insuperabile, tra gli uomini fedeli al presidente Salva Kiir (di etnia dinka) e quelli dell’ex vicepresidente Riek Machar (di etnia nuer) ha già causato decine di migliaia di morti e spinto milioni di persone ad abbandonare le loro case. Solo nell’ultimo mese di gennaio 52mila sudsudanesi sono scappati a sud, verso l’Uganda.

In una lettera al Financial Times, Fergus Conmee, capo dei programmi in Africa della Catholic international development charity (Cafod, un’organizzazione umanitaria cattolica con sede nel Regno Unito), sostiene che il dramma in Sud Sudan non deve passare sotto silenzio: “Il popolo sudsudanese merita la nostra attenzione e il nostro impegno. L’immobilismo non è possibile”. Questo appello ad agire sarà ascoltato dalla Minuss, la missione delle Nazioni Unite nel paese, e dall’Unione africana?

(Traduzione di Francesca Sibani)

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