Gulliver

È il blog dell’Economist che si occupa di viaggi.

I controlli di sicurezza all’aeroporto internazionale di Los Angeles, il 28 agosto 2016.

Il riconoscimento facciale è sempre più usato negli aeroporti

I controlli di sicurezza all’aeroporto internazionale di Los Angeles, il 28 agosto 2016.
28 marzo 2017 13:24

Quando prendono l’aereo i viaggiatori a volte devono mostrare i loro documenti cinque volte: al check-in, ai varchi di sicurezza, in alcuni casi all’immigrazione prima di un controllo al momento dell’imbarco, e infine al controllo dei passaporti una volta arrivati a destinazione. Ognuno di questi passaggi può trasformarsi in una fila, per questo chi viaggia è interessato a qualsiasi strumento in grado di accelerare il processo.

Una risposta potrebbe essere la tecnologia del riconoscimento facciale. Un numero crescente di aeroporti ha cominciato a introdurre un sistema che scansiona i volti, li confronta con le foto del passaporto elettronico e consente ai passeggeri che vengono riconosciuti di saltare la fila.

A Tokyo il governo sta sperimentando dal 2014 la tecnologia del riconoscimento facciale in due aeroporti. Spera di introdurre il sistema a pieno regime con le Olimpiadi nel 2020. In Francia il gruppo Adp, che gestisce l’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi, ha cominciato a sperimentare un software simile a febbraio di quest’anno, perché le file in aeroporto sono raddoppiate dopo l’introduzione di nuove misure di sicurezza successive agli attacchi terroristici del 2015. Secondo Adp, questo potrebbe essere un buon modo per alleviare il fastidio. In Canada, nel frattempo, è in programma la sperimentazione di postazioni per il riconoscimento facciale a partire da questa primavera. Test simili sono stati annunciati anche all’aeroporto Schiphol di Amsterdam.

Questa tecnologia migliorerà sicuramente, ma non risolverà del tutto il problema delle file

È però l’Australia ad avere il progetto più ambizioso. Nel 2015 il governo ha svelato l’iniziativa Viaggiatore senza interruzioni, che ha l’obiettivo di automatizzare il 90 per cento delle procedure per l’identificazione dei passeggeri entro il 2020 e ha messo in campo più di 90 milioni di dollari australiani (67 milioni di euro) per raggiungerlo. L’aeroporto di Brisbane ha lanciato un nuovo sistema che potrebbe consentire ai passeggeri di sottoporsi a un unico check-in biometrico senza dover più mostrare i documenti prima di salire sull’aereo.

Una tecnologia simile, però, non è infallibile. In Giappone un test è stato interrotto nel 2012 perché nel 18 per cento dei casi non era riuscito a identificare i passeggeri. Questa tecnologia migliorerà sicuramente, ma non risolverà del tutto il problema delle file. Il riconoscimento facciale può confermare la vostra identità, ma non può esaminare il vostro bagaglio. Né diminuirà l’attesa per imbarcarvi sul volo o eliminerà l’intasamento provocato dai passeggeri che sgomitano per sistemare i bagagli nella cappelliera (e comunque, chi ha provato le postazioni per i passaporti elettronici sa che un po’ di tempo si risparmia).

I viaggiatori potrebbero sollevare altri due interrogativi. Prima di tutto, se questa tecnologia è stata introdotta per tagliare posti di lavoro nel settore della sicurezza, più che per consentire ai viaggiatori di spostarsi più rapidamente. In questo caso, cosa succede se qualcosa va storto in aeroporto?

Poi c’è la questione della riservatezza. I passeggeri devono accettare che una quantità di dati ancora maggiore sul loro conto sia raccolta e condivisa tra aeroporti, compagnie aeree e funzionari dell’immigrazione? Secondo alcuni, non si capisce quali altri dati potrebbero essere ricavati dalle postazioni per il riconoscimento facciale rispetto a quelli già rilevati con altri metodi per il controllo di sicurezza.

Eppure i passeggeri hanno il diritto di chiedersi se esperti di marketing, hacker o entità governative senza scrupoli potranno approfittare di questi sistemi. In ogni caso non avranno la possibilità di scegliere: come per molte altre cose nell’era dei big data, la privacy potrebbe essere il prezzo da pagare per una maggiore comodità.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo di J.J.C. è stato pubblicato sul blog Gulliver dell’Economist.

pubblicità

Articolo successivo

Le notizie di scienza della settimana
Claudia Grisanti