Il banco di un mercato a Lagos, Nigeria, dove si vendono medicine contraffatte, settembre 2008. (Stefano De Luigi, VII/Redux/Contrasto)

La crisi degli oppioidi colpisce l’Africa occidentale

Il banco di un mercato a Lagos, Nigeria, dove si vendono medicine contraffatte, settembre 2008. (Stefano De Luigi, VII/Redux/Contrasto)
28 dicembre 2018 12:08

Corpi seminudi si agitano a terra. Un uomo è sdraiato in una vasca da bagno senz’acqua, con gli occhi fissi nel vuoto. “Niente erbe, niente medicine. Hanno usato l’acqua della fogna – gli occhi ora sono sporchi”, canta il rapper nigeriano Olamide. Il video del suo brano Science student è stato visto milioni di volte. È una critica ipnotica del caos causato dai farmaci che creano dipendenza, un problema sempre più grave nel suo paese.

Il problema non riguarda solo la Nigeria. I mezzi d’informazione internazionali parlano soprattutto della dipendenza da antidolorifici negli Stati Uniti, ma anche l’Africa occidentale sta affrontando una crisi degli oppioidi. Per decenni i narcotrafficanti sudamericani hanno fatto transitare la cocaina dai porti di questa parte del continente per poi farla arrivare in Europa.

Gli stupefacenti a volte si sono fatti strada nei conflitti africani: per esempio, durante la guerra civile in Sierra Leone, ai bambini soldato somministravano la miscela brown-brown di cocaina e di polvere da sparo infume, che gli toglieva la paura di uccidere. Tuttavia molte droghe usate in Europa e in Nordamerica costano troppo per gli africani che vivono fuori delle aree metropolitane. Per questo si è creato un mercato per sostanze più economiche.


Gli antidolorifici a base di oppioidi hanno riempito questo vuoto. I più usati in Africa occidentale sono il tramadolo e la codeina. Più leggeri dell’eroina e del fentanyl, hanno comunque effetti potenti, soprattutto se mescolati con sostanze come la cannabis. Non ci sono stime affidabili su quante persone in Africa occidentale li assumano, ma sono molto diffusi nella regione che va dal Senegal al Mali, dalla Nigeria al Camerun.

Secondo le Nazioni Unite, nel mondo quasi il 90 per cento dei sequestri di farmaci a base di oppioidi è stato effettuato in Africa. Queste sostanze sono prodotte in gran parte in India. Nel 2016, dopo il sequestro di quaranta milioni di compresse, il dipartimento di stato di Washington ha fatto sapere che il Benin, un paese di 11 milioni di abitanti, è il principale importatore di tramadolo indiano dopo gli Stati Uniti.

Il tramadolo è usato a scopi ricreativi, ma anche per restare sempre vigili. Si dice che gli estremisti islamici di Boko haram lo assumano per essere più resistenti al combattimento. La sostanza ha un effetto calmante e permette a chi lo assume di ignorare il dolore e la fame, e di lavorare più a lungo. Per questo è molto diffuso tra i poveri. È anche facile da trovare: le farmacie vendono confezioni da dieci compresse ad appena trenta centesimi di dollaro. I dosaggi possono essere altissimi.

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Generalmente a un anziano europeo si prescrive una compressa da 50 milligrammi di tramadolo dopo un’operazione all’anca. Un giovane dell’Africa occidentale può facilmente trovare compresse da 250 milligrammi, fa notare Jeffery Bawa, responsabile per il Sahel dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulle droghe e il crimine. Questa sostanza non crea assuefazione come l’eroina, ma dà comunque dipendenza e le crisi di astinenza possono essere acute. L’uso prolungato, inoltre, provoca insufficienza epatica.

I governi africani si stanno rendendo conto solo ora delle dimensioni del problema. A maggio, dopo un’inchiesta della Bbc sulla dipendenza da sciroppo per la tosse a base di codeina in Nigeria, il governo di Abuja ha vietato l’importazione e la produzione. Tuttavia la maggior parte dei governi fatica a reagire. L’Organizzazione mondiale della sanità esita a raccomandare un rafforzamento dei controlli internazionali sul commercio di questa sostanza, anche perché in Africa gli antidolorifici efficaci sono difficili da trovare. Senza un piano d’azione, la crisi degli oppioidi in Africa occidentale non può che peggiorare.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo di W. B. è uscito sul settimanale britannico The Economist.

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