Ah Lung (a destra) con un altro manifestante durante una protesta a Hong Kong, l’11 agosto 2019. (James Pomfret, Reuters/Contrasto)

La rivolta collettiva di Hong Kong

Ah Lung (a destra) con un altro manifestante durante una protesta a Hong Kong, l’11 agosto 2019. (James Pomfret, Reuters/Contrasto)
21 agosto 2019 10:29

Questo articolo è stato scritto da James Pomfret, Greg Torode, Clare Jim e Anne Marie Roantree.

Ah Lung trascorre le sue giornate lavorando come commesso per una ditta di spedizioni di Hong Kong. Di notte indossa maschera, casco nero, una corazza per proteggere il corpo e va in strada per affrontare la polizia antisommossa della città.

Questo attivista di 25 anni è stato una presenza fissa nelle manifestazioni di Hong Kong quest’estate, radunando compagni di protesta, costruendo barricate e muovendosi di quartiere in quartiere in un gioco frenetico al gatto e al topo con la polizia.

Ah Lung, che preferisce essere identificato unicamente col suo soprannome – “drago” in cantonese – è uno dei sempre più numerosi giovani abitanti di Hong Kong scontenti, che alimentano un movimento di protesta che, a differenza dei suoi predecessori, prende di mira direttamente Pechino.

Si tratta di un movimento senza leader o struttura chiaramente identificabili: questo fa sì che le autorità fatichino a prenderlo efficacemente di mira, ma lo rende anche sempre più difficile da gestire per i manifestanti stessi. Nonostante goda del sostegno di radicate associazioni per la democrazia, questo movimento amorfo è alimentato da attivisti come Ah Lung: giovani abitanti di Hong Kong che operano in maniera indipendente o in piccoli gruppi e modificano le proprie tattiche in corso d’opera.

“Non siamo così organizzati”, spiega Ah Lung. “Ogni giorno le cose cambiano. Vediamo cosa fanno la polizia e il governo e agiamo di conseguenza. Il mio sogno è rivitalizzare Hong Kong, creare una rivoluzione per il nostro tempo”, dice Ah Lung. “È questo il senso della mia vita ora”.

I manifestanti hanno chiarito il loro rifiuto per un futuro nel quale Hong Kong sarebbe inesorabilmente assorbita dal gigante continentale

Attraverso interviste con decine di manifestanti come Ah Lung e osservando decine di manifestazioni di protesta, è stato possibile mettere insieme un quadro del funzionamento di questo movimento e delle modalità di pensiero che lo sostengono.
Le manifestazioni, nate ad aprile come un pacifico rifiuto della legge sull’estradizione del governo di Hong Kong, si sono evolute diventando un attacco al potere del Partito comunista cinese su questa ex colonia britannica. Con slogan come “Hong Kong libera” e “Hong Kong non è la Cina”, Ah Lung e i suoi compagni di protesta hanno chiarito il loro rifiuto per un futuro nel quale Hong Kong sarebbe inesorabilmente assorbita dal gigante continentale, diventando alla fine una città cinese come tante altre.

I manifestanti definiscono provocatoriamente le proteste un’“era di rivoluzione”, una formula che ha fatto infuriare il Partito comunista cinese al potere, determinato oggi a soffocare ogni tentativo di sfida al suo monopolio sul potere.

Scene un tempo impensabili a Hong Kong oggi sono comuni: l’aeroporto internazionale della città chiuso la settimana scorsa dopo una prolungata occupazione da parte dei manifestanti, un funzionario pubblico cinese che insinua apertamente che alcuni aspetti delle manifestazioni siano atti di terrorismo, il parlamento preso d’assalto e saccheggiato dai manifestanti, i poliziotti che hanno ripetutamente caricato con i manganelli folle di manifestanti e lanciato fiumi di gas lacrimogeno in famosi quartieri commerciali.

La polizia lancia gas lacrimogeni durante una manifestazione antigovernativa a Hong Kong, il 14 agosto 2019. (Thomas Peter, Reuters/Contrasto)

Il 13 agosto i manifestanti che avevano bloccato l’aeroporto hanno attaccato un cittadino cinese sospettato di essere un agente sotto copertura. L’uomo è stato identificato come giornalista del Global Times, un tabloid controllato da Pechino, il che sottolinea come gli attivisti stiano facendo del governo cinese l’obiettivo delle loro proteste. Ha fatto emergere anche un’altra questione: i rischi legati a una gestione senza leader della protesta. I manifestanti si sono in seguito scusati per l’interruzione del servizio nell’aeroporto, a quanto pare preoccupati del fatto che la loro caotica protesta possa alienargli le simpatie di ampie porzioni della popolazione di Hong Kong, che finora li hanno sostenuti.

“Il movimento ha un buon autocontrollo, ma naturalmente è tutto molto legato alle circostanze”, spiega Samson Yuen, politologo presso l’università Lingnan di Hong Kong, che ha condotto degli studi sui manifestanti per comprenderne i motivi e la base di sostegno. “Se alcune azioni sfuggono di mano, se qualcuno dovesse morire, allora le cose potrebbero cambiare”.

Promesse non mantenute
Con la formula “un paese, due sistemi” la Cina aveva promesso a Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia per i cinquant’anni successivi alla sua cessione da parte del Regno Unito nel 1997. A differenza di quanti hanno negoziato l’accordo, per i manifestanti nati dopo la firma la data limite cadrà a metà delle loro vite. E, con Pechino che rafforza la sua presa su Hong Kong, il futuro che vedono avvicinarsi su di loro è quello di una Cina continentale autoritaria, che soffocherà i diritti di cui godono oggi.

“Nel 2047, se la città tornerà alla Cina, gli abitanti originari se ne andranno da Hong Kong”, dice Ah Lung da un piccolo appartamento del quartiere Sham Shui Po, mentre si prepara a una notte di proteste. “Allora non esisterà più alcuna Hong Kong, ma solo Xiang Gang”, dice, riferendosi al nome comunemente usato per indicare Hong Kong nella Cina continentale.

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha dichiarato che gli inviti dei manifestanti a una rivoluzione che “liberi” il territorio sono azioni illegali che mettono in discussione l’autorità del governo centrale di Pechino. Un portavoce di Lam ha fatto riferimento alle promesse della donna di affrontare le disparità di reddito nella città una volta che le violenze si saranno placate.

Fu Guohao, un giornalista cinese del Global Times, un tabloid controllato da Pechino, viene trattenuto dai manifestanti perché sospettato di essere un agente sotto copertura, durante una protesta all’aeroporto di Hong Kong, il 13 agosto 2019. (Tyrone Siu, Reuters/Contrasto)

L’ufficio di collegamento di Hong Kong, il principale braccio armato di Pechino in città, e il ministero degli esteri cinese non hanno risposto alle domande della Reuters. Lo stesso ha fatto la polizia di Hong Kong. Durante le proteste i portavoce della polizia hanno ripetutamente difeso l’uso della violenza, evidenziando l’intensificarsi delle violenze da parte dei manifestanti, che avrebbero tra l’altro lanciato mattoni e fatto esplodere delle bombe.

La strategia dell’acqua
Lo slogan dei manifestanti, “be water!” (sii come l’acqua), spiega bene la strategia del movimento. Quest’espressione, presa a prestito da Bruce Lee, la stella del cinema di Hong Kong che la usava per descrivere la sua filosofia del kung fu, è un invito alla flessibilità e alla creatività, utilizzata per ottenere un vantaggio di posizione o per indietreggiare quando è necessaria una ritirata strategica.

La sua ultima incarnazione è la serie di proteste a sorpresa scoppiate in città nelle ultime settimane. Quando la polizia si presenta con molti agenti a una manifestazione, spesso gli attivisti li affrontano, bloccando gli agenti prima di scappare e poi riapparire al cuore di una nuova protesta in un’altra zona.

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Tra le manifestazioni di protesta per la democrazia che hanno paralizzato buona parte del centro di Hong Kong nel 2014 c’era stata la chiusura di varie strade principali per oltre due mesi. La strategia più fluida attualmente utilizzata dai manifestanti, che spesso indossano delle maschere per evitare la sorveglianza e si vestono di nero, rappresenta un ostacolo più complesso per la polizia. Gli agenti impegnati in prima fila ammettono la propria spossatezza, spiegando di non sapere mai dove gli attivisti colpiranno la prossima volta.

La scelta di essere senza leader per certi versi è una reazione alle manifestazioni del 2014, nelle quali molti dei capi furono arrestati e condannati al carcere. A differenza di quelle manifestazioni, quando leader come Joshua Wong divennero nomi noti a livello globale, attivisti della prima linea come Ah Lung rimangono volontariamente lontani dai radar, usando pseudonimi e presentandosi alle manifestazioni con i volti coperti da maschere e occhiali da sole.

Il ruolo dei social network
Questa natura del movimento di protesta è resa possibile, in ampia misura, dai social network.

I manifestanti si organizzano grazie alle centinaia di gruppi presenti su Telegram, decine di account Instagram e forum in rete come Lihkg. I gruppi sono usati per postare notizie sulle prossime proteste, consigli su come spegnere le bombolette di gas lacrimogeno lanciate dalla polizia, le identità di persone sospettate di essere agenti della polizia sotto copertura, o l’accesso ai codici d’ingresso di edifici nei quali i manifestanti possono nascondersi.

“Semplicemente significa che siamo tutti dei leader”, dice uno studente di 22 anni di Hong Kong che vive nel Regno Unito e contribuisce alla gestione di antielabhk, una pagina Instagram contenente informazioni sulle proteste, che ha raccolto oltre cinquantamila follower. Lo studente ha chiesto di rimanere anonimo.

Ma, una studente universitaria di 28 anni, spiega che è arrivata all’ultima manifestazione nel quartiere di Mongkok dopo aver letto gli appelli su un gruppo Telegram. “Siamo stati informati solo oggi, circa un’ora fa”, dice Ma mentre distribuisce acqua ai manifestanti.

Sono gli attivisti ordinari come Ah Lung, l’impiegato dell’ufficio spedizioni che raduna altri manifestanti, e Ma una delle caratteristiche peculiari delle proteste nelle ultime settimane.

Una manifestazione contro la legge sull’estradizione del governo di Hong Kong, giugno 2019. (Thomas Peter, Reuters/Contrasto)

Il 18 agosto, a Sham Shui Po, Ah Lung si è unito ad altri attivisti mascherati pronti a mettersi in prima linea, quando è cominciata la manifestazione. Alcuni hanno usato delle chiavi inglesi per allentare i bulloni delle recinzioni stradali aprendole e collegandole con fili di nylon per formare delle barricate artigianali usate contro la polizia. Ah Lung, agitando una finta spada laser comprata in un negozio di giocattoli, lanciava istruzioni su dove posizionare le barricate. Accanto a loro altri manifestanti mascherati usavano dei telescopi per controllare i movimenti della polizia.

La natura improvvisata e dal basso del movimento di protesta è resa ancor più evidente dalla presenza massiccia di personale medico, in parte proveniente dagli ospedali del luogo, che sostiene di essersi presentato spontaneamente nei luoghi delle proteste per curare i feriti e somministrare soluzioni saline alle vittime dei gas lacrimogeni.

Kay, una assistente medica di 28 anni che lavora nel settore delle tecnologie dell’informazione e che non rivela il suo cognome, spiega di aver preparato un kit d’emergenza, che include tintura di iodio, bende, lacci emostatici e soluzione salina prima di ogni manifestazione. “Sono stata colpita da una bombola di gas lacrimogeno una volta e dopo, quando mi sono rifugiata in un luogo sicuro, alcune persone mi hanno aiutato. La cosa mi ha commosso e da allora ho voluto restituire quest’aiuto ad altri”.

Sostegno importante
Anche se il movimento di protesta non ha dei leader chiaramente identificabili, ha il sostegno d’importanti attivisti e gruppi per la democrazia che hanno organizzato alcune delle manifestazioni, e che in passato hanno guidato proteste più piccole e più ordinate che non avevano per obiettivo così chiaramente dichiarato la leadership di Pechino.

Le inchieste di Reuters mostrano che esiste un alto livello di coordinamento all’interno di un ristretto circolo di questi attivisti, molti dei quali hanno partecipato alle manifestazioni del 2014, scatenate dal rifiuto di Pechino di garantire il suffragio universale a Hong Kong.

Per esempio, alcuni affiliati a Demosistō, un partito che lotta per una maggiore democrazia a Hong Kong, sono stati alla base di varie manifestazioni, alcune delle quali sono sfociate in violenti scontri con la polizia antisommossa, secondo i suoi affiliati.

Il mese scorso Tobias Leung, parte del comitato permanente del partito, ha fatto domanda alla polizia per tenere una manifestazione nella città suburbana di Sha Tin. Il legame di Leung con la protesta non è apparso immediatamente chiaro perché ha fatto domanda usando il nome di un’altra associazione locale, secondo Joshua Wong, leader di Demosistō.

Wong, 22 anni, e altri importanti attivisti hanno partecipato a varie manifestazioni, spesso in prima linea. Ma hanno fatto fatica a imporre la propria leadership nelle strade, con i manifestanti che dibattevano tra di loro consultando i telefoni per decidere quali azioni intraprendere.

Reuters ha assistito a manifestazioni nelle quali Wong, insieme ad altri noti democratici della città, hanno ricevuto cori di disapprovazione da parte di attivisti che sostengono di non voler vedere il movimento guidato da un unico leader o gruppo.

“Sono piuttosto felice del fatto che le persone dicano che non dobbiamo affidare a uno specifico leader politico la guida di questo movimento”, ha dichiarato Wong.

L’attivista indipendentista Edward Leung, visto con reverenza da molti dei manifestanti, sta attualmente scontando una condanna di sei anni per i disordini scatenati nel corso di una protesta nel 2016.

Francis Lee, professore all’università cinese di Hong Kong e autore di un libro sui movimenti sociali locali, descrive le proteste come un movimento open source. I manifestanti spesso si radunano intorno alle migliori idee emerse nei gruppi in rete e votano per stabilire la strategia da seguire, spiega.

L’attivista Joshua Wong durante una manifestazione contro la legge sull’estradizione a Hong Kong, giugno 2019. (Jorge Silva, Reuters/Contrasto)

La Cina ha accusato alcuni paesi stranieri di essere all’origine delle proteste. I diplomatici sia occidentali sia asiatici della città osservano da vicino le proteste, e alcuni di loro sono stati visti sul luogo degli eventi. Secondo loro la cosa fa parte delle loro attività di routine.

La frustrazione cresce
Le proteste sono esplose a fine aprile, a causa di una proposta di legge di Lam che avrebbe permesso l’estradizione di una persona sotto processo a Hong Kong nella Cina continentale. A differenza delle richieste di suffragio universale, che alimentarono le proteste del 2014, la proposta di legge sull’estradizione è stata identificata come una minaccia specifica e tangibile da parte di molti cittadini di Hong Kong, il che ha galvanizzato centinaia di migliaia di persone.

Di fronte alle massicce proteste, Lam ha annunciato il 15 giugno che avrebbe congelato la proposta di legge, ma l’annuncio non è bastato a molti cittadini di Hong Kong, che si sono riversati nelle strade dando vita a una delle più ampie marce di protesta mai viste in città. Organizzata da una coalizione di gruppi della società civile, la marcia ha radunato segmenti eterogenei della società di Hong Kong, tra cui alcuni esponenti della classe media politicamente conservatrice della città.

Un importante punto di svolta delle proteste è stato l’assedio del 21 luglio all’ufficio di comunicazione del governo centrale di Pechino, il principale simbolo dell’autorità cinese a Hong Kong. Alcuni attivisti vestiti di nero sono arrivati al tramonto di fronte al grattacielo di vetro e cemento, all’ingresso del quale campeggia l’emblema rosso della Cina. Mentre la folla cresceva rapidamente, raggiungendo le migliaia di partecipanti, alcuni manifestanti hanno lanciato uova contro l’edificio. Altri hanno usato degli spray per scarabocchiare “Revolution of our time” (rivoluzione del nostro tempo) sui muri.

Alcuni hanno cercato di neutralizzare le telecamere di sicurezza prendendole di mira con dei puntatori laser. Altri manifestanti, sostenuti dalle grida d’approvazione della folla, hanno lanciato della vernice nera contro l’emblema dello stato cinese.

“Carrie Lam si è rifiutata di ascoltare le nostre preoccupazioni per l’interferenza del Partito comunista”, ha dichiarato un manifestante di 27 anni che ha rivelato solo il suo nome, Paul, mentre attaccava delle fiale di liquido antilacrimogeni sul suo zaino in stile militare. “Adesso dobbiamo lanciare il nostro messaggio ai comunisti senza intermediari”.

L’ufficio di collegamento con Pechino è da allora diventato l’oggetto di ripetute proteste. Nick Tsang, un manifestante vestito con un passamontagna e abiti neri, era nella folla che ha cominciato a radunarsi in un parco di Hong Kong il pomeriggio del 28 luglio. Tsang ha consultato un gruppo Telegram per vedere dov’erano diretti altri partecipanti. Un gruppo di manifestanti si è staccato, dirigendosi verso il quartier generale della polizia, mentre un altro si è spostato in direzione del quartiere commerciale di Causeway Bay. Più tardi alcuni hanno fatto marcia indietro, verso l’ufficio di collegamento. Tsang li ha seguiti.

Stavolta l’edificio era stato protetto con barriere di plastica piene d’acqua, vari battaglioni della polizia antisommossa e altri corpi d’élite. Il personale dell’ufficio di collegamento, nel frattempo, aveva sostituito il distintivo dello stato imbrattato con uno nuovo, ricoprendolo con una scatola di plexiglass.

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Dopo alcune ore di accesi scontri nelle strade intorno all’ufficio di collegamento, la retroguardia dei manifestanti, nella quale si trova anche Tsang, si è ritrovata circondata dalla polizia. Mentre intorno a loro si alzavano i gas lacrimogeni, sono corsi verso la metropolitana di Hong Kong rifugiandosi nel vagone di un treno.

“Non possiamo arretrare, o l’autoritarismo peggiorerà”, ha dichiarato Tsang, riferendosi al governo cinese.

“Non è una cosa che riguarda solo me. È per Hong Kong, la mia città”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato scritto da James Pomfret, Greg Torode, Clare Jim e Anne Marie Roantree per l’agenzia Reuters.

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