Soldati statunitensi nella base aerea di İncirlik, Adana, in Turchia, 2015. (Ozge Elif Kizil, Anadolu Agency/Getty Images)

La strategia nucleare degli Stati Uniti in Europa è in mano ad Ankara

Soldati statunitensi nella base aerea di İncirlik, Adana, in Turchia, 2015. (Ozge Elif Kizil, Anadolu Agency/Getty Images)
06 dicembre 2019 11:49

La Germania non possiede armi nucleari. Ha rinunciato all’idea di averne quando si è riunificata, nel 1990. Ma se oggi dovesse scoppiare una guerra in Europa, alcuni piloti tedeschi potrebbero salire a bordo di aerei tedeschi, decollare dalla base aerea di Büchel, nello stato di Renania e Palatinato, e lanciare bombe atomiche sulle truppe russe. La Luftwaffe potrebbe farlo grazie al programma di condivisione nucleare della Nato, ai sensi del quale gli Stati Uniti conservano in tutta tranquillità delle bombe nucleari in cinque paesi d’Europa.

L’accordo è vecchio di decenni. Ma è da qualche tempo che solleva alcune obiezione. E gli scontri che coinvolgono uno di questi paesi ospitanti, la Turchia, peggiorano le cose. Nel 1950 gli Stati Uniti hanno trasferito le loro prime bombe nel Regno Unito. Nei decenni successivi hanno ammassato un’ampia riserva di armi nucleari in tutta Europa, circa settemila nel momento di massimo stanziamento, nel 1971. Molte erano piccoli dispositivi noti come armi nucleari tattiche, o non strategiche. Erano in grado di esplodere anche solo con una frazione di chilotone, una misura molto più bassa rispetto alla bomba da 15 chilotoni esplosa a Hiroshima. La più piccola di queste poteva entrare in uno zaino.

Oggi ne rimangono circa 150. Si tratta di bombe a caduta libera B61 la cui potenza può andare da un terzo di chilotone a più di 170. In epoca di pace restano sottoposte alla sorveglianza statunitense e solo un ordine presidenziale può autorizzarne l’uso, ma alcuni piloti europei continuano a essere addestrati al loro lancio.

Le bombe in Italia e in Turchia
Si ritiene che i paesi che ne ospitino di più siano l’Italia e la Turchia, tra le sessanta e le settanta circa in ognuno dei due paesi. Altre, in numeri più piccoli, sarebbero in Belgio, Germania e Paesi Bassi.

Le bombe che più preoccupano gli ufficiali statunitensi sono conservate nelle camere blindate della base aerea di İncirlik nel sud della Turchia, a poche ore di strada dal confine siriano. Durante il colpo di stato militare del 1960 e durante le tensioni diplomatiche del 1975 gli Stati Uniti presero in considerazione l’ipotesi di riprendersi le bombe.

Durante il fallito colpo di stato contro il presidente Recep Tayyip Erdoğan, nel 2016, la base di İncirlik ha ospitato gli aerei di rifornimento che hanno permesso agli F16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Il regime di Erdoğan ha risposto tagliando l’elettricità della base e arrestandone il comandante.

La cosa ha messo in allarme Washington a proposito della sicurezza delle sue armi e del rischio che queste diventino ostaggio delle difficili relazioni con la Turchia. Alcuni ufficiali di grado elevato sono stati inviati a İncirlik salvo poi concludere che le bombe non necessitavano di essere rimosse. Le testate possono essere attivate solo tramite un codice, e le camere blindate rimangono automaticamente sigillate in assenza di energia elettrica, il che dà alle forze statunitensi il tempo di entrare con la forza nella base se necessario. Eppure, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno valutato l’ipotesi di far sparire le bombe e di sostituirle con delle repliche non funzionanti.

Bombe sostituite dagli F35
Armi nucleari sono state allontanate dalla Grecia nel 2001 e dalla base aerea di Ramstein, in Germania, nel 2005. Togliere le bombe da İncirlik significherebbe rimuovere degli obiettivi vulnerabili e un implicito strumento d’influenza. Ma se condotta in maniera goffa, l’operazione potrebbe inasprire la crisi diplomatica e perfino spingere Erdoğan ad avviare un programma di armamenti nucleari autonomo, qualcosa a cui ha fatto riferimento lo scorso settembre. Rilancerebbe anche il teso dibattito sulla presenza delle bombe B61 in altri paesi d’Europa.

L’opposizione alla condivisione nucleare è presente soprattutto in Germania. Anche se la cancelliera tedesca Angela Merkel ha difeso tale pratica, i suoi partner di coalizione hanno richiesto più volte, nel corso dell’ultimo decennio, che le bombe vengano ritirate. Conservarle dove sono è inoltre complicato per motivi tecnici. Gli attuali aerei dual-capable (dca), equipaggiati per portare bombe sia nucleari sia ordinarie, si stanno avvicinando alla fine della loro vita operativa. Belgio, Italia e Paesi Bassi stanno tutti acquistando degli F35 per sostituirli, ma la Germania ha escluso questa possibilità a gennaio.

La maggior parte delle basi europee che ospitano armi non rispettano gli standard di sicurezza

Questo è avvenuto in parte anche perché la Francia vuole costruire i suoi aerei militari di nuova generazione in collaborazione con la Germania. La Luftwaffe potrebbe quindi comprare degli F18, dei vecchi dca statunitensi. Oppure potrebbe ammodernare i Typhoon di costruzione europea, in modo che siano in grado di ospitare le B61. Ma oltre a essere onerosa in termini di denaro e tempo, questa operazione esporrebbe la tecnologia europea agli sguardi indiscreti degli Stati Uniti. E nessuno di questi due aerei è particolarmente in grado di passare inosservato.

İncirlik non è inoltre l’unico motivo delle preoccupazioni di sicurezza. Nel 2008 un’analisi delle forze aeree statunitensi ha concluso che la maggior parte delle basi europee che ospitano armi non rispettano gli standard, e ha concluso che edifici di sostegno, recinzioni, luci e sistemi di sicurezza abbiano bisogno di riparazioni. Due anni dopo alcuni attivisti antimilitaristi sono entrati in una base in Belgio, aggirandosi nei pressi delle camere blindate che ospitano le B61 per un’ora.

Se le bombe sono vulnerabili e fonte di dissidi politici, perché conservarle in Europa? Alcuni strateghi della Nato temono che se la Russia dovesse attaccare un alleato come l’Estonia e poi condurre un attacco nucleare limitato per prevenire un contrattacco occidentale, non avrebbe senso per l’alleanza rispondere con armi “strategiche”, quelle presenti su aerei e missili a lunga gittata dotati di cariche molto più alte e in grado di distruggere città. Si considera che bombe più piccole, come le B61, permettano una risposta più proporzionata.

Non è del tutto chiaro, tuttavia, se il nemico sarebbe in grado di cogliere la differenza. E le questioni militari relative alle B61 sono problematiche per altri motivi. Gli aerei, qualora non fossero distrutti a terra, faticherebbero a superare le difese aeree russe. E quindi gli Stati Uniti userebbero probabilmente dei bombardieri invisibili inviati dall’altro lato dell’Atlantico, oppure missili lanciati da sottomarini e attivati con nuove testate a bassa carica, costruite sotto l’amministrazione Trump. La Nato ritiene che la sua “garanzia suprema” sia fornita in questo modo dalle forze strategiche di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, piuttosto che dalle B61 presenti in Europa.

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In realtà la natura del programma di condivisione nucleare è più politica che pratica. L’obiettivo è creare un legame tangibile e simbolico tra gli Stati Uniti e l’Europa. Gli alleati che godono di protezione nucleare statunitense devono condividere il peso morale del ricorso ad armi nucleari, e il costo dell’eventuale rappresaglia. Allo stesso tempo gli europei ottengono una più ampia (anche se sempre modesta) voce in capitolo relativa al modo in cui usare le armi nucleari degli Stati Uniti. Questo dovrebbe placare le loro paure di essere abbandonati.

Questa rassicurazione ha un costo. Il presidente Barack Obama aveva accarezzato l’idea di riportare a casa le bombe, ma alla fine aveva deciso di rimandare la decisione. Aveva invece autorizzato un programma da dieci miliardi di dollari che ne aumentasse la vita e ne migliorasse la precisione. Il costo totale delle armi tattiche nucleari statunitensi toccherà i 25 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2046, circa un miliardo di dollari all’anno. E se il rapporto della Turchia con gli alleati continuerà a deteriorarsi, gli europei potrebbero sentirsi più preoccupati, che non rassicurati, dai vari megatoni di armi conservati a İncirlik.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

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