07 febbraio 2020 10:15

Una slitta trainata da cani o una motoslitta sono i mezzi più sicuri per raggiungere Toksook Bay, nell’Alaska rurale, dove Steven Dillingham, direttore dell’ufficio per il censimento degli Stati Uniti, è arrivato il 21 gennaio per contare le prime persone nel rilevamento decennale della popolazione statunitense. Non dovrebbe metterci molto – secondo l’ultimo rilevamento, nel 2010, gli abitanti qui erano solo 590 – ma è comunque l’inizio di un’impresa colossale. Nei prossimi mesi chiunque viva negli Stati Uniti riceverà la richiesta di fornire informazioni su età, sesso, etnia e residenza (e a qualcuno verrà chiesto molto di più).

Questo censimento si è già dimostrato insolitamente esplosivo. Un tentativo del presidente Donald Trump di includere un quesito sulla cittadinanza, che avrebbe potuto indurre gli immigrati privi di documenti a non rispondere, è stato sventato dalla corte suprema. L’amministrazione è stata inoltre accusata in due diversi procedimenti legali di aver concesso finanziamenti insufficienti al censimento, incrementando così la possibilità che minoranze e persone vulnerabili, come i senza dimora, fossero conteggiati in maniera errata.

La costituzione statunitense rende obbligatorio un censimento su base decennale, in modo tale che il legislatore “possa fondare le sue argomentazioni su dati di fatto”, come scrisse James Madison nel 1790. Con l’aumentare delle sue responsabilità, il governo ha fatto sempre più affidamento su questo rilevamento. Nel 2016 i dati del censimento sono stati usati per destinare finanziamenti per 850 miliardi di dollari a programmi come Medicaid, buoni spesa, pasti scolastici o costruzione di strade. I risultati sono stati utilizzati per ripartire i seggi al congresso, ma sono stati utili anche ad accademici, genealogisti e perfino a catene di supermercati che dovevano decidere dove aprire nuovi punti vendita.

Un metodo collaudato
I rilevamenti di popolazione non sono stati inventati nel settecento. I babilonesi registravano i loro conteggi su tavolette di cera già nel 3800 avanti Cristo per capire quanto cibo coltivare. Nell’antica Atene gli amministratori tenevano il conto con pile di pietre, aggiunte da ciascun cittadino, per valutare la capacità militare e le imposte. Giuseppe e sua moglie Maria incinta viaggiarono da Nazareth a Betlemme dopo che l’imperatore Augusto aveva decretato che “tutto il mondo doveva essere registrato”. Nel diciottesimo secolo, rilevamenti affidabili e regolari della popolazione erano comuni nei paesi europei e gli addetti al rilevamento (enumerator secondo la definizione inglese) erano inviati nelle colonie di tutto il mondo.

Un rilevamento decennale di ogni abitazione, come quello appena cominciato negli Stati Uniti, è un metodo più che collaudato. Offre la fotografia istantanea di un’intera popolazione. I cittadini possono dichiarare come desiderano essere registrati e il conseguente tesoro di dati è accessibile pubblicamente. Quest’impresa però ha costi e dimensioni sempre maggiori.

Le migrazioni e il cambiamento degli stili di vita rendono ancora più difficile raggiungere tutti quanti

Il precedente censimento negli Stati Uniti è costato 92 dollari (circa 82 euro) per abitazione, rispetto ai 16 dollari (circa 14 euro) del 1970 (secondo il valore del dollaro nel 2020). Nel 2010 la Cina ha mobilitato un esercito di sei milioni di addetti al rilevamento per percorrere il paese in lungo e in largo. Secondo il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, il censimento è “tra gli esercizi più complessi e imponenti che un paese possa intraprendere in tempo di pace”.

Le migrazioni e il cambiamento degli stili di vita rendono ancora più difficile raggiungere tutti quanti. È più complicato tenere traccia di chi vive in affitto rispetto ai proprietari di casa, perché i traslochi sono più frequenti. Secondo le proiezioni di una ricerca, il censimento statunitense di quest’anno potrebbe conteggiare in modo incompleto l’1,2 per cento della popolazione, una quota che sale a più del 3,5 per cento se riferita ai neri e agli ispanici, che hanno meno probabilità di essere proprietari di casa.

Un processo lento
Esiste un modo migliore? Per la prima volta quest’anno gli statunitensi potranno riempire il modulo del censimento online. Il rischio è quello di non registrare gruppi difficili da raggiungere, per esempio le popolazione indigene e gli anziani. Introduce anche grattacapi imprevedibili. Nel 2016 il sito dedicato al censimento in Australia si è bloccato: milioni di persone non hanno potuto inviare le loro risposte e hanno dato voce alla loro rabbia con l’hashtag #censusfail.

I paesi nordici hanno messo completamente da parte questa impresa mastodontica rivolgendosi ad altre fonti di informazione. In Svezia ciascun cittadino ha un personnummer, un numero di identità collegato ai dati in possesso del governo sulla salute, l’occupazione, la residenza e altro. Questi dati sono incrociati per produrre statistiche simili ai risultati di un censimento tradizionale. Danimarca, Finlandia e Norvegia hanno un approccio simile. Mano a mano che le società condividono più o meno intenzionalmente un numero maggiore di informazioni, è possibile produrre nuove statistiche. I dati inviati dai cellulari per esempio sono stati usati per fare delle stime sui modelli di pendolarismo. Nei Paesi Bassi invece si svolge un censimento “virtuale”. È simile al modello nordico, ma usa anche indagini a campione ridotto per produrre dati che non sono già in possesso dello stato, come quelli relativi ai livelli di istruzione e all’occupazione.

Quando ogni cittadino ha un identificatore unico, questi rilevamenti sono molto più economici da realizzare – il governo olandese si vanta del fatto che il suo censimento del 2011 sia costato solo 0,10 dollari (0,9 euro) a persona – e possono essere effettuati con maggiore regolarità. È tuttavia più difficile garantire l’accuratezza dei dati. Le anagrafi non sono mai completamente aggiornate e tutti quelli che non vi sono ancora registrati non saranno conteggiati. Si prevede che in Europa due terzi dei paesi useranno in un modo o nell’altro i dati già presenti in registri esistenti per i prossimi censimenti. Secondo un’analisi di Paolo Valente, statistico per le Nazioni Unite, vent’anni fa erano solo un quarto.

Un cambiamento di questa portata è un processo lento. Bernard Baffour, ricercatore della Australian national university, sottolinea come la Svezia ci abbia messo decenni a far entrare in funzione un censimento interamente basato sui registri anagrafici, in parte perché è stato necessario rassicurare gli svedesi sulla sicurezza dei loro dati. “Quando il vostro medico vi chiede quanto bevete o fumate vi crea problemi il fatto che la risposta sia collegata ad altre informazioni sul vostro conto?”, riassume Baffour.

Anche Frank de Zwart, professore dell’Università di Leida nei Paesi Bassi, è critico riguardo ai censimenti basati sui registri anagrafici perché trascurano una funzione politica cruciale dei censimenti stessi. Per minoranze come quella dei nativi americani riempire un modulo di carta del censimento rappresenta uno strumento molto potente per ribadire il loro posto nella società. Un censimento virtuale negherebbe loro questa opportunità. Ciò detto, nemmeno l’autovalutazione è perfetta: al censimento del 2011, 177mila britannici hanno dichiarato di essere dei cavalieri jedi.

La fiducia è importante
Anche se nel Regno Unito non si usano le carte di identità, comuni nel resto d’Europa, nel 2013 il governo di Londra ha cercato di sostituire il censimento usando altri dati amministrativi già in suo possesso. Le proteste dei parlamentari e degli esperti di statistica hanno costretto i ministri ad accantonare l’idea. L’opinione pubblica ha respinto un tentativo di introdurre le carte di identità nel 2006 e alcuni scandali recenti, come la raccolta di dati personali da Facebook, hanno aggravato tra i britannici i timori legati alla violazione della privacy.

Iain Bell, lo statistico responsabile del censimento presso l’ufficio britannico per le statistiche nazionali (Office for national statistics) sottolinea l’importanza della fiducia dell’opinione pubblica quando si producono dati ufficiali: “Se le persone non vogliono che ci sia un unico registro della popolazione, dobbiamo rispettare questa volontà e cercare altre fonti”.

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Nel 2014 Francis Maude, che all’epoca faceva parte del governo, ha detto ai parlamentari di sperare che il successivo censimento, previsto per il prossimo anno, sarà anche l’ultimo. Nel 2023 l’ufficio per le statistiche nazionali dirà se questo è possibile oppure no.

I dibattiti politici sul censimento statunitense hanno fatto luce su una funzione del governo che le persone prendono in considerazione raramente, ma i cui risultati hanno un impatto quotidiano sulle loro vite. Registrare ogni persona di ogni abitazione può apparire obsoleto nell’era dei big data, a prescindere dal fatto che i dati siano in possesso dei governi o di aziende private. Almeno da questo punto di vista però il governo federale statunitense non è grande abbastanza; il suo sistema di previdenza sociale è troppo incompleto e altre informazioni ancora troppo lacunose per poter sostituire il caro vecchio conteggio. Dillingham sarà l’ultimo numeratore a visitare Toksook Bay? Non contateci.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.