10 giugno 2020 13:58

Nel 2019, quando il presidente Filipe Nyusi ha voluto affrontare l’insurrezione jihadista nel nord del Mozambico, diverse compagnie militari private erano più che disposte ad aiutarlo. Nyusi ha scelto la russa Wagner, che si è impegnata a sbarazzarsi dei ribelli nel giro di poco tempo. Dopo che alcuni dei suoi uomini sono stati uccisi, però, è stata costretta a un’umiliante ritirata.

Al suo posto il governo ha assoldato una compagnia dal profilo molto diverso: il Dyck advisory group (Dag), guidato dal colonnello Lionel Dyck, con sede in Sudafrica. Dyck ha servito nell’esercito della Rhodesia, lo stato governato dai bianchi che dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1980 è diventato lo Zimbabwe. Negli anni settanta, quando Dyck indossava l’uniforme, l’esercito della Rhodesia attaccava il Mozambico e le basi della guerriglia ospitate dal partito di Nyusi, il Frelimo. I tempi cambiano, e le alleanze pure.

Nonostante un trattato delle Nazioni Unite che vieta i mercenari, il loro tempo non è ancora finito. Secondo alcuni analisti in Africa sono più numerosi che mai. Ma è possibile che diano un contributo utile? Alcuni di loro hanno prestato servizio in forze speciali note per la loro efferatezza nelle fasi finali del dominio bianco in Africa meridionale. In molti hanno poi lavorato in Iraq e Afghanistan prima di tornare nel loro territorio.

Dopo che la maggior parte dei paesi africani ha ottenuto l’indipendenza, i mercenari sono diventati tristemente noti per il supporto a movimenti secessionisti e tentativi di colpi di stato. Hanno combattuto per Moïse Tshombe quando il Katanga ha cercato di staccarsi dal Congo, agli inizi degli anni sessanta, e in Biafra quando il territorio ha tentato la secessione dalla Nigeria alla fine del decennio. Più di recente Simon Mann, un ex ufficiale delle forze speciali britanniche, ha cercato nel 2004 di rovesciare il dittatore della Guinea Equatoriale, un paese ricco di petrolio, ma è finito in carcere.

Da Al Bashir a Haftar
In passato i governi occidentali hanno strizzato l’occhio alle attività dei mercenari che servivano i loro interessi commerciali. Oggi però la Russia è ritenuta il paese che più di tutti sta facendo affidamento su mercenari per espandere la sua influenza. Lo fa soprattutto attraverso la Wagner, il cui fondatore, Jevgenij Prigožin, è vicino al presidente Vladimir Putin. Poco dopo che Nyusi ha incontrato Putin a Mosca nel 2019, la Wagner ha ottenuto il contratto con il Mozambico, che ha ricchi giacimenti di gas e sta sviluppando il più importante progetto di estrazione in tutta l’Africa.

La Wagner è stata arruolata per puntellare diversi regimi africani traballanti. In Sudan ha cercato di sostenere la dittatura sanguinaria di Omar al Bashir, rovesciato l’anno scorso dopo grandi proteste di massa. Nel 2018 centinaia di uomini della Wagner sono arrivati nella Repubblica Centrafricana per sorvegliare le miniere di diamanti, addestrare l’esercito e garantire la sicurezza di Faustin-Archange Touadéra, il contestato presidente del paese. In Guinea, dove il gigante russo dell’alluminio Rusal ha grossi interessi, la Wagner ha stretto rapporti con il presidente Alpha Condé, che ha represso nel sangue le proteste contro la nuova costituzione con cui potrà aggiudicarsi un terzo mandato.

In Libia, nonostante l’embargo sulle armi, si dice che la Wagner abbia dispiegato tra gli 800 e i 1.200 operativi a sostegno del generale ribelle Khalifa Haftar, che sta cercando di sconfiggere il governo non riconosciuto. Il 26 maggio il comando militare degli Stati Uniti in Africa ha dichiarato che la Russia ha inviato dei jet da combattimento in Libia per dare supporto aereo alla Wagner. Gli statunitensi hanno pubblicato delle immagini satellitari che mostrerebbero i velivoli nella base aerea di Al Jufra. A quanto pare però la Wagner sta fallendo anche in Libia, e centinaia di suoi uomini sono stati costretti a ritirarsi.

Tramite i mercenari i governi possono supportare un’azione militare all’estero fingendo di non farlo

Le compagnie militari private di solito sostengono di riempire dei vuoti nella sicurezza che altrimenti potrebbero provocare il caos. Per esempio, nel 2016 la Francia ha ritirato quasi tutte le sue truppe dalla Repubblica Centrafricana. Nel paese sono rimasti solo i caschi blu e una piccola missione di addestramento europea, che faticavano a mantenere l’ordine. La Wagner non ha fatto molto meglio. Nel 2015 una compagnia sudafricana, la Sttep (Specialised tasks, training, equipment and protection) aveva ottenuto qualche successo mentre aiutava l’esercito nigeriano nella sua lotta contro i jihadisti di Boko Haram nel nordest del paese. Il suo contratto però è stato annullato quando è stato eletto presidente Muhammadu Buhari, convinto che il suo esercito avrebbe potuto portare a termine il lavoro da solo. Invece non ci è riuscito.

I mercenari hanno tre vantaggi rispetto agli eserciti regolari. In primo luogo offrono la possibilità di negare in modo plausibile. Tramite loro governi come quello della Russia possono supportare un’azione militare all’estero fingendo di non farlo. In secondo luogo, di solito sono efficienti, esperti, svelti e flessibili. In terzo luogo costano meno degli eserciti regolari. Mentre i soldati hanno contratti a tempo indeterminato e pensioni, i mercenari di solito sono pagati a progetto. Inoltre hanno un migliore rapporto costi-benefici rispetto agli armamenti pesanti e costosi che i governi africani spesso importano e che non servono a molto contro i terroristi. L’equipaggiamento della Dag in Mozambico pare includa diversi elicotteri (uno dei quali è precipitato non molto tempo fa dopo esser stato colpito da jihadisti) e qualche piccolo aereo, ma niente di troppo costoso.

Amici degli animali
Il colonnello Tim Collins, un veterano della campagna britannica in Iraq che gestisce una compagnia militare privata in Afghanistan, afferma che “per gli stessi soldi che il Regno Unito spende in alcolici a Natale” queste compagnie possono fornire ai governi africani una forza di livello continentale (il che non vuol dire che ne desiderino una). Sottolinea che nel 1995 in Sierra Leone i mercenari della Executive outcomes hanno giocato un ruolo importante nella sconfitta dei ribelli sanguinari del Fronte unito rivoluzionario. Tra i fondatori di quella semplice forza militare c’era il sudafricano Eeben Barlow, che oggi dirige la Sttep. Composta soprattutto da ex commando dell’epoca dell’apartheid, la Executive outcomes aveva in passato aiutato il governo angolano a sconfiggere i ribelli dell’Unita, che erano stati sostenuti dal Sudafrica.

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Sul sito della Dag si legge che la compagnia ha intrapreso “operazioni nel campo della sicurezza” in almeno otto paesi, tra cui la Repubblica Centrafricana, il Malawi e il Sudafrica. Pare che il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa sia molto vicino a Dyck, che ha attirato la sua attenzione nel 1981. All’epoca Dyck aveva guidato un battaglione di Rhodesian African rifles, in maggioranza neri, mandato a reprimere un ammutinamento di ex guerriglieri delusi leali all’acerrimo nemico del primo ministro Robert Mugabe, Joshua Nkomo, in un’azione che provocò molti morti.

Anche la Oam Middle East è gestita da un ex rhodesiano, John Gartner. La compagnia sostiene di aver lavorato in non meno di diciotto paesi. Molte di queste compagnie vantano la loro capacità di proteggere la fauna selvatica, usando elicotteri armati per scoraggiare i bracconieri.

Sebbene sulla carta si oppongano ai mercenari, ultimamente le Nazioni Unite potrebbero aver ammorbidito la loro posizione. L’organizzazione ha stabilito un codice di condotta per le loro operazioni e se ne è servita essa stessa per compiti di logistica, sminamento e addestramento. Chris Kwaja, un nigeriano che dirige un “gruppo di lavoro sull’impiego dei mercenari” per conto dell’Alto commissariato per i diritti umani, ritiene che queste compagnie possano essere utili se soggette a “strumenti vincolanti internazionali”. Oggi alcune aziende militari private accettano che nei loro contratti vengano inserite delle clausole etiche.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale The Economist.