25 novembre 2020 22:24

Diego Armando Maradona è morto mercoledì 25 novembre per un arresto cardiorespiratorio nel quartiere di San Andres, a Tigre, nell’area metropolitana di Buenos Aires, dove si era stabilito da qualche giorno in seguito all’operazione alla testa cui si era sottoposto per un ematoma subdurale. Il 30 ottobre aveva compiuto sessant’anni.

È morto verso mezzogiorno, dopo che i medici che lo assistevano hanno cercato di rianimarlo. Negli ultimi giorni la sua famiglia e il suo entourage avevano notato che Maradona era “molto ansioso e nervoso”. Per questo motivo era riaffiorata l’idea di trasferirlo per la riabilitazione a Cuba, dove aveva già trascorso alcuni anni per combattere la sua dipendenza dalla cocaina.

Alla fine è successo. Un evento dall’impatto globale. Una notizia che segna uno spartiacque nella storia. La frase che più volte era stata scritta, ma che era stata dribblata dal destino, fa ormai tristemente parte della realtà: Diego Armando Maradona è morto.

Villa Fiorito è stato il punto di partenza. Da lì, da quell’angolo anonimo della zona sud della grande Buenos Aires, provengono molti degli elementi che hanno determinato la vita di Maradona. Una vita trasmessa in televisione, fin da quel primo messaggio rivolto a una telecamera in cui un ragazzino, su un campo fangoso, diceva di sognare di giocare un giorno nella nazionale argentina. Un salto nel vuoto senza paracadute. Delle montagne russe continue, fatte di salite ripide e discese improvvise.

Nessuno ha spiegato a Diego le regole del gioco. Nessuno ha dato a chi lo circondava (un concetto tanto naturale quanto astratto e mutevole nel corso della sua vita) un manuale d’istruzioni. Nessuno aveva il joystick in grado di gestire il destino di un uomo che, con quegli stessi piedi che calpestavano il fango, era riuscito a toccare il cielo.

Forse la sua più grande coerenza è stata quella di essere autentico nelle sue contraddizioni. Quella di non smettere di essere Maradona, neanche quando nemmeno lui sopportava di esserlo. Quella di spalancare la sua vita e, in quella scatola piena di sorprese, svelare buona parte delle idiosincrasie argentine. Maradona rappresenta due specchi: quello in cui è piacevole guardarci e quello che, invece, ci mette in imbarazzo.

A differenza dei comuni mortali, Diego non ha mai potuto nascondere nessuno degli specchi.

Una storia senza eguali
È il giocatore dei “los Cebollitas” (la squadra giovanile, praticamente imbattibile in cui giocava, ndr) che aveva un solo paio di pantaloni di velluto e l’uomo delle camicie sgargianti e della collezione d’orologi di lusso. È quello capace di segnare quattro gol al portiere che aveva provato a sfidarlo e al tempo stesso l’allenatore che cerca di prendere in giro i tedeschi ma finisce umiliato. È la persona che lascia lo stadio Azteca coperto di gloria e quello che esce di scena per mano di un’infermiera negli Stati Uniti.

È l’uomo che arringa, che scuote, che rincuora, che motiva. Quello che prendeva un aereo da qualsiasi parte del mondo si trovasse per venire a giocare con la maglia della nazionale argentina. Quello con i capelli tinti biondo e quello che parcheggia il camion Scania in un country club. È il ciccione che passa il suo tempo a giocare a golf a Cuba e lo smilzo del programma televisivo La noche del diez (La notte del 10, il suo numero). È l’uomo che risorge dalla morte a Punta del Este.

È il marito di Claudia ma anche l’uomo accusato di violenza contro le donne. È il tossicodipendente perennemente in lotta. Quello che canta il tango e balla la cumbia. Quello chi si oppone alla Fifa o che dice al papa di vendere l’oro del Vaticano. Quello che riconosceva i figli come una persona che cercava di colmare i buchi della sua esistenza.

Un’icona del neoliberismo anni novanta ma anche l’uomo che saltò su un treno per ritrovarsi faccia a faccia con George W. Bush e farsi alfiere del progressismo latinoamericano. È ogni tatuaggio che ha sulla pelle: Che Guevara, sua figlia Dalma, sua figlia Gianinna, Fidel Castro, il nipotino Benjamin… È l’uomo che abbraccia la Coppa del mondo, quello che dà dei figli di puttana agli italiani che insultano l’inno argentino, e quello che strappa un sorriso agli eroi delle Malvinas con una partita degna di una finzione, un pezzo di letteratura, un’opera d’arte.

Perché se dovessimo scegliere una sola partita sarebbe quella. Perché non c’è mai stato, e mai ci sarà più, un frammento di vita più maradoniano dei quattro minuti tra i due gol che Diegò segnò il 22 giugno 1986 contro gli inglesi. Il miglior riassunto della sua vita, del suo stile, di ciò che è stato in grado di creare. Ha dipinto il suo capolavoro nella migliore cornice possibile. Ha detto al mondo chi è Diego Armando Maradona. Il baro e il mago. Quello che riesce a ingannare tutti allungando una mano truffaldina, e quello che si supera subito dopo, con lo spartito più bello di tutti i tempi.

Mondiali del Messico 1986, Argentina-Inghilterra


L’aquilone cosmico. Il pallone che non si macchia. Le gambe tagliate. Il “continuate a succhiarlo”. La tartaruga che scappa. Il vaso nel suo appartamento di Caballito (che conteneva droga, trovata dalla polizia, ndr), il fucile ad aria compressa contro i giornalisti, la Ferrari nera scartata perché non aveva stereo, la mafia napoletana e un’intera città che sceglie di vivere in pausa, ai piedi del suo dio. È quello delle canzoni, quello dei documentari scioccanti e delle biografie sempre sorpassate dalla realtà. Quello che prende il telefono e chiama quando meno te lo aspetti e più ne hai bisogno. Quello che giocava partite di beneficenza senza che nessuno lo sapesse. Quello che passa dall’amore all’odio coi suoi agenti Cyterszpiler, Coppola o Morla. Quello che torna sempre alle sue origini e che presta più attenzione a quanti hanno di meno.

È il nonno viscido e il padre inavvicinabile.

È innanzitutto, e più di ogni altra cosa, il figlio di doña Tota e don Diego.

E Maradona è nel presente anche se, di chi muore, si deve scrivere al passato. È quello che a Dubai era fianco a fianco con gli sceicchi e firmava contratti milionari, quello che a Culiacán e con quaranta gradi all’ombra ha ordinato uno spezzatino a casa. Quello che è stato ricoverato in una clinica neuropsichiatrica. Quello che è riuscito a rinunciare alla cocaina. Quello che palleggiava con un pallone ad Harvard. È quello che, da allenatore del Gimnasia, è stato oggetto di un tardivo tributo del calcio argentino. Quello che aveva allenato il Racing e il Mandiyú non era quest’ultimo Diego, con le ginocchia storte, le parole biascicate e le emozioni che fluivano senza filtro.

Finale di partita
Maradona è anche l’uomo che è andato spegnendosi. Il suo corpo si è incrinato, e ha cominciato a mostrare i segni dei lunghi anni di punizioni fisiche, di straripamenti, di eccessi, di calci subiti, di infiltrazioni, di viaggi, di dipendenze, di saliscendi di peso, in cui si è spinto ai limiti senza una rete di protezione.

E al pari del corpo, andava spegnendosi anche l’anima. Negli ultimi tempi non voleva più essere Maradona, ma non poteva più essere un uomo normale. Niente gli dava più motivazioni. Né il palliativo degli antidepressivi né i sonniferi funzionavano più. L’alcol ha accelerato questo percorso. Sempre meno cose accendevano il suo motore: né i soldi né la fama né il lavoro né gli amici né le donne né il calcio. Ha smarrito il suo joystick. E ha perso la partita.

Lo piange Villa Fiorito, scenografia iniziale di questa storia cinematografica e tassello fondamentale per capire il personaggio. Lo piangono “los Cebollitas”, che lo spinsero a sognare in grande. Lo piange l’Argentinos Juniors, a cui ha dato non solo il nome dello stadio, ma anche il più grande esempio di un’appartenenza che genera orgoglio. Boca Juniors piange lui e tutta la passione che ha profuso in un legame che stava mutando, ma che manteneva un amore sincero. Lo piange Napoli, il suo meraviglioso altare dove, con un pallone, ha cambiato per sempre la vita di una città. Lo piangono anche Siviglia, Barcellona e il Newell’s Old Boys, che si sentono orgogliosi di averlo ospitato.

E lo piange la nazionale di calcio argentina, perché nessuno ha difeso i colori bianco e celeste come lui. Lo piangono, in definitiva, tutta l’Argentina e tutto il mondo.

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Tra le tante cose che ha fatto nella sua vita, Maradona ne ha fatta una particolarmente esotica: si è intervistato da solo. In quell’occasione un Diego in giacca e cravatta chiese al Diego in maglietta di cosa si fosse pentito. “Di non essermi goduto le mie figlie che crescevano, di essermi perso le loro feste… Mi dispiace di aver fatto soffrire mia madre, mio padre, i miei fratelli, coloro che mi amano. Mi dispiace di non aver potuto dare il cento per cento nel calcio perché con la cocaina ho dato vantaggi agli altri. Non ottenevo vantaggi, li davo agli altri”, dichiarò nel corso di una seduta terapeutica che registrò il quaranta per cento di share in televisione.

In questo stesso montaggio, realizzato nel 2005 per il suo programma La noche del diez, il Diego in giacca e cravatta chiese a quello in maglietta di dire qualche parola per quando sarebbe arrivato il giorno della sua morte. “Cosa gli direi?”, rispose quest’ultimo. Aggiungendo poi: “Grazie di aver giocato a calcio, grazie di aver giocato a calcio, perché è lo sport che mi ha dato più gioia, più libertà. È come toccare il cielo con le mani. Grazie al pallone. Sì, metterei una lapide con su scritto: grazie al pallone”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano argentino Clarín.

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