29 novembre 2022 14:12

La censura delle autorità cinesi è al lavoro dal 28 novembre per cancellare ogni traccia dell’ondata di proteste dei giorni precedenti, scatenata dalle restrizioni sanitarie e per chiedere maggiori libertà. Si tratta di manifestazioni di un’ampiezza che non si vedeva da decenni.

Il 27 novembre una folla di manifestanti, rispondendo ad appelli sui social network, aveva espresso la sua rabbia principalmente a Pechino e Shanghai, prendendo alla sprovvista le forze dell’ordine. Tra gli slogan gridati all’unisono: “Basta test covid, abbiamo fame!”, “Xi Jinping, dimettiti! Pcc (Partito comunista cinese), fatti da parte!”, “No ai confinamenti, vogliamo la libertà”. Alcune manifestazioni si erano svolte lo stesso giorno a Wuhan (dove quasi tre anni fa fu individuato il primo caso al mondo di covid-19), a Canton, a Chengdu e a Hong Kong. Per la sua estensione, la mobilitazione, il cui numero totale dei partecipanti è difficile da verificare, è stata probabilmente la più importante dai moti pro democrazia del 1989. Durante le proteste sono scoppiati degli scontri tra i manifestanti – alcuni esibivano dei fiori o dei fogli bianchi come simboli di censura – e le forze dell’ordine e molte persone sono state arrestate.

È stato il culmine di un malcontento popolare che negli ultimi mesi è cresciuto costantemente in Cina, uno degli ultimi paesi al mondo ad applicare una rigida politica “zero covid”, che implica confinamenti continui e test molecolari quasi quotidiani della popolazione.

Sotto sorveglianza
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’incendio scoppiato a Urumqi, capoluogo della provincia dello Xinjiang (nord-ovest), in cui sono morte dieci persone e che ha catalizzato la rabbia di molti cinesi, che accusano le restrizioni sanitarie di aver reso impossibili le operazioni di soccorso. Ma le manifestazioni di questo fine settimana hanno anche fatto emergere domande di maggiori libertà politiche, addirittura di dimissioni del presidente Xi Jinping, appena riconfermato alla testa del paese per un terzo mandato.

Così il 28 novembre mattina, la polizia sorvegliava, a Pechino e Shanghai, i luoghi di assembramento del giorno precedente. Nelle vicinanze del fiume Liangma, nella capitale, dove più di 400 giovani cinesi si erano riuniti la sera prima per svariate ore, al grido “Siamo tutti abitanti dello Xinjiang!”, erano parcheggiate delle auto della polizia e gli agenti pattugliavano il canale. A Shanghai una delle strade che erano state bloccate dalla folla, durante la notte è stata circondata da alte barriere blu lungo i marciapiedi per impedire qualsiasi nuovo raggruppamento.

Sui social network cinesi, tutte le informazioni riguardanti le manifestazioni del fine settimana sembravano essere sparite. Sulla piattaforma Weibo, una sorta di Twitter cinese, le ricerche “fiume Liangma” e “via Urumqi”, due dei luoghi di protesta del giorno precedente, non davano alcun risultato legato alla mobilitazione.

I video che mostravano gli studenti cantare e manifestare in altre città sono scomparsi dalla piattaforma WeChat. Sono stati rimpiazzati da messaggi che avvertivano che il post era stata segnalato come “contenuto sensibile contrario al regolamento”.

Sul motore di ricerca Weibo, la ricerca con parola chiave #A4 – in riferimento ai fogli bianchi branditi durante le manifestazioni – sembra essere stata modificata per dare solo qualche risultato.

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Il rigido controllo delle autorità cinesi sull’informazione e le restrizioni sanitarie sui viaggi all’interno del paese complicano la verifica del numero totale di manifestanti. Ma una sollevazione così estesa è rarissima in Cina, tenendo conto della repressione attiva contro tutte le forme di opposizione al governo. Il Quotidiano del popolo ha pubblicato un articolo che mette in guardia contro la “paralisi” e la “stanchezza” di fronte alla politica zero covid, senza tuttavia accennarne un termine.

“Le persone hanno raggiunto un punto di saturazione dato che non ci sono direzioni chiare sulla via per porre fine alla politica zero covid”, spiega all’Afp Alfred Wu Muluan, esperto di politica cinese all’Università nazionale di Singapore. “Il partito ha sottovalutato la rabbia della popolazione”, aggiunge.

Le manifestazioni hanno spaventato gli investitori, e il 28 novembre le borse asiatiche erano in netto calo. Lo stesso giorno sì è toccato un nuovo record di casi di covid-19 in Cina, con 40.052, anche se la stragrande maggioranza è asintomatica. E le cifre restano comunque piuttosto basse in percentuale a una popolazione di 1,4 miliardi di abitanti.

(Traduzione di Thomas Lemaire)