11 gennaio 2022 15:41

“Ogni anno il Forum economico mondiale chiede a un gruppo di leader del mondo accademico, della politica e delle imprese di indicare i principali rischi per l’anno successivo”, scrive il Wall Street Journal. All’inizio del 2020 nessuno dei manager interpellati aveva indicato una malattia infettiva. E nel 2021 nella lista non è comparsa l’inflazione, che ha da tempo cominciato a creare problemi a diverse economie e continuerà a farlo nel 2022.

Il caso del Forum economico mondiale dimostra quanto sono “ingannevoli le nostre percezioni del rischio, soprattutto perché sono fortemente influenzate dal passato” e non tengono conto di minacce che nessuno aveva immaginato, osserva il quotidiano finanziario statunitense. Le previsioni economiche hanno sempre funzionato così, ma in un mondo in preda all’incertezza come quello attuale tutto questo richiederebbe “l’umiltà e la volontà di rivedere i nostri modelli mentali”. Purtroppo gran parte del mondo resta inchiodato alle sue convinzioni e ognuno continua a guardare alla realtà con “le vecchie distorsioni”.

L’ultima e inattesa minaccia economica, l’inflazione, conferma tutto sommato quest’analisi. Basta guardare al dibattito suscitato da un articolo di Isabella Weber uscito il 29 dicembre sul quotidiano britannico The Guardian. Nella sua analisi l’economista tedesca dell’University of Massachusetts Amherst, negli Stati Uniti, sostiene che è necessario “un dibattito serio sull’opportunità di introdurre forme di controllo dei prezzi, come avvenne negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale”. Un fattore cruciale ma largamente trascurato dietro l’inflazione, scrive Weber, è l’esplosione degli utili di alcune aziende.

“Nel 2021 i margini di profitto di aziende non finanziarie statunitensi hanno raggiunto livelli visti solo negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Non è una coincidenza. La fine del conflitto aveva imposto un’improvvisa ristrutturazione della produzione, creando dei colli di bottiglia simili a quelli causati dalla pandemia di covid-19. All’epoca alcune grandi aziende sfruttarono i problemi dell’offerta per aumentare i prezzi e realizzare ricchi profitti”.

L’avidità delle aziende
Da un lato oggi c’è chi sostiene che non bisogna preoccuparsi troppo, perché l’inflazione attuale è un fenomeno transitorio destinato a rientrare nei prossimi mesi; dall’altro ci sono esperti che invocano l’aumento del costo del denaro e la riduzione della spesa pubblica. In realtà, scrive Weber, c’è una terza opzione: l’introduzione del controllo dei prezzi in settori specifici, una soluzione che potrebbe tenere sotto controllo l’inflazione e allo stesso tempo scongiurare una recessione.

All’inizio dell’anno è intervenuto nel dibattito il premio Nobel Paul Krugman che, a proposito dell’articolo di Weber, ha scritto in un tweet: “Non sono un fanatico del libero mercato. Ma questo è davvero stupido”. In seguito l’economista statunitense ha cancellato il tweet scusandosi e sostenendo che “è sempre sbagliato usare certi toni contro qualcuno che sta discutendo in buona fede, a prescindere da quanto si sia d’accordo con i suoi argomenti. Soprattutto sapendo che in giro c’è troppa gente in mala fede”.

I toni più morbidi assunti da Krugman sono stati dettati anche dalla reazione degli studiosi e dei politici favorevoli alle tesi di Weber. Diversi esponenti dei democratici statunitensi, come la senatrice Elizabeth Warren, puntano da tempo il dito contro le “aziende avide” per spiegare gli aumenti di prezzo. Ci sono anche gli economisti che si rifanno alla modern monetary theory, una scuola di pensiero che vede nella spesa pubblica finanziata dalla moneta delle banche centrali il fattore decisivo per lo sviluppo dell’economia. Per esempio Stephanie Kelton, che ha attaccato Krugman e gli ha anche riferito il parere di un illustre collega, James Galbraith.

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Il New York Magazine osserva che Weber nell’articolo avrebbe dovuto dire su quali settori bisogna agire, ma sottolinea che “concentrarsi su ambiti in cui ci sono aziende con un potere di fatto monopolistico più che sulla scarsità dei prodotti” – per esempio quello dei farmaci – potrebbe avere effetti positivi per i consumatori. Dall’altro lato, scrive il quotidiano liberale svizzero Neue Zürcher Zeitung, “ci sono economisti liberisti che non riescono a credere che ci sia ancora chi suggerisce il controllo dei prezzi come strumento per combattere l’inflazione” e ricordano i risultati infelici registrati dai controlli imposti negli anni settanta dal governo degli Stati Uniti. “Nell’agosto del 1971 il presidente Richard Nixon decise di congelare i prezzi e i salari per novanta giorni, convinto di poter frenare l’inflazione. In realtà l’effetto si esaurì molto presto. L’inflazione continuò a correre senza freni”.

Da sapere
La Turchia in caduta libera

“In Turchia l’inflazione ha raggiunto il punto più alto da quasi vent’anni”, scrive il Financial Times. L’aumento dei prezzi al consumo del paese a dicembre del 2021 è arrivato al 36 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Lo confermano i dati pubblicati il 3 gennaio dall’istituto di statistica nazionale. “È il tasso più alto dal settembre del 2002, quando la Turchia fu travolta da una crisi finanziaria che spianò la strada all’ascesa al potere del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del suo Partito della giustizia e dello sviluppo alle elezioni del novembre successivo”.

Il dato di dicembre, che segna un forte aumento rispetto al 21 per cento del mese prima, arriva dopo che Erdoğan ha imposto più volte alla banca centrale di tagliare il costo del denaro nonostante l’inflazione galoppante. Negli ultimi tre mesi il tasso d’interesse in Turchia è stato ridotto di cinque punti percentuali, “provocando la fuga degli investitori e l’aumento dei prezzi in un paese che dipende molto dalle importazioni”. Il governo, tuttavia, punta il dito contro i poteri forti che vogliono distruggere la Turchia e cerca anche di stanare i “nemici” all’interno del paese. Alla fine di dicembre l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari turca ha aperto un’inchiesta contro 26 persone, tra cui alcuni ex governatori della banca centrale, dei giornalisti e un economista, accusati di aver contribuito a manipolare il tasso di cambio della lira turca (in caduta libera da tempo) attraverso articoli e post sui social network critici della politica monetaria del paese.

L’inflazione galoppante continua ad aggravare le difficoltà dei turchi, soprattutto quelle delle famiglie più povere, costrette a ridurre i consumi di beni essenziali e, quando possono, a fuggire in Europa in cerca di una vita migliore. Un destino condiviso dai cittadini di molti altri paesi, scrive il quotidiano tedesco Handelsblatt. In Kazakistan, per esempio, sono scoppiate proteste in diverse città a causa dell’aumento del prezzo del gas (il carburante per veicoli più usato nel paese), che nelle ultime settimane è raddoppiato. Nella vicina Russia, inoltre, l’istituto di ricerche di mercato Romir sostiene che il prezzo dei beni essenziali è aumentato del 17 per cento, contro un tasso ufficiale d’inflazione che è fermo “solo” all’8,1 per cento.


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