24 febbraio 2022 16:30

Nell’aprile del 2021 il sistema penitenziario dell’Iowa ha approvato una norma che vieta agli enti di beneficenza, alle famiglie e ad altri soggetti di fornire libri ai detenuti. “Le persone incarcerate possono procurarsi dei libri solo attraverso uno dei venditori approvati”, si legge nel documento. Volumi rigorosamente nuovi, quelli usati non sono ammessi.

La misura ricalca una strategia diffusa in tutto il paese, ha scritto Alex Skopic su Protean, un giornale non profit di sinistra. Il Michigan ha introdotto un regolamento simile nel 2018; altri stati – come Ohio, Pennsylvania e Washington – non ci sono riusciti solo per le proteste dei cittadini. Ufficialmente, il divieto serve a prevenire il contrabbando e quindi a tutelare la sicurezza e l’ordine nelle prigioni. Ma la circolazione non autorizzata di merci, che è un problema nelle carceri, riguarda di rado i libri: gli oggetti più gettonati sono cellulari, sigarette, marijuana. “La vecchia immagine del libro scavato all’interno per nascondere un seghetto o una pistola va bene per un fumetto, non per la realtà”, sottolinea il giornalista. “Se viene usata per giustificare un provvedimento, vuol dire che c’è sotto qualcos’altro”.

Interessi non letterari
Come spesso succede, il vero fine è il profitto. Tra i pochi rivenditori di libri a cui i detenuti dell’Iowa devono rivolgersi ci sono Barnes & Noble e Books-a-Million (due delle più grandi catene di librerie statunitensi), che gli offrono i loro prodotti a prezzo pieno. Per gli ebook la situazione è ancora più assurda. Lo denunciava nel 2019 l’organizzazione Appalachian prison book project: le persone in carcere possono scaricare moltissimi testi in modo gratuito e legale da varie piattaforme, per esempio il Progetto Gutenberg, ma per leggerli sono obbligate a usare i tablet forniti da aziende come Global Tel Link, che fa pagare agli utenti i minuti di connessione. Su ogni spesa, l’istituto penitenziario riscuote una commissione del 5 per cento. Parallelamente, sono stati tagliati servizi essenziali come le biblioteche. Skopic fa l’esempio dell’Illinois: nel 2017 il sistema carcerario dello stato, che ospita circa 39mila detenuti, ha speso in libri 276 dollari.

Ai limiti sulle donazioni e ai tagli, infine, si aggiungono gli elenchi dei testi non ammessi per il loro contenuto: praticamente ogni prigione americana ha la sua lista. Ne parlano Andy Chan e Michelle Dillon, dell’organizzazione non profit Books to prisoners, in un articolo uscito a gennaio sul Washington Post. Il pretesto è un fatto che risale alla fine di dicembre del 2021, quando un carcere del Tennessee ha restituito all’associazione un pacchetto con tre copie di un libro non autorizzato. Il volume in questione era una biografia di Malcolm X, uscita per la stessa casa editrice che negli Stati Uniti pubblica la serie di Harry Potter e consigliata agli studenti della scuola secondaria.

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Chan e Dillon spiegano che la censura prende di mira i testi di autori afroamericani o che contengono critiche al trattamento dei neri. Di recente ha colpito The new Jim Crow: mass incarceration in the age of colorblindness di Michelle Alexander, L’occhio più azzurro di Toni Morrison e I am not your negro di James Baldwin. Nel 2020 il Wisconsin ha permesso che i detenuti leggessero Mein Kampf ma non le pubblicazioni sulle Pantere nere. L’anno prima l’organizzazione Pen America aveva concluso in uno studio che “i sistemi carcerari mettono frequentemente al bando la letteratura che discute di diritti civili e di abusi all’interno dei penitenziari”, considerandola una minaccia.

Limitare il diritto alla lettura dei detenuti è una pratica intimamente legata al suprematismo bianco, e quindi alla storia americana. Ma le mobilitazioni recenti in tutto il paese fanno sperare in un cambiamento, senza contare che ci sono modi abbastanza semplici per favorirlo. Gli attivisti di Books to prisoners e il giornalista Skopic li suggeriscono: fare donazioni a una biblioteca penitenziaria, sostenere un progetto locale di alfabetizzazione, o fondarne uno.

Questo articolo è tratto da Doposcuola, la newsletter di Anna Franchin che racconta cosa succede nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca. Ci si iscrive qui.