29 ottobre 2021 14:11

Il 27 ottobre si è interrotto definitivamente l’iter parlamentare del disegno di legge “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, detto anche ddl Zan: dopo l’approvazione alla camera dei deputati nel novembre 2020, è stato bloccato in senato con 154 voti contrari e 131 a favore.

Il disegno di legge interveniva su due articoli del codice penale per estendere la lista dei crimini d’odio contenuti nella legge Mancino: l’aggravante di pena già applicata sui crimini di violenza e incitazione all’odio basati sulla razza, la nazionalità, la religione e l’etnia sarebbe stata adottata anche nel caso di violenza motivata dal sesso, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità. Il progetto di legge includeva inoltre alcune misure per prevenire i crimini d’odio, tra cui l’istituzione di una giornata contro l’omotransfobia.

Il ddl Zan è stato fermato in senato grazie alla procedura che in gergo parlamentare si chiama “tagliola”, in cui la maggioranza dell’aula vota per bloccare una legge prima ancora che si cominci l’esame degli articoli. Su richiesta della Lega e di Fratelli d’Italia (Fdi), e nonostante la contrarietà dei sostenitori della legge, si è votato con scrutinio segreto e alla maggioranza, che sulla carta pensava di avere i numeri per far passare la legge, sono mancati almeno 16 voti tra quelli previsti.

Mancanza di volontà
Secondo il regolamento del senato, il testo potrebbe essere ripresentato alle camere tra non prima di sei mesi, ma dal punto di vista politico si tratta di uno stop definitivo della legge, perché è altamente improbabile, se non impossibile, che la prossima primavera i partiti ritrovino l’interesse a riaprire la questione né tantomeno la volontà di raggiungere un’intesa in parlamento.

Il 20 maggio Franco Grillini, uno dei fondatori del movimento lgbt+ italiano, aveva raccontato al Fatto Quotidiano che il primo tentativo di far approvare una legge contro l’omotransfobia in Italia risale al 1993, in occasione della discussione della legge Mancino: “Quando l’allora ministro dell’interno del governo Ciampi, Nicola Mancino, riformò la legge Reale, noi cercammo di far introdurre all’interno della nuova norma anche la questione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. E ci fu detto che avevamo ragione, ma che non era possibile in prima stesura altrimenti la legge non sarebbe passata. Quindi alle motivazioni etnico-religiose razziali e nazionali, non fu possibile aggiungere anche identità di genere e orientamento”.

Il dibattito parlamentare sull’omotransfobia è stato pesantemente influenzato da questioni di equilibri politici estranei al contenuto delle leggi

Da allora ci sono stati almeno altri sei tentativi: nel 1999, con il ddl firmato da Paolo Palma (Ulivo); nel 2000, in occasione dell’istituzione della Giornata della memoria per le vittime dell’Olocausto, dove la richiesta delle associazioni lgbt+ di inserire tra le vittime le persone omosessuali non è stata accolta; nel 2002 e nel 2006, entrambe le volte su iniziativa di Grillini quando era deputato alla camera con i Democratici di sinistra; nel 2009, quando una proposta di legge contro l’omotransfobia di cui era relatrice Paola Concia del Partito democratico (Pd) fu fermata dal voto contrario del centrodestra, dell’Unione di centro e della senatrice Paola Binetti del Pd; e infine il tentativo con il disegno di legge presentato da Ivan Scalfarotto (Pd), che dopo il via libera alla camera è approdato in senato nell’aprile del 2014 senza mai arrivare all’approvazione.

L’affossamento del ddl Zan è quindi solo l’ultimo di una lunghissima serie di tentativi falliti, che in molti casi sembrano somigliarsi anche nello scambio di accuse dell’indomani: il centrodestra incolpa gli oppositori di non aver voluto trovare un compromesso mentre il centrosinistra lo accusa di aver voluto fermare la legge. E, soprattutto per i casi degli anni più recenti, si somiglia anche il modo in cui il dibattito parlamentare sull’omotransfobia è stato pesantemente influenzato da questioni di equilibri politici estranei al contenuto delle leggi.

Dopo lo stop al disegno di legge, che in aula è stato accolto da applausi dagli spalti del centrodestra, si è aperto il gioco di accuse tra le parti politiche: Lega e Fratelli d’Italia rimproverano al segretario del Pd Enrico Letta di non aver cercato un dialogo, mentre dal centrosinistra si punta il dito contro i senatori di Italia Viva, sospettati di aver approfittato del voto segreto per mettere in difficoltà il Pd.

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L’Italia quindi continua a essere l’unico paese dell’Europa occidentale che non prevede nessuna aggravante per i crimini d’odio verso le persone omosessuali e trans. Il dibattito politico di questi mesi, che oltre al parlamento e all’opinione pubblica ha visto impegnata anche la diplomazia vaticana, è stato incentrato sul timore che la norma ledesse la libertà d’espressione.

In realtà l’importanza di questa norma non era legata a ciò che avrebbe vietato ma a quello che avrebbe affermato: il numero di persone punite per crimini d’odio è molto basso, e comunque i giudici italiani che vogliono applicare un’aggravante sulla violenza omotrasfobica dispongono della generica definizione giuridica di “violenza per futili motivi”. Ma questa legge avrebbe affermato che l’omosessualità e la transessualità, così come il genere e la disabilità, sono caratteristiche umane con la stessa dignità di tutte le altre, e quindi meritano la stessa protezione. Più che uno strumento di diritto penale, la legge Zan sarebbe stata una formidabile dichiarazione di uguaglianza.

Il giorno successivo al voto in senato, il segretario del Pd Enrico Letta ha dichiarato a Radio Immagina che il suo partito è pronto a sostenere la legge contro l’omotransfobia attraverso un’iniziativa popolare. Secondo un sondaggio Demos&PI condotto lo scorso luglio, il 62 per cento degli italiani sostiene l’approvazione del ddl Zan: non a caso, la sera del 28 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza a Roma e Milano per protestare contro l’affossamento del ddl. Forse gli elettori riuscirebbero a sbloccare lo stallo in cui il parlamento si trova da quasi trent’anni.

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