21 settembre 2020 14:04

Da quando, alla fine del 2018, il collettivo hip-hop Rap against dictatorship (Rap contro la dittatura) ha pubblicato il brano Prathet ku mee (Cos’ha il mio paese), questa canzone ha fatto parte della colonna sonora di tutte le proteste più importanti organizzate finora in Thailandia. Alcuni manifestanti chiedono di limitare i poteri del re Maha Vajiralongkorn. Altri prendono di mira il governo del primo ministro Prayuth Chan-ocha, sostenuto dall’esercito. Altre richieste comprendono quella di mettere fine alla discriminazione di genere e alle punizioni corporali nelle scuole.

Ma non importa quale sia il motivo della protesta: Prathet ku mee è diventata un inno, cantato in coro dai giovani che sono scesi in piazza in Thailandia nelle ultime settimane.

Voce alle frustrazioni
La cosa ha chiaramente colpito un nervo scoperto: uno dei fondatori del collettivo hip-hop, Dechathorn Bamrungmuang, è stato tra le vittime di un’ondata di arresti di attivisti ad agosto, e ora rischia fino a sette anni di carcere per eversione. Ma c’è chi fa notare che l’attenzione mostrata dalle autorità non è altro che il segno del potere del rap, che dà voce alle frustrazioni della popolazione, non solo in Thailandia, ma in tutto il sudest asiatico.

“Sono felice che la mia canzone rispecchi i loro sentimenti, e che porti gruppi diversi di persone a provare lo stesso forte senso d’ingiustizia”, ha dichiarato Dechathorn dopo essere stato liberato su cauzione.

Quando Rap against dictatorship ha pubblicato per la prima volta il brano su YouTube nell’ottobre del 2018, il video è stato guardato quasi venti milioni di volte in una settimana. La cifra corrisponde a più del 25 per cento della popolazione della Thailandia, che ha settanta milioni di abitanti.

I testi non potrebbero essere più chiari. Una strofa dice: “Il paese la cui capitale è trasformata in un campo di morte, la cui costituzione viene scritta e cancellata con gli stivali dell’esercito, il paese che ti punta una pistola alla gola, dove devi decidere se ingoiare la verità o le pallottole”.

Anche le autorità tailandesi l’hanno ascoltata. “Chiunque mostri il suo apprezzamento per questa canzone dovrà assumersi la responsabilità di quello che succederà al paese in futuro”, ha dichiarato il primo ministro Prayuth poco dopo che era uscito il brano. Il governo ha cercato di rispondere commissionando un altro rap, Thailand 4.0, che ha ottenuto molte meno visualizzazioni.

“Tutto questo dimostra quanta forza ha la musica rap, che è una forma d’arte e muove le persone. Una forza così grande che le autorità si sentono minacciate”, ha detto Putri Soeharto, una rapper indonesiana nota con il nome d’arte di Ramengvrl.

Secondo Paul Chambers, analista politico dell’università tailandese di Naresuan, i rapper politici attivi online sono “un nuovo elemento sulla scena politica tailandese, qualcosa che non sarebbe mai potuto esistere nel passato recente del paese”.

Fin dalle sue origini negli Stati Uniti, il rap ha sempre avuto un carattere di forte critica sociale

Ogni genere musicale può diventare musica di protesta, ma l’hip-hop ha caratteristiche che lo fanno risaltare. A differenza del rock e del pop, i cui brani sono generalmente costituiti da una manciata di strofe e ritornelli, le canzoni rap puntano di più sulle parole, rendendo possibile un messaggio più complesso. Inoltre il rap è anche più facile da creare. Artisti autodidatti possono comporre le basi con computer non particolarmente sofisticati, aggiungendo le loro voci. Non serve imparare a suonare uno strumento o noleggiare una costosa sala di registrazione.

Fin dalle sue origini negli Stati Uniti, il rap ha sempre avuto un carattere di forte critica sociale, dal black power dei Public Enemy alla discussa hit Fuck tha police degli N.W.A. Dopo l’arrivo di internet e dei social network, i rapper hanno nuovi alleati contro chi vuole censurarli.

Poco dopo la pubblicazione di Prathet ku mee, la polizia tailandese ha avvertito che avrebbe perseguito chiunque avesse condiviso il video. Le autorità volevano ricorrere alla legge contro i crimini informatici, che prevede condanne a cinque anni di prigione per chi diffonde informazioni false che danneggiano la sicurezza nazionale o che diffondono il panico tra la popolazione. La minaccia non si è concretizzata, ma è già successo che la polizia tailandese abbia incarcerato utenti di internet che avevano condiviso contenuti politici scomodi.

Secondo Ramengvrl mettere a tacere i rapper non è semplice come reprimere una manifestazioni di persone. La musica rap è intangibile, e “non si può censurare quello che non si tocca e non si vede”, spiega l’artista. “Se le autorità censurano un brano, ne escono fuori dei nuovi”.

In tutta la regione
Il rap di protesta si è diffuso in buona parte del sudest asiatico. Il rapper vietnamita Nah studiava negli Stati Uniti, quando nel 2015 ha pubblicato un brano dal titolo – non esattamente sottile – F*** communism (Vaff… comunismo), che è diventato un fenomeno virale su YouTube. Nelle Filippine il collettivo di musicisti e ricercatori Sandata ha intervistato per due anni le vittime della letale guerra alla droga proclamata dal presidente Rodrigo Duterte, un lavoro di ricerca da cui è nato l’album Kolateral, uscito lo scorso anno.

Il crescente successo dell’hip-hop tra i ragazzi del sudest asiatico, in particolare di sottogeneri come il [trap](https://it.wikipedia.org/wiki/Trap_(genere_musicale), non è sfuggito ai manager delle grandi case discografiche. Nel settembre del 2019 la Universal ha lanciato una nuova etichetta nella regione, Def Jam South east Asia. La Def Jam originaria ha rappresentato alcuni dei più importanti artisti rap mondiali, da Jay-Z a Kanye West. La sua versione asiatica ha messo sotto contratto alcuni tra i rapper più popolari (anche se perlopiù apolitici) della regione, tra cui il malese Joe Flizzow, il tailandese Daboyway e Yung Raja, di Singapore.

“Il rap è molto di moda e per questo gli adolescenti lo seguono”, ha dichiarato Dechathorn. “Non posso negare che la canzone Prathet ku mee abbia contribuito ad attirare nuovi fan e abbia spinto molti a partecipare alle manifestazioni”.

Ma Dechathorn e altri artisti impegnati hanno scoperto a loro spese che è difficile evitare le noie legali. Il rapper malese Wee Meng Chee, noto come Namewee, è stato fermato dalla polizia varie volte, una di queste a causa di un brano considerato blasfemo in questo paese a maggioranza musulmana. Il rapper cambogiano Chhun Dymey, nome d’arte Dymey-Cambo, è stato costretto a rimuovere alcune canzoni dalle piattaforme online dopo che il brano This society, che ha circolato molto all’inizio del 2019, ha fatto arrabbiare il governo autoritario del suo paese.

“Smetterò di comporre brani del genere e mi dedicherò a scrivere canzoni sentimentali, che incoraggino i giovani ad amarsi e a unirsi con reciproco spirito di solidarietà”, si legge in un’intervista rilasciata al Phnom Penh Post, un giornale locale. Più recentemente, Chhun Dymey ha spiegato che la sua vita è difficile perché agli occhi delle autorità gli artisti come lui “non fanno mai niente di giusto”.

“La politica è complessa e difficile da capire. Per i politici sembra un gioco”, ha aggiunto. “Il messaggio che voglio mandare ai miei fan è che si vogliano bene l’un l’altro e che seguano la politica del loro paese. In particolare voglio che amino il loro paese e la loro cultura”.

Nessuno sa con certezza come finiranno le proteste in Thailandia. Gli analisti sono pessimisti, poiché le autorità stanno intensificando la loro repressione. Ma Paul Chambers, dell’università Naresuan, sottolinea che “i metodi usati dal governo non fermeranno il fenomeno dei rapper online, anzi renderanno la loro musica più radicale”.

Dechathorn ha dichiarato che lui e il suo collettivo stanno lavorando a nuove canzoni. “Non viviamo di questo lavoro, quindi non c’è fretta”, ha spiegato. “Dobbiamo organizzare le idee, prima di metterle in parole”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

L’articolo originale è stato pubblicato sul sito Nikkei Asian Review.

Da sapere

Il 20 settembre 2020 migliaia di tailandesi hanno marciato verso il palazzo reale a Bangkok per chiedere nuove limitazioni al potere di re Maha Vajiralongkorn. I manifestanti hanno deposto una targa vicino al palazzo, con scritto: “Questo paese appartiene al popolo e non a una monarchia che ci ha ingannato”. Hanno inoltre consegnato alla polizia una lettera con le loro richieste, che comprendono nuove elezioni e una riforma costituzionale. Le proteste contro la monarchia sono scoppiate a febbraio e le autorità hanno generalmente reagito con durezza, arrestando molti attivisti. The Guardian