19 giugno 2020 14:21

Si chiama Mboua Massock. A Douala, in Camerun, ha fondato il Conseil supérieure de la rebellion morale (Consiglio superiore per la ribellione morale), un’organizzazione “che cerca mezzi pacifici per condurre delle battaglie”. Anche se il suo nome completo è Camille Mboua Massock ma Batalong, il nome che lo contraddistingue è un altro: Combattant (combattente). Anche se non ha mai occupato nessuna carica politica, Massock è un politico molto conosciuto nel paese. Per sottolineare la sua posizione, si autodefinisce Honorable deputé nationaliste non declaré elu (l’onorevole deputato nazionalista non dichiarato eletto). È stato più volte in carcere per aver partecipato a imprese giudicate inaccettabili dalle istituzioni. Tra queste, c’è una lotta che conduce dal 2001. Il suo bersaglio è un monumento.

Nel cuore di Douala c’è una statua che Mboua Massock contesta duramente. Eretta nel 1948, ritrae il maresciallo Philippe Leclerc de Hautecloque (1902-1947), un alto ufficiale dell’esercito francese sotto il governo di Charles de Gaulle. Interamente in bronzo, alta quasi due metri e poggiata su un piedistallo di cemento, la statua mostra il maresciallo in una posa rilassata, la mano destra su un bastone da passeggio e la mano sinistra sul fianco. Indossa una divisa militare semplice: camicia a maniche corte, pantaloni rimboccati in stivali da combattimento e un cappello con la visiera caratteristico dell’esercito francese. Dietro di lui c’è un ampio sfondo di cemento bianco dove sono rappresentati alcuni simboli bellici. In alto, tra riproduzioni in bassorilievo di carri armati, aeroplani, strutture architettoniche assortite e insegne militari, ci sono molti nomi di città e campi di battaglia (soprattutto in Africa, ma non solo) e date che vanno dal 1940 al 1946. Alla base del piedistallo c’è un cerchio di bronzo, ornato con diverse insegne militari tra cui la croix de Lorraine, il simbolo scelto dal generale de Gaulle.

Leclerc non occupa un posto piacevole nella storia del Camerun. Durante la seconda guerra mondiale, alla Francia mancavano soldati per combattere contro l’esercito tedesco. Per rinfoltire i ranghi, Parigi si rivolse alle sue colonie africane. Il 26 agosto 1940, Leclerc arrivò a Douala via mare. Da lì al 10 novembre, come riportano i libri di storia francesi, avrebbe “arruolato” il Camerun e il Ciad “nelle forze della Francia Libera”. Douala fu il primo porto toccato da Leclerc sul continente; poi fu la volta di altre città e colonie africane, i cui nomi appaiono sullo sfondo ricurvo che incornicia la sua statua. In Camerun, come in altri paesi dell’Africa, l’obiettivo non era semplicemente raccogliere soldati per sostenere l’esercito francese: si trattava di trovare carne da macello. Durante la seconda guerra mondiale decine di migliaia di africani morirono nel teatro di guerra europeo. Venivano spediti in missioni impossibili, erano male equipaggiati e trattati peggio dei soldati bianchi dei ranghi più bassi.

Strumenti più radicali
Era successo qualcosa di simile già durante la prima guerra mondiale, quando migliaia di sudditi coloniali furono costretti a combattere per la Francia, in Africa e in Europa. Quando le ostilità cessarono, quelli che erano sopravvissuti furono rispediti a casa e dimenticati. Solo nel 2006, dopo anni di lavoro da parte degli attivisti e dopo l’uscita di Indigènes, un film che è stato visto da centinaia di migliaia di persone in tutta la Francia, c’è stato un minimo di riconoscimento: i veterani africani della prima guerra mondiale, ha deciso l’Eliseo, avrebbero da lì in avanti ricevuto la stessa pensione dei loro pari grado francesi. La decisione arrivava con un po’ di ritardo: la grande maggioranza di quei soldati era già morta di vecchiaia o di malattia.

La statua di Leclerc si trova al centro di Bonanjo, il distretto amministrativo ed economico di Douala. È rivolta verso place du Gouvernement, una grande piazza dove si trovano il principale tribunale e il maggiore ufficio postale del paese, una struttura straordinaria che nella seconda metà dell’ottocento aveva ospitato il re Rudolph Douala Manga Bell, due importanti banche, la sede di Air France e gli uffici della Pmuc, una compagnia di scommesse ippiche di proprietà francese del valore di diversi milioni di euro. Nella piazza, alcune panchine sono sistemate intorno a un monumento il cui piedistallo poggia su una fontana bassa. Più grande della statua di Leclerc, questo monumento, anch’esso in bronzo e inaugurato nel 1920, ritrae un soldato francese di profilo, che avanza a grandi falcate, trasportando uno zaino pesante, una baionetta sulla spalla sinistra e, stretta nella mano destra, una corona di alloro. Una targa spiega che il monumento è dedicato a tutti i soldati e i marinai ignoti, “francesi e alleati”, caduti “sul campo della gloria” durante la “battaglia per il Camerun”, nella prima guerra mondiale. I soldati “alleati” in questione erano stati coscritti con la forza, e il Camerun per il quale avevano combattuto non apparteneva a loro. Così la statua dedicata a un uomo che costrinse migliaia di camerunesi a combattere contro le truppe naziste nella seconda guerra mondiale si trova proprio di fronte al monumento che celebra la coscrizione forzata di migliaia di persone per un’altra battaglia tra francesi e tedeschi.

Entrambi i monumenti sono stati eretti dall’ex potenza coloniale. Invece non c’è nessun monumento e nessuna targa dedicati a un uomo o a una donna coinvolti nella lotta per la liberazione dal potere coloniale. A Douala c’è solo una strada a scorrimento veloce che porta il nome di boulevard de l’Indépendance.

Secondo Massock, ci sono molti “martiri locali” che meriterebbero di essere ricordati

Mboua Massock si oppone a questa situazione più che alla statua di Leclerc in sé. Una situazione a dir poco bizzarra. È difficile trovare un paese nell’Africa subsahariana dove non sia celebrata in qualche modo la fine del dominio coloniale. Secondo Massock, ci sono molti “martiri locali” che meriterebbero di essere ricordati. Come Rudolph Douala Manga Bell (1872-1914), impiccato dal governo tedesco insieme ad altre venti persone con l’accusa di tradimento. Tutto quello che resta agli abitanti di Douala in memoria di quest’uomo è la sua tomba, una struttura semplice situata dietro la sua casa di un tempo di cui si prende cura la famiglia Bell, e un pezzo di legno che dovrebbe essere la base dell’albero a cui fu impiccato. Ci sono anche combattenti non originari di Douala che meriterebbero un posto nella piazza della città. Come Ruben Um Nyobé, il vero padre dell’indipendenza, ucciso dalle truppe coloniali nel 1958.

Stanco di continuare a chiedere al governo una rappresentazione più giusta del passato del paese, nel 2001 Massock ha preso l’iniziativa. Armato di un peso da 10 chili, ha colpito il volto della statua di Leclerc. Pensava che la statua fosse di cemento dipinto. Se fosse stato così, il colpo avrebbe causato un danno enorme. Ma visto che è in bronzo, la statua si è appena scalfita. Solo il naso ha leggermente risentito del colpo, e oggi appare un po’ malconcio, come se fosse ammaccato. Dopo quel gesto Massock è stato messo in carcere per un breve periodo. Tuttavia, quando ha scagliato di nuovo la sua ira contro la statua, le cose non sono andate così bene.

Il 29 gennaio del 2006 Massock ha deciso di adottare strumenti più radicali per sfregiare il monumento di Leclerc. Sulla parete in cemento bianco dietro la statua, con della pittura rosso sangue e a caratteri cubitali, ha scritto: à démolir: nos martyrs d’abord (da demolire: prima i nostri martiri). Nel suo messaggio concedeva alle autorità municipali 180 giorni di tempo per completare la demolizione. La frase scelta, il periodo di tempo accordato e una grande croce rossa dipinta sullo sfondo erano espliciti riferimenti a una pratica comune in tutta la città: a Douala ci sono ovunque edifici e capanne marchiate con una spessa croce rossa e le parole “à démolir”, seguite da un numero di giorni e dalla firma delle autorità municipali. I residenti di questi edifici e negozi traslocano o decidono di restare, ma sono sempre a rischio di sfratto.Tutto questo genera un clima di incertezza, per cui solo gli abitanti più ricchi della città possono sperare di sistemarsi in modo permanente.

Massock è stato immediatamente arrestato e accusato di “sovversione”, un atto punibile con una condanna al carcere abbastanza pesante. La prima udienza del suo processo era stata issata per il 3 febbraio 2006, poi spostata al 3 marzo, per concedere alla difesa il tempo di prepararsi. Nel frattempo, le autorità francesi si erano occupate della rimozione delle scritte di Massock. Il 3 marzo 2006 l’udienza, presieduta da una sola persona, il giudice Nzali, è stata grottesca. Massock si è dichiarato colpevole. Ma invece di andare avanti con il processo, il pubblico ministero ha contestato il fatto che l’accusato fosse “vestito in modo indecente”.

Massock non indossava giacca e cravatta. Aveva scelto degli abiti associati alla regione dove è nato: una lunga gonna, una camicia ricamata e dei sandali. Portava una barba folta e, intorno al polso, una fascia verde, rossa e gialla, i colori della bandiera del Camerun. Nella mano destra teneva un bastoncino di legno, da molti interpretato come uno strumento “magico”. Momo Jean de Dieu, l’avvocato di Massock, ha risposto indignato al pubblico ministero: “Il mio cliente è vestito secondo la tradizione del suo popolo. Nella misura in cui questo è anche il processo della colonizzazione, dell’assimilazione e dell’alienazione”, la scelta di Massock era perfettamente ragionevole.

Per il giudice, il pubblico ministero e l’avvocato della difesa c’erano questioni di natura tecnica da affrontare. A chi apparteneva la statua? Alla Francia o al Camerun? Nel primo caso, ha argomentato Momo, avrebbe dovuto essere presente un’autorità francese; nel secondo caso, avrebbe dovuto essere presente un rappresentante del ministero responsabile dei monumenti nazionali. Per Massock, tuttavia, si trattava di questioni marginali. La preoccupazione principale del Combattant era e resta l’effetto diffuso e profondamente distruttivo dell’alienazione: è qui che vanno cercate le radici del suo atto di vandalismo.

Massock sa che il suo è stato solo un gesto. Ma voleva che fosse un gesto significativo (o, per dirla con le sue parole, “produttivo”). Un omaggio, per così dire, a Frantz Fanon, che meglio di chiunque altro ha descritto gli effetti dell’alienazione dei popoli colonizzati. Sulla stessa lunghezza d’onda – e ricordando, sottolineava Massock, gli scritti di Cheikh Anta Diop – andava interpretato il suo rifiuto di presentarsi in giacca e cravatta. Le stesse considerazioni valgono per un altro atto di rifiuto di Massock che ha causato una certa commozione in tribunale: durante il quarto giorno di processo ha spiegato al giudice che non sarebbe rimasto in piedi per tutta la durata del procedimento, come è richiesto agli accusati. Poi è andato a sedersi nella settima fila, di solito occupata dagli spettatori. Anche in questo caso si trattava di un gesto profondamente simbolico.

Statue come dinosauri
Con le sue azioni, Massock cerca di istruire le persone. Mezzo secolo dopo l’indipendenza del Camerun, vuole dimostrare che c’è ancora molto da fare per decolonizzare le menti. La sua è una battaglia necessaria. In Camerun, nei libri di scuola non si fa nessun cenno a Leclerc. La partecipazione dei soldati camerunesi alla lotta per gli interessi e i territori francesi durante le due guerre mondiali è presentata come un evento di cui andare fieri. Il fatto che agli studenti venga insegnato poco o niente sulla coscrizione forzata compiuta dal governo francese nei confronti dei loro antenati o sul ruolo giocato in questo contesto da uomini come Leclerc, ha avuto effetti disastrosi. Secondo Massock, poche delle persone che passano oggi per place du Gouvernement hanno una vaga idea di cosa rappresentino le due statue. Giovani coppie si fanno fotografare con una delle due statue sullo sfondo. Massock crede che quest’ignoranza non vada presa alla leggera, soprattutto considerando che quei monumenti sono stati voluti dai ministri dell’istruzione.

In ogni caso, l’incapacità di raccontare la storia delle persone che hanno combattuto per l’indipendenza, secondo Massock non sorprende più di tanto. Far conoscere le loro gesta ed erigere monumenti in loro onore non farebbe altro che sottolineare una cosa ovvia: quelli che hanno combattuto la battaglia in nome della libertà hanno perso e il loro posto è stato preso da altri che non possono rivendicare nulla di simile. Un effetto collaterale di questa situazione, potrebbe aggiungere Massock, è che non sono ricordati nemmeno quelli che si sono battuti contro il dominio tedesco – che fu relativamente breve, si è concluso con la prima guerra mondiale e non ha alcuna rilevanza per i leader arrivati al potere dopo l’indipendenza. Quindi né a Douala né a Yaoundé ci sono monumenti in onore di Rudolph Douala Manga Bell o di suo cugino Adolf Ngosso Din, entrambi uccisi l’8 agosto del 1914 per essersi rifiutati di cedere ai nuovi padroni della città la pianura di Joss, dove oggi sorge Bonanjo.

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“Il Camerun”, scrive lo storico Achille Mbembe riflettendo sulla natura di monumenti come quelli appena descritti, “è un modello negativo del rapporto tra una comunità e i suoi morti, in particolare quelli che hanno compiuto azioni direttamente riconducibili alla volontà di cambiare il corso della storia”. Massock sarebbe sicuramente d’accordo. E, probabilmente, concorderebbe con la diagnosi di Mbembe sugli effetti di questa situazione sulla nazione: “Un paese che non tiene in nessuna considerazione i suoi morti non può generare una politica della vita. Non può fare altro che promuovere una vita mutilata – una vita che barcolla sull’orlo della morte”.

Forse Massock non sarebbe d’accordo con un’altra posizione dello storico. Secondo Mbembe, si dovrebbe fare a meno della nozione stessa di monumento: “Propongo che in ogni paese africano sia effettuato un attento inventario di tutte le statue e i monumenti coloniali. Dovrebbero essere raccolti in un unico parco, che dovrebbe diventare un museo per le generazioni future. Il parco museo panafricano sarà la tomba simbolica del colonialismo sul nostro continente. Dopo aver effettuato questa sepoltura, dovremo promettere di non erigere mai più statue a nessuno. Costruiamo piuttosto biblioteche, teatri, centri culturali, tutte cose che, da qui in avanti, nutriranno la crescita creativa del domani”.

Non so cosa ne pensi Mboua Massock. Per quanto mi riguarda, non c’è dubbio che le statue dovrebbero fare la stessa fine dei dinosauri, in Africa come altrove.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Da sapere
Biografia di Mboua Massock

1955 Nasce in Camerun.
2001 Armato di un peso da dieci chili, cerca di sfregiare la statua del maresciallo francese Leclerc de Hautecloque, in una piazza di Douala. Viene arrestato e rilasciato poco dopo.
29 gennaio 2006 Imbratta il muro dietro la statua di Leclerc con una scritta anticolonialista. È subito arrestato.
3 marzo 2006 Comincia il processo: Massock è accusato di sovversione.
2009 Viene arrestato insieme alla figlia durante una protesta contro il governo.

Questo articolo è uscito nel numero 1027 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sulla rivista Chimurenga con il titolo Monumental failures.