30 giugno 2020 10:46

Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865 fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al 1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino, faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.

E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre 1909 una grande folla si accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai fischi.

Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il 30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il periodo coloniale.

In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito. Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.

Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.

Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese, quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.

Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio 1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.

Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentario Les ravages du roi Léopold II, versione francese di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono cambiate poco.

Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.

Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma “spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto e continua a produrre quelle ingiustizie.

A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 – richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.

Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare. “Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.

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La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono rendere obbligatorio l’insegnamento della storia del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a vedere”.

C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa, non sono bastate.

Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio, intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli effetti quando è fonte di oppressione.