Dopo l’ordinazione di Jennifer Marie Marcus (a destra) a Detroit, Stati Uniti, 2015. Marcus è intersessuale e si identifica come donna. Si batte per i diritti civili della comunità lgbt. (Giulia Bianchi)

La chiesa cattolica non è un posto per donne

Dopo l’ordinazione di Jennifer Marie Marcus (a destra) a Detroit, Stati Uniti, 2015. Marcus è intersessuale e si identifica come donna. Si batte per i diritti civili della comunità lgbt. (Giulia Bianchi)
30 gennaio 2019 10:34

“Le donne nelle posizioni di leadership nella chiesa contribuiscono decisamente a spezzare i circoli clericali chiusi” mentre “le strutture clericali hanno contribuito” in modo determinante al diffondersi degli “abusi sessuali così massicci e al loro insabbiamento”. È stato il cardinale Reinhard Marx, presidente dei vescovi tedeschi e uno dei più stretti collaboratori di papa Francesco, a pronunciare una verità scomoda, ma che in tanti condividono anche dentro la chiesa: se le donne non saranno coinvolte a pieno titolo lì dove si prendono decisioni fondamentali, trovare una via d’uscita allo scandalo degli abusi sessuali sarà molto dura.

Le parole del cardinale tedesco sono state pronunciate lo scorso ottobre durante un’occasione particolare, e cioè l’ultimo sinodo generale in Vaticano dedicato ai giovani. Marx ha citato uno studio della conferenza episcopale tedesca che individuava appunto nella “gestione clericale della chiesa cattolica” una delle ragioni della gravità della vicenda abusi. La chiesa tedesca è tradizionalmente fra quelle più aperte e illuminate, e in passato si è trovata spesso in conflitto con Roma su questi temi.

Nel corso del suo intervento – pubblicato dall’inserto Donne chiesa mondo dell’Osservatore Romano – Marx ha anche aggiunto: “Per amore di credibilità, dobbiamo coinvolgere ancora di più le donne nei compiti di leadership a tutti i livelli della chiesa, dalla parrocchia alla diocesi, alla conferenza episcopale e anche al Vaticano stesso. Dobbiamo volerlo davvero e anche metterlo in pratica!”.

Quella del cardinale tedesco, tuttavia, è una voce isolata fra le alte gerarchie ecclesiali, e anche nel sinodo ha ricevuto poco sostegno. E pensare che proprio durante quell’occasione alcune associazioni di donne cattoliche avevano per la prima volta chiesto di far votare i documenti finali anche alle rappresentanti delle congregazioni religiose femminili. L’appello è caduto nel vuoto.

Stampelle
Tuttavia una rete di movimenti e organizzazioni è attiva ormai da tempo, in particolare nel mondo anglosassone: Voices of faith, Catholic women speak, Women’s ordination conference. In Francia c’è Comité de la jupe. Mentre in Italia alla fine del 2017 è nato il movimento Donne per la chiesa. Svincolato dai settori femminili di organizzazioni storiche come Azione cattolica o dalle Acli, fatica un po’ a trovare spazio ma ci ha guadagnato in libertà di azione e discussione, dialogando con le altre associazioni all’estero.

Nel loro manifesto si legge: “Vediamo che le donne nella comunità esistono nella misura in cui risolvono i problemi dei protagonisti uomini. Tutti uomini. Che si tratti dell’oratorio parrocchiale, di movimenti ecclesiali o di facoltà teologiche, il modello femminile che viene proposto è sempre quello di ‘stampella’ a sostegno delle figure maschili (presbiteri, docenti o mariti)”.

Paola Lazzarini Orrù è la promotrice del movimento, e a proposito del clericalismo – il grande male della chiesa indicato anche da papa Francesco – spiega a Internazionale: “Clericalismo significa centrare ogni autorità, ogni potere, ogni sacralità nelle mani di pochi uomini che sono investiti di un’autorità divina. Questo crea necessariamente una dinamica per cui il potere tende a voler semplicemente replicare e difendere sé stesso. Nel momento in cui creiamo una casta sacerdotale è naturale che questa poi abbia come prima finalità quella di autopreservarsi”.

E se è vero che il papa non ha messo la questione femminile al centro del processo di riforma della chiesa, va notato che allo stesso tempo la sua strategia – aprire processi sugli scandali, allargare la partecipazione e il dibattito, oltre che definire aspetti normativi nuovi – ha consentito quanto meno che si ricominciasse a discutere di questo tema, cosa che finora si era fatta solo nelle periferie estreme della galassia cattolica.

Rompere il silenzio
Nel corso del 2018 è scoppiato il caso degli abusi sessuali commessi dai preti sulle suore. Ne è nata una campagna di denuncia internazionale portata avanti dalle associazioni di donne cattoliche. Di recente nello stato del Kerala, in India, ha fatto molto scalpore la vicenda di una suora delle Missionarie di Gesù stuprata più volte da un vescovo ora dimissionario, monsignor Franco Mulakkal.

“Non parlare della condizione di subalternità della donna nella chiesa”, spiega Paola Lazzarini, “rende possibile tacere su questi abusi. Nel momento in cui alle donne non è consentito far sentire la propria voce, non gli è consentito di entrare nelle stanze in cui si prendono le decisioni, si permette un abuso di potere su di loro, che poi si presenta nelle forme di quello sessuale, ma non c’è solo quello”.

Il convento di Saint Joseph ad Albany, stato di New York, 2015. (Giulia Bianchi)

D’altro canto sullo sfondo di queste vicende – le violenze sui minori e quelle sulle donne – si intravede ormai un gigantesco problema di formazione dei sacerdoti su temi come l’affettività, la sessualità, la relazione di parità con l’altro sesso.

“La chiesa non ha mai cercato di formare maschi e femmine sani dal punto di vista della relazione sessuale”, dice Emilia Palladino, docente di etica della condizione femminile e della famiglia alla facoltà di scienze sociali dell’università Gregoriana a Roma. “Si presume che per costruire una buona relazione fra i sessi bisogna limitare e demonizzare il desiderio, così come la componente sessuale, ma così si riducono le persone a un branco di schiavi dei loro impulsi. Anche l’esaltazione degli anni cinquanta e della figura di santa Maria Goretti è frutto di questa mentalità, senza nulla togliere naturalmente alla santa”.

Segnali positivi
In Vaticano non c’è nessuna donna a capo di un dicastero, ed è difficile trovare donne negli organismi che prendono decisioni. “Il protagonismo ecclesiale”, osserva Emilia Palladino, “non significa solo che lo donne diventino delle guide ma significa anche questo. Il loro ruolo è stato riconosciuto fino agli anni settanta e ottanta, ma poi sono stati fatti tanti passi indietro. Non solo sulle donne, anche sui giovani, che da ruoli di possibili responsabilità sono finiti a fare gli animatori del canto, e non si sono spostati da lì. Dobbiamo venir fuori da una situazione di stallo: abbiamo passato vent’anni a discutere di verginità e purezza delle donne”.

Secondo Paola Lazzarini per aggirare il tabù sul “sacerdozio femminile” la prima cosa da fare è dividere “governance e ministero ordinato: le donne devono poter accedere ai luoghi dove si prendono le decisioni”.

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Qualche segnale positivo c’è. L’estate scorsa una commissione voluta dal papa e composta da uomini e donne ha concluso i suoi lavori sul diaconato femminile: l’accesso delle donne al primo grado dell’ordinazione, aperto anche ai laici. I diaconi possono svolgere diverse mansioni fra le quali amministrare il battesimo, leggere le scritture ai fedeli, guidare la preghiera, presiedere i riti funebri, benedire i matrimoni.

La commissione ha svolto un’indagine di tipo storico e ha confermato che durante il primo millennio le diacone erano tante nella chiesa. “Storicamente ci sono tutte le pezze d’appoggio possibili”, dice Emilia Palladino, “non penso che ci sia nessuna preclusione affinché le donne facciano parte di questo primo passo dell’ordinazione”.

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Le foto di questo articolo fanno parte del progetto Women priest della fotografa Giulia Bianchi. Dal 2012 Bianchi è stata in Canada, negli Stati Uniti e in Colombia per raccontare le donne cattoliche che amministrano i sacramenti nonostante il divieto del Vaticano.

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