Un uomo indossa una mascherina per proteggersi dall’inquinamento a Pechino, il 19 dicembre 2016.

In Cina l’inquinamento non è una calamità naturale

Un uomo indossa una mascherina per proteggersi dall’inquinamento a Pechino, il 19 dicembre 2016.
10 gennaio 2017 13:56

Oggi il colore dominante nell’applicazione dello smartphone è verde, l’indice Aqi dell’inquinamento pechinese è sceso a 20 grazie a quel bel vento gelido che soffia dalla Mongolia, pulendo l’aria. La città è limpida e bella, si cammina volentieri per i viali e nei vicoli anche se la temperatura è sotto lo zero.

Sembra solo un incubo la sensazione provata tre giorni fa quando, allo sbarco pechinese, mi ero trovato in un ambiente opaco e fuligginoso, con l’indice che superava quota 250. E nei giorni precedenti aveva toccato 700, il che dà sempre occasione alla stampa anglosassone di rispolverare l’ormai insopportabile cliché di airpocalypse. Che simpatici.

L’inquinamento è peggiore in inverno, quando sono in funzione i riscaldamenti, e da anni si naviga a vista: la trachea brucia, si raggiunge il colmo della sopportazione e poi arriva provvidenziale il vento siberiano a togliere le castagne dal fuoco al governo locale e a quello nazionale.

Una censura scontata
Nel dicembre scorso, con la prima ondata di smog e il primo allarme rosso, l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua riportava che la municipalità di Pechino aveva inserito l’inquinamento nella lista delle calamità naturali, al pari delle tempeste di sabbia e delle torrenziali piogge estive. L’intento era quello di creare un sistema di “prevenzione e governance”, ma le critiche erano arrivate perfino dagli stessi mezzi d’informazione statali: nossignori, lo smog non è un evento naturale. I cinesi sanno bene che l’airpocalypse è in realtà antropocalypse: dipende dall’azione dell’uomo.

E la protesta monta.

Alla fine di dicembre, un gruppo di avvocati ha fatto causa alle amministrazioni di Pechino, Tianjin e della provincia dello Hebei, accusandole di avere fallito nella prevenzione dell’inquinamento. Stiamo parlando di un’area geografica da 130 milioni di abitanti che qualche anno fa il governo cinese ha annunciato di volere unificare amministrativamente nella municipalità già soprannominata JingJinJi. Ebbene, la megalopoli del futuro nasce già marcia non solo nell’aria, ma anche nel suolo, per via dei liquami e degli scarichi industriali. Bel biglietto da visita.

Le autorità hanno risposto imponendo ai mezzi d’informazione di non dare notizia della causa legale. Pavloviani.

Con la nuova ondata di smog dei giorni scorsi, molte famiglie del ceto medio – in gran parte genitori di bambini in età scolare – hanno usato WeChat (già servizio di messaggistica istantanea e ora social media a tutto tondo) per protestare contro la mancanza di un sistema di filtraggio dell’aria nelle scuole di Pechino.

Le industrie pesanti e il carbone che serve ad alimentarle sono le principali responsabili dell’inquinamento

È proprio sulla soddisfazione di questa classe emergente che si basa il consenso per il Partito comunista al governo. Così, il sindaco di Pechino è corso ai ripari. Cai Qi – questo il suo nome – è in carica da ottobre, ha fama di uomo vicinissimo al presidente Xi Jinping e soprattutto di decisionista pronto a trasgredire il protocollo per avvicinarsi alla “sua” cittadinanza, basti dire che tiene un microblog seguito da milioni di persone.

Ebbene, mentre lo smog rendeva impossibile vedere il palazzo di fronte al tuo, Cai ha dichiarato ai mezzi d’informazione statali che anche lui come tutti i pechinesi guarda il livello dello smog sulla specifica app quando si sveglia la mattina – leggi “io respiro quello che respirate voi”. Poi ha snocciolato la sua ricetta: lanciare un corpo di polizia antismog che dovrebbe pattugliare le vie della città e reprimere comportamenti dannosi per la salute pubblica. No alle grigliate all’aperto, no ai veicoli inquinanti – si dice che più di 300mila saranno ritirati dalle strade – no all’incenerimento di rifiuti per strada, no alla combustione di legno e biomasse.

Pechino, il 20 dicembre 2016.

Il giro di vite sui comportamenti individuali, se mai sarà messo in pratica, elude però ancora una volta il problema vero. Sono le grandi industrie pesanti – acciaio, cemento – e il carbone che serve ad alimentarle, i più grandi responsabili dell’inquinamento. Altro che barbecue. Le fabbriche inquinanti di Pechino sono state da anni spostate nella lontana periferia o nello Hebei. Qui continuano a dare lavoro e morte prematura alle comunità locali. Ma quando il vento cambia, lo smog arriva anche nella metropoli e allora tutto il mondo se ne accorge.

Sono industrie in costante sovrapproduzione, che vivono grazie ai sussidi, che non restituiscono utili e creano tensioni commerciali con l’occidente, invaso dall’acciaio cinese a basso prezzo. Sono il retaggio dell’industrializzazione forzata che il governo non riesce ancora a superare come modello. Perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di chiudere fabbriche che danno lavoro a milioni di lavoratori, a intere comunità. Come da noi a Taranto.

Fare in tempo per le prossime generazioni
Il sindaco Cai promette ora di imporre standard ambientali più avanzati ad altre duemila di queste industrie, di farne chiudere 500, ma in realtà aspetta un aiuto dall’alto, che in Cina non significa il divino bensì la leadership del partito. Le ultime notizie dalla stanza dei bottoni dicono che i líder maximi vorrebbero abbassare ulteriormente il tasso di crescita per renderla più qualitativa, cioè sostenibile. Chissà se faranno in tempo.

Intanto i pechinesi vivono, barcamenandosi tra il raspino in gola e la promessa di benessere. Continuano a fare attività all’aria aperta, come le danze collettive che occupano strade, spiazzi e parchi. La signora Fang, tassista (spesso noi corrispondenti stranieri usiamo i tassisti per conoscere la vox populi), mi indica i suoi jeans blu e il piumino arancione scintillante: “Se c’è sviluppo, c’è inquinamento. Forse, risolveremo il problema in tempo per i nostri figli”.

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