27 maggio 2021 15:00

Quando Mdou Moctar era piccolo i suoi genitori, molto religiosi, non volevano che suonasse la chitarra. Era la fine degli anni ottanta e non era certo facile trovarne una in mezzo al deserto, nel sudovest del Niger. Così lui si costruì il suo primo strumento usando del legno e una catena della bicicletta. La sfida successiva era raggiungere un pubblico. Moctar, nato nel deserto dell’Azawagh, nel nord del paese, ha cominciato a suonare ai matrimoni, cantando in tamasheq, la lingua tuareg. Il suo primo album, Anar, è stato registrato in Nigeria nel 2008. Il suo stile era definito come assouf, una parola difficile da tradurre in italiano, ma che evoca il blues del deserto. Anar è diventato un successo in tutto il continente grazie alle persone che se lo inviavano da un telefono all’altro usando il bluetooth.

Moctar oggi suona chitarre Fender e la sua musica, che mescola la tradizione del popolo tuareg con il blues e il rock, fa il giro del mondo. Eppure, non ha lasciato il Niger. Anche se questo significa affrontare ogni giorno le difficoltà in un paese instabile, ancora ostaggio del colonialismo della Francia, che sfrutta l’uranio del territorio, e molto pericoloso a causa dei continui attacchi dei gruppi jihadisti.

“Qui la situazione è terribile, le persone continuano a morire e a lasciare il paese. Da quando la Francia e gli Stati Uniti hanno costruito le loro basi militari in Niger, abbiamo problemi con il terrorismo che prima non avevamo”, racconta Moctar, al secolo Mahamadou Souleymane, in collegamento dalla città di Tahoua, dove vive. La linea cade più volte durante l’intervista, a causa dei problemi con la connessione internet. “Qualche giorno fa sono uscito di casa per andare a trovare la mia famiglia e sono stato inseguito da un gruppo di jihadisti. Erano sette in moto, armati. Per fortuna con la mia jeep ho raggiunto un villaggio dove rifugiarmi. Noi tuareg stiamo cercando di unirci il più possibile e di trovare delle armi, così possiamo difenderci, se serve”. La situazione in Niger non può non avere un impatto anche sulla sua vita da musicista. “Ho sempre amato suonare ai matrimoni della mia comunità. Lo facevo fino a qualche mese fa, nonostante gli impegni con i tour all’estero, ma mi sono dovuto fermare, sia per la pandemia sia per gli attentati. Non me la sento di riunire tante persone, quindi quando mi invitano rifiuto, a malincuore”.


Mdou Moctar è mancino, come Jimi Hendrix, uno dei suoi idoli accanto a musicisti africani come il chitarrista nigerino Abdallah Oumbadougou, i maliani Ali Farka Touré e Oumou Sangaré. E ha appena firmato con la Matador, la stessa etichetta dei Pavement e dei Queens of The Stone Age. Con loro ha pubblicato il suo nuovo disco Afrique victime, una raccolta di canzoni ipnotiche, potenti e dolci al tempo stesso. Il brano che dà il titolo all’album è una canzone di protesta sulle violenze coloniali, che esalta gli assoli di Mdou Moctar e la solidità della sua band. “Ho composto questa canzone nel 2009 nella mia lingua, il tamasheq, ma poi ho deciso di scriverne una parte in francese per far arrivare il messaggio a più persone possibili, soprattutto al governo e ai cittadini francesi. Il senso del brano si spiega da solo: l’Africa è una vittima del colonialismo e fatica a reagire. Le persone invece devono avere il coraggio di dire basta, di ribellarsi”.

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Altri brani dell’album, come Tala tannam e la conclusiva Bismilahi atagah, parlano d’amore, mescolando le chitarre elettriche con quelle acustiche. “Tala tannam parla delle mie responsabilità nei confronti della donna con cui sto, e di quanto mi mancava mentre ero in tour in giro per il mondo. Bismilahi atagah invece parla del momento in cui ti trovi insieme a quella persona, ma lei ti ferisce. In una parte del brano canto che il dolore causato dall’amore è più forte di quello provocato dal coltello di un nemico”.

A un certo punto durante l’intervista si sentono delle urla e delle voci concitate. Vicino al musicista c’è stato un grave incidente d’auto. Poi la linea cade di nuovo. Quando riusciamo a parlarci, racconta l’essenza della musica tuareg, e usa le parole che un artista statunitense userebbe per descrivere il blues. Del resto, come ha insegnato Martin Scorsese, dal Mali al Mississippi le radici sono le stesse. “Nella musica tuareg c’è la tradizione di ripetere gli stessi accordi cinque o sei volte, poi di cambiare e infine tornare a quelli iniziali. Ma questa è solo una struttura convenzionale. Il suono della chitarra viene soprattutto da quello che hai dentro”, spiega il musicista.