23 settembre 2021 16:49

L’Umbria è forse una delle regioni meno raccontate dalla musica italiana. Eppure qualche anno fa a Perugia, in una di quelle che Guido Piovene definì le “città in altura”, si è formata una delle band più interessanti dell’underground rock italiano: i Fast Animals and Slow Kids. Un gruppo di amici che nel 2008 ha messo su una band per scrivere canzoni in inglese, scegliendo un nome ispirato a una puntata dei Griffin. Grazie ai loro concerti, e al sostegno di Andrea Appino degli Zen Circus, la parabola dei Fast Animals and Slow Kids piano piano è diventata qualcosa di più di un gioco tra amici. Passando attraverso l’ironia di Cavalli e la disperazione di Alaska, la band guidata dall’istrionico cantante Aimone Romizi è partita da un muro del suono punk per arrivare oggi a un rock più minimalista, che non ha paura di usare strutture e melodie tipiche del pop.

Scritto e registrato durante la pandemia, il nuovo album È già domani è il loro disco della maturità. È una nuova tappa nella riflessione generazionale sul rapporto tra i figli, che oggi sono ormai dei trentenni un po’ immaturi, e i genitori. Il tutto con una ricerca costante dell’epica, tra gli Arcade Fire e Bruce Springsteen, che resta un punto di riferimento assoluto per il gruppo.

“Un tempo cercavamo di destrutturare ogni nostro pezzo, di dargli un arrangiamento grandioso, di renderlo faticoso come un’arrampicata. Oggi non è più così. Siamo affascinati da strutture più semplici, cerchiamo di far sì che la nostra musica scorra fluida”, racconta Aimone Romizi, che insieme alla band si trova a Roma per alcuni impegni promozionali. Sono passate da poco le dieci e si sono appena svegliati. Siamo dentro una sala al piano terra di un hotel del quartiere Prati, ovviamente distanziati e con la mascherina, ma sembra già un piccolo miracolo non trovarsi di fronte a una schermata di Zoom. “È vero, a tratti questo disco può sembrare il nostro lavoro più pop, ma in realtà ha un lato oscuro, che viene fuori in brani come Fratello mio”.


La canzone citata da Romizi, che tiene i capelli lunghissimi raccolti da una coda, è una delle più riuscite di È già domani. È un messaggio d’affetto verso un amico che soffre di problemi di salute mentale, una cavalcata rock che si apre grazie a un assolo di sassofono. “Il testo non vogliamo spiegarlo. È una storia di drammi personali, e non ci sembra giusto raccontarla. L’idea con cui l’abbiamo costruita è dare un abbraccio a una persona cara. Siamo molto orgogliosi di quel sax, dava al pezzo uno slancio un po’ jazz, ma anche punk”, commenta il chitarrista Alessandro Guercini.

Cosa ci direbbe invece è un brano rock malinconico, con un bell’arpeggio di chitarra ad accompagnare la voce di Romizi. Nel pezzo è ospite il rapper torinese Willie Peyote. “È un pezzo che invita a guardarsi dentro, a curare le persone a noi vicine, invece che proiettare verso l’esterno le nostre frustrazioni, invece che osservare e giudicare le coppie in silenzio al ristorante. Il testo è stato costruito un passo alla volta. La prima parte è nata prima del lockdown, come una specie di analisi sociale. Dopo la chiusura sono nati i versi più introspettivi. Non ne siamo usciti migliori, ma sicuramente abbiamo avuto tempo di riflettere”, spiega Romizi. “L’ultima parte è nata con l’arrivo di Willie: avevamo voglia di fare qualcosa insieme, siamo amici e ci stimiamo. È il primo featuring della nostra carriera e ci sembrava giusto inaugurare le collaborazioni con lui. Lavorarci è stato molto semplice. La sua voce tra l’altro entra in un momento del brano in cui non c’è la ritmica, è un momento delicato”.


È già domani è un disco sull’idea di futuro, ma è meno ottimista di quello che sembra. “Tendiamo a concentrarci troppo sul futuro senza vivere il presente. La distanza tra futuro e presente è diventata minuscola. Con questo album l’idea era di fermare il tempo sul momento attuale. Per questo in Stupida canzone un verso recita: ‘E basta con questa ossessione di sorridere al futuro’”.

Tra l’altro parlare di futuro nel bel mezzo di una pandemia è una scelta coraggiosa. “Per noi non è stato scontato fare questo disco. Non eravamo così sicuri di volerlo registrare, visto che non sapevamo quando saremmo tornati a suonare dal vivo, che per noi è fondamentale. Di per sé già fare il musicista è un mestiere precario. Oggi hai un pubblico che ti segue, domani non lo sai. Quindi di base eravamo preparati a tutto, ma la pandemia è stata troppo perfino per noi. Il punto non siamo solo noi, ma il fatto che negli ultimi due anni il 27 per cento dei lavoratori dello spettacolo e gli operatori culturali ha deciso di cambiare mestiere. I locali dove eravamo abituati a suonare potrebbero non riaprire più. Quando torneremo a suonare troveremo una situazione culturale ancora peggiore di quella che c’era prima del 2020. Siamo a favore dell’idea di Cosmo, che voleva organizzare un concerto senza distanziamento a inizio ottobre ma si è dovuto rassegnare al silenzio delle istituzioni. Il green pass può essere uno strumento per ripartire come prima”, dichiara la band.

Un altro brano del disco, Rave, immagina un flusso di coscienza durante una serata in discoteca, cita il Freddie Mercury di Living on my own e affronta il tema del furto artistico: “Lo schifo che scrivi lo rubi da me / Io faccio lo stesso, ma rubo dal re”, canta Romizi. “Quella è una canzone promemoria. Il senso è: punta alla luna, non puntare alle scale di casa. In Italia spesso si tende a rischiare poco, invece ogni volta bisogna distruggere il castello e ricostruirlo da capo. Non ci vergogniamo a prendere ispirazione dai grandi artisti: in questo disco per esempio ci siamo rifatti alla new wave dei New Order, oltre che al solito Bruce Springsteen, e anche i Tame Impala. Sognare in piccolo è sciocco”.