L’impianto di un microchip durante un evento a Stoccolma, il 18 gennaio 2018.

Prima o poi avremo tutti un microchip sottopelle

L’impianto di un microchip durante un evento a Stoccolma, il 18 gennaio 2018.
01 novembre 2018 10:51

Quando nel 2017 Patrick McMullan ha scoperto che migliaia di svedesi si erano fatti impiantare un microchip per aprire la portiera dell’automobile o accendere la macchina del caffè, la cosa non lo ha sorpreso più di tanto. Certo, era una tecnologia all’avanguardia – un microchip innestato sottopelle, lungo qualche millimetro e in grado di comunicare a corto raggio – ma in fin dei conti aveva più o meno le funzioni di un portachiavi o di una password. McMullan, che lavora da vent’anni nel settore della tecnologia, voleva fare di meglio: rendere davvero utili i microchip da impiantare.

Nel luglio del 2017 più di cinquanta dipendenti della sua azienda nel Wisconsin, la Three Square Market, si sono sottoposti volontariamente all’impianto di un circuito sottocutaneo. Al contrario di quelli usati in Svezia (che servono solo ad attivare una funzione quando sono scansionati), i chip e i lettori prodotti dall’azienda di McMullan possono essere usati in sistemi più complessi. Per esempio, permettono a chi li indossa di avere accesso al proprio computer, ma solo se lo stesso giorno sono stati usati anche per aprire la porta di casa. Questo, secondo McMullan, garantisce una maggiore sicurezza.

Come spesso succede in campo tecnologico, il punto di svolta arriverà quando questi circuiti integrati diventeranno veramente utili. E potrebbe succedere prima di quanto pensiamo: a settembre del 2017 la Three Square Market ha cominciato a sviluppare dei microchip da usare in ambito sanitario che, secondo l’azienda, potrebbero dimostrare che i loro benefici possono superare le nostre paure.

Probabilmente avete già un chip rfid che vi segue ovunque: è nella vostra carta di credito

L’identificazione attraverso frequenze radio (rfid) esiste da decenni ed è considerata abbastanza sicura. Marchi auricolari rfid sono usati per registrare il bestiame e gli animali delle fattorie; se vi è mai capitato di imbarcare dei bagagli su un volo della Delta Airlines, potete ringraziare le etichette rfid se le vostre valigie sono arrivate con voi a destinazione; e probabilmente avete già un chip rfid che vi segue ovunque: è nella vostra carta di credito.

Ma le preoccupazioni che circondano questi circuiti hanno poco a che vedere con la loro tecnologia. Questi microchip sono impiantati ogni giorno in maniera sicura negli animali. Eppure, molti dei loro padroni non se li farebbero impiantare per questioni di sicurezza.

Quando un’azienda chiamata VeriChip sviluppò il suo microchip sanitario all’inizio degli anni duemila, dalle ricerche emergeva che il 90 per cento degli statunitensi era a disagio nei confronti di questa tecnologia. Nel 2004 i dispositivi furono approvati dalla Food and drug administration (Fda), l’ente che regola la vendita dei prodotti farmaceutici negli Stati Uniti, ma la VeriChip chiuse i battenti appena tre anni dopo, soprattutto a causa di alcuni studi che suggerivano un possibile legame fra i transponder rfid e il cancro negli animali da laboratorio.

Voci critiche
Un decennio più tardi, accanto al clamore provocato dai chip lanciati dalla Three Square Market negli Stati Uniti emergono paure di ogni tipo – alcune fondate e altre meno – sui pericoli legati all’introduzione di tecnologie radio sottopelle nei luoghi di lavoro: le aziende potrebbero rendere obbligatorio l’uso di queste tecnologie, i microchip impiantati potrebbero essere hackerati o essere usati per sorvegliare chi li indossa, le mani su cui è impiantato un chip potrebbero essere tagliate per poter scassinare le abitazioni.

pubblicità

Molti temono che i componenti metallici e i circuiti presenti nei chip possano provocare la morte se chi li indossa è esposto a un defibrillatore o a una macchina per la risonanza magnetica. Ma l’ostacolo principale per gli impianti rfid rimane la domanda che da sempre viene posta a proposito di ogni tecnologia: è davvero necessaria? Nel 1998 lo scienziato britannico Kevin Warwick, noto con il soprannome di “capitan cyborg”, fu il primo essere umano a farsi impiantare un microchip rfid. Ma da allora gli sviluppi sono stati lenti.

Secondo Kayla Heffernan, ricercatrice presso il dipartimento d’informatica e sistemi dell’informazione della facoltà d’ingegneria dell’Università di Melbourne, il problema è che le persone non vogliono i microchip perché non ne vedono l’utilità. Ma dal momento che non esiste un mercato, i dispositivi non evolvono.

Per cercare di risolvere il problema, McMullan ha incontrato il cardiologo Michael Mirro, che lavora come direttore del centro di ricerche Parkview di Fort Wayne, nell’Indiana. L’équipe di Mirro e gli sviluppatori della Three Square Market stanno lavorando su prototipi degli impianti rfid che saranno in grado di monitorare le funzioni vitali di un individuo, permettendo sia ai pazienti sia ai medici di accedere a informazioni molto accurate in tempo reale. Gli stimolatori dei nervi sono una delle tante tecnologie impiantabili che hanno fatto irruzione nel mercato sanitario. I monitor cardiaci impiantabili, come il Reveal Linq, hanno sostituito dei cerotti adesivi talvolta fastidiosi, diventando la soluzione più affidabile per i pazienti con disturbi cardiaci cronici.

Due mesi fa la Fda ha approvato il primo sistema a lungo termine per il monitoraggio continuo del glucosio nelle persone affette da diabete. La Three Square Market afferma che i suoi impianti medici rfid saranno alimentati dal calore del corpo, e il progetto di McMullan di sviluppare un unico dispositivo che aiuti i pazienti per un’ampia gamma di disturbi di salute potrebbe rendere i microchip più economici rispetto a dispositivi con funzioni più specializzate (e limitate).

McMullan spera che presto le persone valuteranno la possibilità d’includere le loro informazioni mediche in chip rfid criptati, e l’azienda sta anche lavorando su come mettere dei microchip dotati di gps a disposizione delle famiglie che desiderino localizzare i parenti affetti da demenza, un altro uso dei microchip che genera allo stesso tempo evidenti benefici e legittime preoccupazioni.

Servono nuove leggi
Nel frattempo la tecnologia sta migliorando e le persone sono sempre più a loro agio con l’idea di avere dispositivi impiantati. “Se pensiamo ai tatuaggi o ai piercing, negli ultimi trent’anni sono cambiate molte cose rispetto al nostro rapporto con il corpo”, spiega Heffernan. “L’impianto di pacemaker è ormai un intervento chirurgico ordinario. La chirurgia plastica non è quasi più un tabù”.

Centinaia di migliaia di statunitensi hanno impianti cocleari, spirali intrauterine, stimolatori dei nervi, protesi articolari, strumenti per il controllo delle nascite impiantabili e così via. “La tendenza è quella d’inserire sempre più dispositivi all’interno del corpo, non solo quando è questione di vita o di morte, ma anche per praticità, come nel caso di contraccettivi, strumenti per il ciclo mestruale o lenti a contatto”, spiega Heffernan. “E così, via via che ci abituiamo a queste cose, gli impianti diventano più accettabili”.

A un anno dal giorno in cui alcuni dipendenti della Three Square Market si sono fatti impiantare il microchip, in azienda quasi nessuno ci fa più caso, racconta la responsabile del servizio clienti Melissa Koepp, lei stessa portatrice di un microchip. I suoi colleghi che hanno scelto di non farselo impiantare non sono interessati a questo futuristico aggiornamento dell’azienda.

Uno dei motivi per cui hanno deciso di rifiutare l’impianto non ha niente a che fare con le implicazioni della tecnologia: “Quando ho visto le dimensioni dell’ago per inserire il microchip mi sono detta: ‘Ok, aspetto la prossima versione”, racconta Katy Melstrom, la vicedirettrice del marketing. Per essere certi che i progressi nel campo dell’rfid siano usati solo per i loro scopi originali serviranno nuove leggi e controlli. Per quanto riguarda gli impianti rfid sul posto di lavoro, per esempio, negli Stati Uniti la giurisprudenza è in ritardo.

pubblicità

Le leggi sulla privacy e il consenso a volte sono già abbastanza complicate sul posto di lavoro, ma come reagiranno i legislatori e gli esperti di sicurezza e tecnologia quando gli verrà chiesto di definire il consenso da parte di un paziente affetto da demenza in stato avanzato? “Le leggi non dovrebbero regolamentare le tecnologie, ma le azioni che non vogliamo che accadano”, sostiene Heffernan. “È questo il problema con le regole attuali: sono troppo lente perché si concentrano sulle tecnologie, e non sulle azioni”. Ma prima o poi le leggi cambieranno, e quel che oggi spaventa diventerà familiare. Dopotutto in Svezia per diffondere gli impianti rfid è bastata la prospettiva allettante di non avere più problemi quando si perdono le chiavi.

L’rfid impiantabile ci metterà nuovamente di fronte ai classici contrasti che derivano dalla tecnologia, e che abbiamo osservato già molte volte. Forse saremo più sani, più sicuri, più informati e più connessi, e continueremo a non essere d’accordo sul fatto che la nostra privacy e la nostra autonomia siano il prezzo da pagare per tutto questo.

Traduzione di Giusy Muzzopappa.

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

pubblicità

Articolo successivo

Muoiono i pesci nell’Eufrate
Zuhair al Jezairy