28 luglio 2022 10:04

Negli ultimi 25 anni ho trascorso molto tempo a contare i leoni. Faceva parte del mio lavoro. Solo il mese scorso ho trascorso tre ore con due maschi – probabilmente fratelli – proprio accanto alla mia auto nel Maze national park, in Etiopia. I leoni sono arrivati di notte, senza fare rumore. Pur pesando intorno ai 150 chili, i loro passi non si sentono. Si sente invece il loro respiro.

Se avessi acceso le luci subito, sarebbero scappati via. Questi leoni sono scettici, anche se non sono minacciati dai cacciatori di trofei nei parchi nazionali dell’Africa. Trascorriamo mezz’ora nell’oscurità più totale, poi accendo una lucina rossa per contare i riflessi negli occhi. Un’altra pausa, e una luce rossa più grande ci permette di valutarne il sesso e l’età.

Siamo fortunati: con il faro più grande i leoni si spostano a una certa distanza, ma riusciamo a osservarli ancora per circa un’ora prima di tornare nelle nostre tende, a poche centinaia di metri da lì. Anche se i leoni hanno perso da tempo ogni interesse nei nostri confronti, per sicurezza la guardia forestale accende un focolare che viene lasciato acceso tutta la notte. Questo parco non ha avamposti, né visitatori, né servizi di emergenza, perciò dobbiamo essere cauti.

Una riduzione impressionante
Forse vi è capitato di contare i leoni in uno zoo o in una riserva naturale: “Ne vedo tre, no aspetta, c’è la punta di un’altra coda e un orecchio che guizza, quindi sono quattro, o cinque?”. Anche le persone che fanno safari in posti famosi, dove i leoni sono abituati alle macchine, potrebbero aver avuto la stessa esperienza. Nella natura selvaggia, però, i leoni sono difficili da avvistare: in gran parte degli spazi che occupano in realtà non li si vede quasi mai, soprattutto di giorno.

Ho trascorso innumerevoli notti seduto in cima al mio veicolo, facendo risuonare i versi dei bufali o dei facoceri con un megafono per cercare di attirare dei leoni. Ho camminato per giorni alla ricerca di impronte o per posizionare delle fototrappole automatiche. Una volta ho trovato dei leoni in una zona dell’Etiopia in cui non erano stati mai documentati e ho aggiunto un puntino alla mappa che ne descrive la distribuzione. Purtroppo però negli ultimi 25 anni ci è capitato molto più spesso di ridurre o cancellare le voci nel nostro database sui leoni africani.

La mia ricerca dimostra che in questo periodo il numero dei leoni in Africa è sceso del 43 per cento e che le aree in cui vivono si sono ridotte almeno del 90 per cento. Adesso ci sono circa 25mila leoni in sessanta diversi gruppi di popolazione, la metà dei quali contano meno di cento leoni. La loro esistenza è minacciata in particolare nell’Africa occidentale, centrale e orientale.

In media ogni anno sono importanti nel Regno Unito circa dieci “trofei” di leoni, oltre a quelli di altre specie in pericolo di estinzione

Sono stato per la prima volta in Camerun nel 1992 per la mia tesi di laurea nel Waza national park. Da allora ho lavorato in diverse parti dell’Africa e adesso vivo in Mali. Il tema principale della ricerca che sto conducendo per WildCru (la prima unità di ricerca universitaria in Europa sulla salvaguardia degli animali selvatici) è la mitigazione del conflitto tra umani e leoni. Studio il difficile equilibrio tra il sostentamento delle persone e la salvaguardia della biodiversità, lavorando in stretta collaborazione con i villaggi, mantenendo un punto di vista nazionale e internazionale.

Per questo mi è stato richiesto di fornire prove al gruppo interparlamentare britannico (Appg) in supporto della messa al bando della caccia ai trofei. L’Appg il 29 giugno del 2022 ha presentato un rapporto sull’impatto della caccia ai trofei al segretario dell’ambiente George Eustice. Questo rapporto è stato preceduto, a dicembre 2021, dall’annuncio da parte del governo britannico di vietare l’importazione di parti del corpo di settemila specie tra cui leoni, rinoceronti, elefanti e orsi polari. In media infatti ogni anno sono importanti nel Regno Unito circa dieci “trofei” di leoni, oltre a quelli di altre specie in pericolo di estinzione.

Questa vicenda può essere considerata sotto diversi punti di vista e il dibattito di solito finisce in un vicolo cieco in cui si scontrano utilitaristi e moralisti. Non nasconderò la mia simpatia per questi ultimi, lavoro con organizzazioni come la Born free foundation. Tuttavia, dopo una settimana sul campo, nutrendomi di pasta e salsa di pomodoro in lattina, se non avessi alternative mangerei carne selvatica in un villaggio a patto che sia stata procurata in modo legale e sostenibile.

Il futuro della caccia ai trofei in Africa non è stato oggetto di discussione da parte dell’Appg in relazione al divieto di importazione previsto dal Regno Unito, e se lo fosse stato, sarebbe toccato agli scienziati africani dare consigli ai loro governi sui pro e i contro. Dal mio punto di vista, le prove dimostrano che la caccia ai trofei non porta alcun vantaggio per le specie selvatiche dell’Africa; inoltre le comunità locali non traggono praticamente alcun beneficio dalla sua pratica.

Le battute di caccia ai trofei tendono ad avere come obiettivo gli animali più in salute, non solo quelli vecchi e infermi

Quello della caccia ai trofei è un argomento dibattuto nei circoli sulla salvaguardia della natura. In alcuni casi il fatto che i leoni se la passino bene in alcune parti dell’Africa meridionale è stato attribuito – erroneamente a mio avviso – a questa pratica. Di fatto la caccia ai trofei non è la principale minaccia alla sopravvivenza dei leoni. Il mio studio dimostra che sono molti di più gli esemplari uccisi per aver attaccato dei capi di bestiame, o quelli che muoiono quando il loro habitat e le prede diminuiscono perché circondati da aree agricole, o quelli uccisi per la caccia di frodo.

La “borsa” con il leone
In Africa la caccia ai trofei è diventata popolare in epoca coloniale, quando veniva spedito in Europa ogni genere di animale macellato. Oggi le antilopi sono gli animali più cacciati a questo scopo, ma gli obiettivi più prestigiosi sono sempre i “grandi cinque”: leone, ghepardo, elefante, rinoceronte e bufalo.

Un cliente può pagare un imprenditore locale o una guida di caccia tra le diecimila e le centomila sterline (da undicimila a 117mila euro circa) per una “borsa” che contiene un leone, e i super ricchi possono pagare, o donare, anche di più. Sono tanti soldi per una vacanza, e la caccia ai trofei attira soprattutto uomini bianchi, ricchi e di mezza età, provenienti dai paesi occidentali.

Le guide di caccia invece sono imprenditori, quasi tutti maschi; di solito prendono in concessione dal governo terre destinate alla salvaguardia per un “uso sostenibile”. Note come trophy hunting block (riserva per la caccia ai trofei), queste aree variano moltissimo (dai cinquecento ai cinquemila chilometri quadrati) e a ciascuna è assegnata una quota annuale di individui delle diverse specie uccisi dai cacciatori di trofei.

In teoria questo restringe le uccisioni a livelli sostenibili per le popolazioni di animali. Le guide poi gestiscono la loro area di caccia per mantenere sotto controllo i numeri di fauna selvatica, per esempio organizzando dei pattugliamenti contro i bracconieri. Le guide danno lavoro ad altre persone, pagano l’affitto per le terre, le tasse sui trofei e una serie di altri costi, compresa un’azienda di tassidermia e trasporti incaricata di consegnare la pelle e il teschio al cliente dopo l’uccisione. È un settore importante che sostiene di avere effetti positivi sia per la fauna selvatica sia per le popolazioni locali, ma queste guide non fanno beneficienza: massimizzano i benefici e minimizzano i costi.

La caccia ai trofei non punta a uccidere gli animali più vecchi e deboli presenti nel branco. Le popolazioni di fauna selvatica crescono più in fretta quando la loro densità è bassa, così che il cibo e le aggressioni non agiscano da fattori limitanti. Per minimizzare queste forme di competizione, e offrire ai clienti i trofei più grandi, le battute di caccia ai trofei tendono ad avere come obiettivo gli animali più in salute, non solo quelli vecchi e infermi.

La metodologia usata per stabilire le quote per la caccia ai trofei varia da paese a paese. Il Camerun, per esempio, aveva tradizionalmente quote molto alte per i leoni, stabilite in base a considerazioni non scientifiche. Nel 2015 abbiamo pubblicato i risultati della nostra prima ricerca basata sulle osservazioni condotte da tre squadre impegnate a seguire i leoni in un’area molto vasta. Ogni squadra ha guidato per migliaia di chilometri in tutto il Camerun, molto lentamente e sempre con due tracciatori posizionati sul cofano di ognuno dei veicoli 4x4 utilizzati per cercare le impronte. Siamo rimasti impantanati, ci siamo accampati, abbiamo aspettato che i cacciatori di trofei se ne andassero prima di avere il permesso di entrare in una determinata area, abbiamo avuto difficoltà a procurarci il carburante, abbiamo sopportato il caldo e le mosche tse-tse. Tutto questo faceva parte della nostra routine quotidiana all’inseguimento dei leoni.

Alla fine abbiamo contato 250 leoni, 316 leopardi e 1376 iene maculate. Il Camerun non prevede una quota per la caccia ai ghepardi, e le iene non sono molto amate dai cacciatori, ma dopo il nostro conteggio la quota annua concessa dal governo per i leoni è scesa da trenta a dieci. Oggi questa quota è applicata ancora in tutto l’ecosistema di Bénoué, nel Camerun settentrionale, che ha 32 block per la caccia ai trofei nei suoi tre parchi nazionali.

Tuttavia i leoni non vivono più in oltre dieci dei 32 block. E quando questi perdono i loro leoni, questo rappresenta una minaccia anche per gli animali che vivono nei parchi nazionali. C’è una grande differenza tra avere 250 leoni sparsi su trentamila chilometri quadrati di habitat contiguo o tre popolazioni isolate di cinquanta individui, sparsi in parchi di tremila chilometri quadrati ciascuno.

In fuga con il bestiame
Quando sono tornato in Camerun nel 2021, ho visto bestiame ovunque. Molte di queste mandrie erano arrivate dai paesi vicini – condotte da allevatori in fuga dalla minaccia dei terroristi in Mali e Niger. Di conseguenza la pressione su queste aree e su chi le gestisce è molto intensa. È già abbastanza complesso integrare le comunità locali nel lavoro di salvaguardia della natura; con le popolazioni nomadi è ancora più difficile.

Tutte le volte che il bestiame pascola in un’area con leoni è inevitabile che si verifichino delle razzie. I leoni uccideranno qualche capo di bestiame e le persone, per vendicarsi, uccideranno qualche leone. Questa è forse la sfida più grande nella lotta per la salvaguardia dei leoni. Ci sono strumenti disponibili per ridurre il danno: usare luci lampeggianti, cani da guardia o recinti mobili. Ma questo funziona solo se si conoscono i residenti della zona e si è in grado di collaborare in vista di un obiettivo comune.

Di solito gli allevatori sono molto tolleranti e amano i leoni. Un allevatore in Camerun una volta mi ha detto: “Se un leone attacca una mucca quest’anno, so che dio non mi ha dimenticato”. Un altro in Etiopia: “Non pensiamo che i leoni prendano il nostro bestiame per farci del male quindi non dovremmo definirli ‘attacchi’ o ‘uccisioni’. I leoni si prendendo solo quello di cui hanno bisogno”.

I costi per mantenere un leone per la caccia ai trofei arrivano fino a due milioni di dollari

Per alcuni – allevatori ma non solo – la convivenza con i leoni è molto faticosa. Ho messo i collari ai leoni in molti paesi. Grazie ai collari nel Waza national park ne ho seguiti alcuni, finché uno di loro ha ucciso del bestiame per un valore di centomila dollari mentre eravamo in quella regione. Il direttore del parco mi ha chiesto: “Per quanto tempo ancora pensa che le popolazioni locali saranno disposte a pagare un prezzo così alto per la salvaguardia dei leoni?”.

Quasi tutte le zone di caccia ai trofei di leoni in Africa fanno parte di ecosistemi più ampi che comprendono dei parchi nazionali. Nella maggior parte dei casi le quote di caccia si basano sull’intera popolazione di leoni, compresi quelli che vivono nei parchi. Un’argomentazione usata dai cacciatori di trofei è che loro proteggono porzioni di terra più ampie con un numero di leoni più alto, ma le cose non sono così semplici. Le riserve per la caccia ai trofei possono comunque avere l’effetto di prosciugare la popolazione complessiva quando i leoni si spostano fuori dei parchi, in territori svuotati all’interno delle stesse riserve.

Queste cosiddette dinamiche source-sink (ossia di sorgente e scarico) sono diventate note in tutto il mondo nel luglio 2015 quando Cecil, il leone con la criniera nera che i miei colleghi del WildCru stavano seguendo con il satellite, è stato ucciso da un cacciatore di trofei statunitense. Cecil era stato attirato dal parco nazionale di Hwange nello Zimbabwe ed è stato ucciso da Walter Palmer, un dentista di Minneapolis. In realtà era un fatto abbastanza usuale, ma la morte di Cecil il leone ha creato una tempesta mediatica in tutto il mondo, rafforzando la proposta del Regno Unito di imporre un divieto sulle importazioni di trofei di caccia.

L’inizio del declino
In gran parte dell’Africa il numero di leoni sta calando. Se è vero che la caccia ai trofei non è l’unica ragione alla base di questo declino, le prove dimostrano che questa pratica non ha mantenuto la promessa di salvaguardare la fauna selvatica.

La caccia ai trofei è consentita in paesi dell’Africa orientale, centrale e occidentale, tra cui Burkina Faso, Benin, Repubblica Centrafricana, Etiopia, Sudan e Congo. In tutti questi paesi il declino delle popolazioni di leoni è stato particolarmente significativo. La Repubblica Centrafricana è l’esempio più estremo: quasi la metà del paese è suddivisa in blocchi di caccia, ma la fauna selvatica è praticamente scomparsa. A questo proposito, nel 2012 il defunto ricercatore e ambientalista Philippe Bouché ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente, “Game over!” (fine dei giochi).

La caccia ai trofei si è dimostrata sempre più problematica, sia per l’aumento progressivo dei costi di gestione dovuti alla diffusione dell’agricoltura e al bracconaggio (che colpisce sia i leoni che le loro prede), sia per il calo dei guadagni dovuto alla riduzione delle popolazioni di fauna selvatica.

Vengono utilizzate due regole pratiche: un “raccolto” annuo sostenibile prevede un leone ogni duemila chilometri quadrati e la gestione annua di un blocco per la caccia ai trofei costa circa mille dollari a chilometro quadrato. Queste due cifre messe insieme suggeriscono che “produrre un leone” costa circa due milioni di dollari. Queste cifre variano moltissimo da un’area all’altra e, naturalmente, i cacciatori di trofei sparano anche ad altre specie, ma perché le aziende di caccia possano far quadrare i conti servono condizioni eccezionali. Intanto le comunità locali che vivono nelle aree dove si trova la fauna selvatica chiedono comprensibilmente di partecipare ai ricavi. Il modello sta cominciando a sgretolarsi e a cadere a pezzi.

In Zambia e in Tanzania, per esempio, rispettivamente il 40 per cento e il 72 per cento delle aree dedicate alla caccia ai trofei sono stati abbandonati. I costi di gestione sono sempre più alti e gli operatori privati non riescono più a guadagnarci, con l’eccezione di quelli che gestiscono le aree migliori. Questo non è dovuto tanto a un qualche divieto esplicito, quanto alla difficoltà di tenere un equilibrio tra costi e ricavi.

Storie di successo?
La Namibia e il Botswana, nell’Africa meridionale, sono spesso citate come modelli di salvaguardia, con l’allusione al fatto che la loro esperienza potrebbe essere replicata anche altrove. Qui la caccia ai trofei è presentata come un fattore di successo. Sicuramente questi due paesi hanno molti animali selvatici, ma questo è dovuto agli effetti della caccia ai trofei o a una densità di popolazione umana molto bassa?

In Botswana la caccia ai trofei è stata vietata dal 2014 al 2020, e nonostante le feroci controversie tra i gruppi di sostenitori della caccia e quelli contrari, non esistono prove dell’impatto della legge sulla sua popolazione nazionale di leoni ed elefanti. In parole povere, gli sforzi di salvaguardia compiuti dal Botswana avranno successo con o senza la caccia ai trofei.

Se è vero che nel complesso l’Africa meridionale è riuscita a mantenere stabili le sue specie selvatiche, non sempre questo è avvenuto attraverso processi naturali. Hanno giocato un ruolo importante anche l’ingegneria ambientale e l’allevamento in cattività, così che molti degli animali che si trovano nelle aree naturali protette sono, in realtà, allevati e messi all’asta.

In Sudafrica, per esempio, circa ottomila leoni vivono in cattività a beneficio di un piccolo numero di ricchi proprietari, allevati di fatto come bestiame. Questo modello non fa nulla per migliorare l’habitat o i livelli di biodiversità, né sostiene lo sviluppo socio-rurale. La quota complessiva per la caccia ai trofei nel paese è di circa cinque leoni selvatici e cinquecento leoni in cattività all’anno. Mentre nel 2016 gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di trofei dal Sudafrica, la maggior parte dei trofei di caccia di leoni importata nel Regno Unito erano stati uccisi qui.

La fauna selvatica non può cancellare povertà e instabilità laddove cinquant’anni di politiche per lo sviluppo hanno fallito

Un altro problema per l’Africa nel suo complesso è che i biologi sono corsi nelle mete dell’Africa meridionale più gettonate per la salvaguardia, come il delta dell’Okavango in Botswana e il Kruger national park del Sudafrica, dotati di ottime infrastrutture e con molte specie faunistiche. Di conseguenza molti scienziati e attivisti non hanno mai lavorato in aree diverse dall’Africa meridionale e non sono consapevoli di ciò che accade nel resto del continente.

L’approccio della “riduzione del danno” attraverso la legalizzazione della caccia ai trofei ha portato molto spesso alla perdita di ecosistemi naturali. Questo declino colpisce la maggioranza degli habitat dei leoni e una maggioranza ancora più grande di cittadini africani.

Il divieto di importazioni dei trofei di caccia nel Regno Unito e altrove può contribuire a ridurre, se non a invertire, questo declino. La nuova legge britannica ha il consenso della maggioranza degli elettori. Anche Francia, Paesi Bassi e Australia hanno già vietato l’importazione di trofei di caccia di leoni, mentre Unione europea e Stati Uniti hanno limitato le importazioni consentite. Queste politiche si traducono in una significativa riduzione dei potenziali clienti, con un impatto diretto sulle scelte politiche che l’Africa ha a disposizione.

Una via per il futuro
In tutto il continente africano, la maggioranza dei politici si attiene alla narrazione prevalente secondo cui la caccia ai trofei supporta la salvaguardia della fauna selvatica. Così una piccola élite bianca continua a godere di un accesso esclusivo alle aree di salvaguardia che invece i cittadini comuni non possono visitare e su cui gli enti pubblici non possono investire. La caccia ai trofei rappresenta sempre più un ostacolo per l’innovazione e per gli investimenti che sarebbero necessari.

La situazione attuale somiglia alla famosa storia della rana bollita nella pentola d’acqua: la rana si accorge che l’acqua si sta scaldando, ma quando comincia a bollire è ormai troppo debole per saltare fuori e salvarsi. Allo stesso modo i paesi africani hanno paura di tirarsi fuori da questa situazione, finché non sarà troppo tardi per farlo.

La più ampia e importante area di salvaguardia nell’Africa occidentale è la regione W-Arly-Pendjari (Wap), di 25 mila chilometri quadrati, al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. La sua popolazione di 400 esemplari di leoni è l’unica a tre cifre in tutta l’Africa occidentale. L’area possiede inoltre la più numerosa popolazione africana di elefanti e bufali.

La metà della terra della regione Wap è dedicata alla caccia ai trofei. Eppure nell’arco di vent’anni questi blocchi hanno contribuito con meno dell’1 per cento alle risorse destinate complessivamente alla salvaguardia nella regione. Oggi una porzione rilevante di quest’area è sempre più esposta alla minaccia di incursioni terroristiche e ampie parti sono state abbandonate, compresi i blocchi per la caccia.

In Benin però la situazione sta cambiando. La caccia ai trofei di leoni è stata messa da parte ed è stato creato un fondo fiduciario che promette di sostenere le attività del paese per la salvaguardia sul lungo periodo. Pur essendo in larga misura finanziato da agenzie governative del Benin e della Germania, il fondo ha una struttura internazionale indipendente e molti altri donatori. La gestione del parco, adesso delegata a un’organizzazione non profit, sta cercando di migliorare le condizioni di vita delle comunità locali generando posti di lavoro e offrendo sostegno a iniziative comunitarie che non danneggino gli animali selvatici locali.

Il nostro approccio dovrebbe essere simile a quello per la crisi climatica: giustizia per la biodiversità oltre che giustizia sul clima

La fauna selvatica non può cancellare povertà e instabilità laddove cinquant’anni di politiche per lo sviluppo hanno fallito. Eppure mi reco in Benin ogni anno e, dove prima trovavo uno staff composto da una dozzina di impiegati accoglienti ma disorganizzati, adesso vedo centinaia di persone del posto formate, impiegate e fiere del loro lavoro. In passato i bambini erano riluttanti a frequentare la scuola perché non imparavano cose utili alla professione a cui erano destinati: agricoltore di sussistenza. Dopo aver visitato il parco, però, vedo che molti bambini desiderano apprendere competenze diverse e ambire a lavori che erano preclusi ai loro genitori.

Un caso simile è quello dell’Akagera national park in Ruanda, che negli anni ottanta e novanta era stato interamente svuotato. Il Ruanda è l’unico paese in Africa con una densità di popolazione superiore a quella dell’India. È un paese che deve affrontare un numero enorme di sfide, e tuttavia quella dell’Akagera è una storia di successo nell’ambito della salvaguardia. Dopo un investimento iniziale nel recupero dell’area, adesso il parco sta raggiungendo la sostenibilità economica grazie all’ecoturismo che vede in prima fila proprio i visitatori ruandesi.

Si stima che i costi reali per la salvaguardia dei leoni africani, delle loro prede e dei loro habitat ammontino a circa un miliardo di dollari all’anno. Con questo volume di finanziamenti l’Africa potrebbe quadruplicare il suo numero di leoni fino a raggiungere le centomila unità senza creare nessuna nuova area protetta. Al momento i leoni esistenti riempiono solo un quarto della capacità complessiva dei loro habitat.

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Il nostro approccio dovrebbe essere simile a quello per la crisi climatica: giustizia per la biodiversità oltre che giustizia sul clima. Al vertice sul clima Cop26 di Glasgow si è parlato della proposta di un fondo annuale di cento miliardi di dollari per aiutare i paesi meno ricchi ad adattarsi al cambiamento climatico e mitigare i rischi derivanti da ulteriori aumenti della temperatura. Al vertice della Cop15 che si terrà a Montreal nel 2023 sarà proposto un fondo simile per il sostegno alla biodiversità. Un miliardo di dollari per i leoni africani e per altre specie selvatiche potrà sembrare anche poco realistico, ma nell’arena della politica internazionale non dovrebbe rappresentare un problema.

I paesi africani sono sovrani e hanno in mano le sorti future dei loro leoni. Alcuni potranno anche essere propensi a mantenere in piedi la caccia ai trofei, ma con il diminuire della domanda dovuta alle leggi sull’importazione, non è destinata a durare a lungo.

Ricordate i due leoni nel Maze national park? Fanno parte di una piccola popolazione che, pur concentrandosi soprattutto nell’area del parco, vaga un po’ dappertutto in quella regione dell’Etiopia meridionale. A volte qualche leone riesce a raggiungere il parco vicino per un po’ di graditissimo scambio genetico. Il direttore del Maze ha a disposizione molte guardie forestali che lo assistono nel monitoraggio dei leoni, ma solo una motocicletta. Non ci sono alberghi nel raggio di diverse ore, né distributori di benzina o mezzi di comunicazione. A lui non servono cacciatori di trofei, serve un’auto.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato da The Conversation.