Una storia tra amici

14 febbraio 2019 14:15

Questo articolo è uscito il 24 dicembre 2009 nel numero 827 di Internazionale, a pagina 21. L’originale era uscito sul quotidiano spagnolo El País con il titolo Entre amigos e nella raccolta I colpevoli (Cuec 2009, traduzione di Maria Cristina Secci). Le illustrazioni sono di Gipi.

Il telefono squillò venti volte. Dall’altro capo della linea avranno pensato che vivevo in una grande tenuta dove le scuderie erano molto lontane dal telefono oppure che avevo paura di sollevare la cornetta. E purtroppo era proprio così. Era Samuel Kramer. Era tornato in Messico per fare un reportage sulla violenza. La prima volta era venuto per conto del New Yorker. Ora lavorava per Point Blank, uno di quei giornali con le pubblicità profumate e le istruzioni per diventare uomini di mondo. Gli ci vollero due minuti per spiegarmi che era un miglioramento.

“Point Blank vuol dire a bruciapelo, a quemarropa”. Gli piaceva far vedere che parlava bene spagnolo. “E la rivista non parla solo di cose frivole. La mia editrice cerca roba forte. È una in gamba, una chida. Il Messico è un paese magico ma confuso. Ho bisogno del tuo aiuto per scoprire il suo lato spaventoso e quello buñuelesco”. Pronunciò la ñ in modo raffinato, come se succhiasse una palla d’argento, e mi offrì mille dollari. A quel punto gli spiegai perché ce l’avevo con lui.

Due anni prima, Samuel Kramer era venuto a fare l’ennesimo reportage su Frida Kahlo. Qualcuno gli aveva detto che scrivevo sceneggiature per documentari “tosti” e lui mi pagò per accompagnarlo in una città che considerava selvaggia e per spiegargli cose che considerava mitiche.

Ammetto di aver rimpinzato Kramer di luoghi comuni. Ma la colpa fu sua: si aspettava di vedere delle iguane per strada

Kramer aveva letto molto sull’arte tormentata dei messicani. Conosceva meglio di me il museo della rivoluzione, l’attentato a Trotzkij e la delicata avventura di Frida con il profeta sovietico in esilio. Con un tono didattico mi rivelò l’importanza della “ferita come concetto transessuale”: la pittrice paralitica era sexy in un modo “molto postmoderno”. Ovviamente, Madonna l’ammirava senza capirla. Kramer aveva studiato tutto quello che poteva studiare, ora cercava un impatto fragoroso con il vero paese di Frida. Ma nei giorni che passammo insieme, il Messico gli sembrò una mostruosità senza folklore. Non capiva che i famosi abiti tradizionali di Frida ormai si trovano solo al secondo piano del museo di antropologia e che le messicane di oggi si depilano quei baffetti veraci che a sentir lui facevano di F.K. (Kramer ama le abbreviazioni) un’icona bisessuale.

A poco servì che la natura desse il suo contributo al reportage con un disastro ambientale. Il vulcano Popocatépetl riprese a eruttare e visitammo la casa di Frida sotto una pioggia di cenere. Questo mi permise di parlare con calcolata nostalgia del cielo della capitale. “Abbiamo perso la porzione più trasparente dell’aria”, dissi, come se l’inquinamento significasse anche la fine della lirica azteca.

Ammetto di aver rimpinzato Kramer di luoghi comuni. Ma la colpa fu sua: si aspettava di vedere delle iguane per strada. Il Messico lo deluse, come un luogo di culto pieno di spazzatura e luci al neon. Quando gli presentai un esperto in arte messicana, non ci volle parlare. In quel momento avrei dovuto licenziarmi. Non potevo lavorare con un razzista. Eri Morand è un nero del Senegal. Venne in Messico con una borsa di studio quando il presidente Luis Echeverría decise che i due paesi avevano molte cose in comune. Indossa bellissime tuniche africane e collane da favola. “Non ho bisogno di questo informatore”, mi disse Kramer, come se trafficassi etnie sbagliate.

Decisi di liberarmene chiedendogli il doppio dei soldi. Ma lui accettò e così dovetti sforzarmi di trovare metafore e aggettivi che facessero emergere il Messico profondo. Gli presentai Gonzalo Erdiozábal. Gonzalo sembra un moro altezzoso della Hollywood degli anni quaranta. Quando era in Austria si faceva chiamare Xochipili, spacciandosi per un discendente dell’imperatore Moctezuma. Ogni mattina andava al museo etnografico di Vienna travestito da danzatore azteca, accendeva un incenso di copale e raccoglieva firme per recuperare il copricapo di Moctezuma. Riuscì a ottenere fondi dalle ong e l’incondizionata devozione di un volubile harem di bionde. Ovviamente sarebbe stata una disgrazia se fosse riuscito a ottenere il copricapo. Si godette la “borsa di studio Moctezuma” fino a quando la nostalgia ebbe la meglio (“Mi manca quell’aria profumata di benzina e chicharrón”, mi scrisse in una lettera).

Durante il primo viaggio di Kramer, Gonzalo aveva inscenato un rito della fertilità su una terrazza e ci aveva portato alla capanna di un’indovina con la pelle a chiazze che ci aveva fatto mordere una canna da zucchero per scrutare il nostro destino nella polpa. Grazie alle tradizioni improvvisate da Gonzalo, Kramer trovò l’ambiente “tipico” che gli serviva per il suo reportage. L’ultima notte bevve troppa tequila e mi confessò che il giornale gli aveva dato una diaria che bastava per un mese. Io e Gonzalo gli avevamo permesso di fare la sua inchiesta in una settimana.

Il giorno dopo cercò ancora di risparmiare. Diceva che l’auto dell’hotel era troppo cara, così fermò una Volkswagen verde pappagallo. Il tassista lo portò in un vicolo dove gli mise un punteruolo alla giugulare. A Kramer rimasero solo il passaporto e il biglietto aereo. Ma il volo venne cancellato perché l’eruzione del Popocatépetl era ricominciata e le ceneri avevano bloccato le turbine degli aerei.

Kramer passò l’ultimo giorno nell’albergo dell’aeroporto, a guardare le notizie sul vulcano. Era troppo spaventato per uscire. Mi chiese di andare a trovarlo. Temevo che volesse indietro i suoi soldi, ma soprattutto temevo che glieli avrei offerti io.
Continuai a essere solidale con lui anche dopo la sua partenza, fino a quando m’inviò il suo reportage. Il titolo, di una volgarità dermatologica, era il meno: “Eruzioni: Frida e il vulcano”. Accennava a me come a “uno del posto” e usava senza virgolette né scrupoli tutto quello che gli avevo raccontato. L’articolo era un saccheggio delle mie idee. La sua unica originalità consisteva nell’averle scoperte (capii di averle solo mentre lo leggevo). E terminava con una frase che avevo detto sulla salsa verde e il doloroso cromatismo dei messicani. Potevano chiederlo a me quell’articolo, gli sarebbe costato la metà. Però viviamo in un mondo coloniale e le riviste hanno bisogno della premiata firma di Samuel Kramer. E poi io non scrivo articoli.

Il ritorno in Messico della stella del giornalismo metteva a dura prova la mia pazienza e la mia dignità. Come si permetteva di chiamarmi?
“Scusami se non ti ho citato”, disse Kramer educatamente. Rimasi in silenzio, come se stessi pensando a qualcosa di importante. Guardai dalla finestra, verso il Parque de la Bola. Un bambino era salito su un’enorme palla di cemento. Aprì le braccia, come se avesse conquistato la cima di una montagna. Tornai con lo sguardo sul computer, tappezzato dei post-it su cui appunto le mie “idee”. Sembrava ormai una versione domestica del dio Xipe Totec, Nostro Signore lo Scorticato. Dovevo scrivere una sceneggiatura sul sincretismo e, invece, al sincretismo stavo costruendo un monumento.

Il telefono squillò venti volte e mi venne la curiosità di sapere quale psicopatico mi stava cercando

Mentre Kramer cercava di rabbonirmi (“I redattori hanno cancellato degli aggettivi fondamentali, sai com’è il giornalismo d’inchiesta”), io pensavo al messaggio che Katy Suárez aveva lasciato sulla mia segreteria: “Come va la sceneggiatura? Stanotte ti ho sognato. Un incubo con effetti speciali da horror di serie b. Ma tu ti comportavi bene: mi salvavi. Ricordati che abbiamo bisogno della prima bozza per venerdì. Grazie per avermi salvato. Un bacio”.

Sentire la voce di Katy è una meravigliosa distruzione. Mi piacciono le sue proposte così inadatte a me. Per lei ho scritto sceneggiature sul mais transgenico e sull’allevamento degli zebù. Mi ha visto prendere sbronze colossali e non sempre la mia prosa è stata all’altezza dell’olio di cartamo che dovremmo pubblicizzare con i nostri documentari. Ha tutti gli elementi per credere che sono un drogato con la tendenza a lanciare oggetti inappropriati in testa ai produttori, ma nonostante tutto mi parla come se avessimo appena vinto un Oscar. Stava lavorando al progetto sul sincretismo. “Noi messicani siamo puro collage”, mi aveva detto. È difficile crederlo ma, detta da lei, la frase aveva il suo fascino.

Avevo staccato la segreteria telefonica per non sentire la voce di Katy. Ma il telefono squillò venti volte e mi venne la curiosità di sapere quale psicopatico mi stava cercando. Kramer era ancora al telefono: aveva terminato le sue formule di cortesia e aspettava una risposta. Controllai il portafogli: due biglietti verdi da 200 pesos, con tracce di cocaina (troppo poca). Stavo per accettare i mille dollari quando l’inviato di Point Blank ricominciò a parlare con il tono di chi si confessa. I suoi ripetuti rifiuti a tornare in Messico avevano creato una leggenda lugubre sul suo viaggio. Un irlandese antisemita aveva sparso la voce che era successo qualcosa di losco. Guai con l’antidroga? Con gli informatori? Con una sensuale indigena che aveva poi abbandonato?

“Fitzgerald diceva che non ci sono secondi atti nella vita americana”, aggiunse malinconicamente. Gli dissi che ero arrabbiato. Non ero “uno del posto”. Se voleva parlare di me, doveva usare il mio nome. Fui categorico. Poi gli chiesi duemila dollari. Rimase in silenzio. Pensai che stesse facendo somme e sottrazioni, invece stava già pensando al suo articolo: “Quanto è violenta Città del Messico?”.

Ricordai qualcosa che Burroughs aveva scritto a Kerouac o a Ginsberg o a qualche altro supertossico: “Non ti preoccupare: i messicani ammazzano solo i loro amici”.
In realtà l’unica cosa che mi interessava a Città del Messico, in quel periodo, era l’addio a Keiko, la balena nera. Le domeniche dei divorziati dipendono dagli zoo e dagli acquari. Mi ero abituato ad andare con Tania a Reino Aventura, il parco giochi che per noi rappresentava il santuario delle balene.

Decisi di passare la mattina con Tania a guardare la balena che nuotava (mia figlia, con maggior precisione, la chiama “orca”) e il pomeriggio con Kramer alla ricerca di simpatici scenari di violenza. Il problema era che tutti i posti dove ero stato rapinato non avevano niente di speciale.

Rimaneva ancora una questione: quando avrei scritto la prima bozza per Katy?
Mentre cercavo di recuperare un fondo di coca da una banconota con l’effige di suor Juana, pensai a un motivo fondamentale che giustificasse la paralisi del mio lavoro. Che senso aveva scrivere sceneggiature in un paese dove la cineteca nazionale era esplosa mentre proiettava La terra della grande promessa e dove non c’è mai nessun nesso tra le cose che scrivo e il tizio che maltratta le mie frasi sullo schermo?

“Perché non scrivi un romanzo?”, mi diceva Renata quando era ancora disposta a cambiare le sue abitudini per me. “In un romanzo gli effetti speciali sono gratis e le comparse non sono iscritte al sindacato: conta solo il tuo mondo interiore”.
Non dimenticherò mai questa frase. Renata mi guardava con i suoi occhi castani, che purtroppo Tania non ha ereditato, come se fossi un paesaggio interessante ma un po’ vago. Nessuna delle accuse che mi fece in seguito o delle liti che ci portarono al divorzio mi ferì come quell’aspettativa generosa. La sua fiducia fu più devastante delle sue critiche: a quel tempo Renata mi attribuiva delle possibilità che non ho mai avuto.

E questo è il vero motivo per cui scrivo sceneggiature: non c’è niente di interiore, ma al massimo una scenografia d’interni da arredare con un sofà.

Chiamai Gonzalo Erdiozábal. Non è uno scrittore, però la sua biografia sembra un documentario di etnologia moderna. È stato un appassionato attore di teatro all’università (aveva recitato il monologo di Amleto in un pantano indimenticabile), ha allevato gamberi d’acqua dolce nel Pánuco, lasciato una donna con due figlie a Saltillo, finanziato un video sulla farfalla monarca e aperto una pagina web per dare voce alle 56 comunità indigene del paese. Gonzalo incarna il trionfo della ragion pratica: ripara motori che non conosce e trova nella mia cucina gli ingredienti per preparare cene squisite. Il suo entusiasmo da pioniere e la sua sete di hobby hanno un che d’irritante. Ma nei momenti di crisi è indispensabile. Quando mi separai da Renata ignorò il mio patetico desiderio di stare da solo e mi venne a trovare un’infinità di volte. Arrivava stracarico di giornali, di video e con un rum delle Antille difficilissimo da trovare.

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Al telefono Gonzalo mi disse che non aveva mai pensato di scrivere una sceneggiatura, quindi accettava la proposta. Mi sentii così sollevato che aggiunsi: “Kramer è in Messico”. La cosa non lo incuriosì. Si mise a parlare di un vecchio amico che aveva messo in scena Genet in una palestra. Ma nei suoi racconti i fatti durano come nella realtà. Così riattaccai.

Andai a prendere Tania. La città era tappezzata di immagini della balena. Città del Messico è il posto ideale per gli animali da salvare. Le orche hanno bisogno di libertà per mettere su famiglia. Era questo il futuro di Keiko. Lo spiegai a mia figlia, che aveva appena imparato la parola “sinistro” e le trovava infinite applicazioni. Dovevamo essere contenti. Keiko avrebbe avuto una famiglia in alto mare. Tania mi guardò con gli occhi semichiusi. Prima che potesse dire “sinistro” le raccontai la favola delle carote carnivore. La balena era stata ammaestrata per salutare i messicani. Fece “ciao ciao” con una pinna mentre cantavamo Las golondrinas. Un mariachi con dieci trombettisti suonò delle canzoni tristissime e un cantante esclamò: “Non sono lacrime: mi sudano gli occhi!”. Keiko saltò per l’ultima volta. Sembrava sorridere con i suoi denti minacciosi. All’uscita comprai a Tania una balena gonfiabile.

C’erano degli incendi nei boschi vicino all’Ajusco. Le ceneri anticipavano la notte. Vista dalla collina del Reino Aventura, la città palpitava come un cristallo incerto. Imboccammo l’autostrada senza dire una parola. Odiai Kramer, con cui non avrei mai potuto parlare di Keiko, e Gonzalo, che sicuramente aveva fatto l’addestratore di cetacei nel Pacifico.

Lasciai Tania con la promessa che avremmo gonfiato la sua balena e me ne andai a Los Alcatraces. Erano le quattro del pomeriggio. Kramer aveva già mangiato. Trovava intriguing che i messicani cenassero così tardi. Il ristorante era il posto ideale per torturare Kramer e farsi ringraziare. C’era musica ranchera a tutto volume, sedie con colori da negozio di giocattoli che noi messicani vediamo solo nei locali “tipici”, sei salse piccanti in tavola e un menù con tre varietà di insetti: fastidi abbastanza pittoreschi da sembrare “esperienze” agli occhi del mio invitato.

La calvizie aveva guadagnato terreno sulla fronte di Kramer. Il giornalista portava una camicia a quadretti e un orologio con un cinturino di plastica trasparente. I suoi occhi, piccoli, intensi come lapislazzuli, si muovevano rapidamente come se cercassero la mosca perduta che mancava al suo reportage.

Chiese un decaffeinato, ma avevano solo café de olla, con cannella e zucchero di canna. Voleva fare attenzione a cosa mangiava. Gli pulsavano le tempie, come se avesse qualcosa in testa che faceva bing-bing. “È l’altitudine”, lo tranquillizzai. “Nessuno digerisce a 2.200 metri”.

Mi nascondeva qualcosa? E soprattutto: lo faceva per proteggermi?

Mi parlò dei suoi problemi di lavoro. Lo detestavano in tre redazioni. Aveva avuto la fortuna di andare in posti dove appena arrivava succedevano cose importanti. Fu il primo a documentare le migrazioni di massa del Ruanda, il genocidio curdo, la fuga di gas tossico dalla fabbrica della Union Carbide in India. Aveva accumulato premi e inimicizie ovunque. Sentiva il fiato dei suoi nemici sul collo. Avevamo la stessa età (36 anni), ma lui si era sciupato delicatamente, come se avesse attraversato tutta l’Africa senza aria condizionata. I suoi occhi passarono in rassegna i tavoli vicini, poi disse: “Non volevo tornare in Messico”. Era possibile che uno indurito da colpi di stato e nubi radioattive temesse la vita messicana? “Qui c’è qualcosa d’inafferrabile: il male è trascendente”, disse passandosi le dita tra la calvizie.

In quel momento portarono la brocca del caffè. Il manico era rotto ed era stato rinforzato con il nastro adesivo. La mostrai a Kramer: “Qui perfino il male è improvvisato”.

Kramer mi era più simpatico in questa versione paranoica. Non era più il manipolatore annoiato e ambizioso del viaggio precedente. Voleva scrivere il suo pezzo e andarsene di corsa. Era faticoso stare dietro alle sue paure. C’era un’enfasi sproporzionata nel suo modo di fare, come se stesse cercando di evitare un pericolo di cui coglieva i segnali. Mi nascondeva qualcosa? E soprattutto: lo faceva per proteggermi? Voleva proteggere il suo informatore, la gola profonda che avrebbe tirato fuori le prove del disastro?

Gli chiesi in prestito il cellulare e chiamai Pancho. Mi disse di vederci a due isolati dal ristorante, nel parcheggio di un minimarket Oxxo. Volevo mostrare a Kramer come si compra la coca. Un acquisto semplice ed economico come chiedere una pizza a domicilio. Un crimine di routine.

Pancho arrivò in una Chevrolet Camaro grigia, accompagnato dalle sue bambine. Si avvicinò al mio finestrino, mi passò un foglietto ripiegato e prese i 200 pesos dalla mia stretta di mano.
“Riguardati”, mi disse, una parola che fa paura se a dirtela è qualcuno con le dita tremolanti, il viso scarno e la pelle incartapecorita. La faccia di Pancho è il migliore antidoto contro le sue droghe. O forse no, forse ha il fascino di un re fenicio mal imbalsamato. Samuel Kramer lo guardava rapito.

Entrai all’Oxxo per comprare le sigarette. Stavo alla cassa quando vidi un’ombra con la coda dell’occhio. Pensai che volessero rapinare il negozio. Ma il cassiere sembrava più incuriosito che spaventato. Mi voltai. Dalla vetrina vidi un tipo con un passamontagna che trascinava Kramer fuori dalla mia auto puntandogli una semiautomatica alla tempia. Un altro tizio in passamontagna si mise a cercare qualcosa sui sedili posteriori. Quando si accorse che li guardavamo dal negozio urlò: “Figli di puttana!”. Non vedemmo il bagliore dello sparo. Era bastato l’insulto per farci buttare a terra tra scatole e barattoli.

Quando uscii dall’Oxxo, la macchina aveva le portiere ancora aperte e l’aria abbandonata tipica delle cose appena vandalizzate. Di Kramer rimaneva solo un bottone. Una nube rossastra saliva al cielo, rilasciando un aroma chimico. Uno dei sequestratori aveva sparato alle due x dell’insegna al neon. Stranamente, le altre due lettere erano ancora accese.

Il tenente Natividad Carmona aveva le sue convinzioni: “Se mastichi, pensi meglio”. Mi porse un pacchetto di gomme al ribes. Ne presi una, anche se non ne avevo voglia. Un retrogusto artificiale mi accompagnò dentro la volante. Dal sedile del copilota, Martín Palencia disse al collega: “Il Tamal ha tirato le cuoia”.

Carmona non batté ciglio. Non sapevo chi fosse Tamal, però mi raggelò l’indifferenza con cui era stata accolta la sua morte. Avevo tardato a reagire davanti al sequestro di Kramer. Succede, quando hai della cocaina in tasca. Come si fa ad agire in mezzo a tanti curiosi? Negli ultimi tempi Pancho aveva della roba buonissima, sarebbe stato un crimine buttarla via. Così ero rientrato nell’Oxxo e mi ero diretto verso i barattoli di latte in polvere. Ne avevo scelto uno per lattanti con reflusso, della marca che salvò Tania appena nata. L’avevo aperto e avevo nascosto il foglietto tra il tappo e la pellicola d’alluminio. Con un po’ di fortuna, l’avrei recuperato il giorno dopo.

Tornando alla macchina avevo trovato due poliziotti che esaminavano la scena del crimine. Avevano messo una bustina di marijuana nel cassetto del cruscotto. Li avrei seguiti in questura anche senza quel trucco, ma la forza dell’abitudine o la voglia di guadagnare una mazzetta li spinse a darmi una ragione in più. Stavo per sacrificare la mia ultima banconota (con indizi di reato ancora più gravi), quando un’altra pattuglia frenò davanti a noi facendo stridere le gomme in un modo che nel cinema messicano non si sente mai.

Immaginai un destino feroce per Samuel Kramer perché non volevo pensare al mio

Così feci conoscenza con gli agenti della polizia giudiziaria Natividad Carmona e Martín Palencia. Avevano i capelli a spazzola e le unghie curate. Controllarono l’auto con evidente goduria, mentre io osservavo la cicatrice sulla fronte di Carmona e il Rolex al polso di Palencia. Trattarono gli altri poliziotti con assoluto disprezzo e li costrinsero ad andarsene con la loro bustina di marijuana e il loro tentativo di estorsione. Quindi telefonarono all’hotel di Kramer, all’Interpol, all’antidroga e all’ambasciata degli Stati Uniti. La loro efficienza diventò preoccupante quando mi dissero: “Ora andiamo in questura”.

Entrai nella loro auto. Odorava di nuovo. Il cruscotto sembrava avere più pulsanti del necessario. “Conosce bene Kramer?”, chiese Carmona. Gli dissi tutto quello che sapevo, in modo precipitoso, sperando di non fare la fine di Tamal. Ma sembrava che non mi ascoltassero, o forse aspettavano che la strada mi facesse venire in mente altre risposte.

Attraversammo un quartiere di case basse. In questa parte della città era piovuto. Ogni volta che affiancavamo un’auto, il conducente fingeva di non vederci. Dov’era Kramer? In qualche periferia miserabile, in un nascondiglio sicuro? Lo immaginai trascinato dai suoi sequestratori, un uomo di spalle che avanzava nella nebbia, un corpo che diventava anonimo, inesplicabile, una vittima senza volto, un prodotto del caso, un cadavere leccato da smaniosi cani randagi.

Immaginai un destino feroce per Samuel Kramer perché non volevo pensare al mio. Trentasei anni a Città del Messico bastano per sapere che un viaggio “in questura” non sempre comprende il biglietto di ritorno. Ma ci sono delle eccezioni, gente che sopravvive una settimana in un buco di cella, con quindici ferite fatte a colpi di punteruolo, torturata con scosse elettriche in vasche d’acqua fredda, gente che torna a raccontare la sua storia e a cui nessuno crede. Così mi feci coraggio. M’immaginai deforme e vivo, capace di spaventare Tania con le mie carezze. Mi chiesi se Renata avrebbe pianto al mio funerale. No, non ci sarebbe neanche andata. Non avrebbe sopportato di abbracciare mia madre e di sentirle dire parole tenere e tristi che avevano in fondo un solo obiettivo: caricare entrambe di sensi di colpa.

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Forse la mia tendenza al melodramma dipendeva dal fatto che non c’era una minaccia concreta. L’auto della polizia aveva un buon odore, io masticavo una gomma al ribes e avanzavamo senza fretta, rispettando i segnali stradali.
“Così lei lavora per il cinema?”, chiese all’improvviso Martín Palencia.
“Scrivo sceneggiature”.
“Le voglio fare una domanda: quel Buñuel si faceva di tutto, giusto? Ho un sacco di video a casa, di quelli che confischiamo nel mercato di Tepido. Con tutto il rispetto, ma io dico che Buñuel ci dava dentro di brutto. È chiaro che si faceva, era bello sconvolto. Per me era un capo”. Palencia muoveva continuamente le mani, i suoi occhi brillavano, come se cercasse di esporre quel concetto da un sacco di tempo.

“Un vecchietto così può farsi quello che vuole! Io dico sempre: ‘Shakespeare era un frocio e non me ne frega un cazzo!’. Questi figli di puttana stanno sempre a creare, creare, creare”. Muoveva la testa con forza, da un lato all’altro, come uno che si fa di cocaina o anfetamina. “Si ricorda di quel film di Buñuel in cui due sventole sono una sola? Sono tutte e due arrapanti, ma diverse, non si assomigliano per un cazzo, però un vecchietto le confonde, talmente è rincoglionito, e nessuna delle due gliela dà. E io pure le confonderei, giuro su dio. È questo il surrealismo, no? Quanto sarebbe fico vivere come un surrealista!”. Fece una pausa e dopo un sospiro profondo mi chiese: “Allora, con cosa si faceva il maestro Buñuel?”.
“Gli piacevano i martini”.
“Te l’avevo detto, socio!”. Palencia diede una pacca a Carmona.

Dopo un’ora interminabile i due poliziotti decisero che ne sapevano abbastanza e mi lasciarono alla procura. Un funzionario mi fece una cinquantina di domande, mi chiese anche se avevo avuto un “commercio sessuale” con il sequestrato o delle divergenze che potevano avermi spinto a ucciderlo. Nessuno avrebbe mai confessato di fronte a domande così dirette. Ma la forza dell’interrogatorio stava nel metodo. Dopo il primo giro di domande il funzionario ricominciò daccapo mettendole in un ordine diverso. Nella nuova sequenza alcune cambiavano significato, mi facevano sembrare uno che sapeva certe cose prima ancora che fossero avvenute, come se le avessi intuite o addirittura pianificate. Risposi come potevo.

A casa sprofondai nel letto. Pensavo alla cocaina che avevo lasciato da Oxxo. Avevo paura di non riuscire a dormire, invece caddi in un sonno profondo in cui, di tanto in tanto, sentivo i tenui colpi di una pinna.

Mi svegliai alle otto del mattino. Mi affacciai per vedere la gente che faceva jogging intorno al Parque de la Bola. Avevo due messaggi in segreteria. Uno era di Katy: “La bozza è fantastica! Sei un genio. Lo so che i complimenti non vanno più di moda, non ti offendere, ma con te mi viene voglia di essere all’antica. Muoio dalla voglia di vederti. Un bacio. Anzi, mille”. Katy era euforica. Non pensavo che Gonzalo Erdiozábal le avesse già inviato la sceneggiatura, né mi ricordavo di avergli dato il fax di Katy. Ma a dire il vero ricordavo poche cose. Il secondo messaggio diceva: “Devi venire subito. Tania è sconvolta”. La mia ex moglie mi parlava come se nostra figlia fosse un incendio e io una centrale dei pompieri.

Feci colazione con una ciambella e una sigaretta e mi diressi verso casa di Renata. Durante il tragitto pensai a Katy, alla sua voce entusiasta, al suo desiderio di essere all’antica, una cosa magnifica in un presente disastroso. Gonzalo era un amico unico.

Trovai Tania abbastanza tranquilla. Renata invece mi guardò come se stesse contando le notti che avevo passato senza dormire. E mi spiegò il problema: Lobito, il criceto di Tania, si era perso nella Chevrolet, quel ferro vecchio che causa tanti problemi e dimostra che guadagno una miseria.

Cercai il criceto nell’auto, ma trovai solo una spilla di tartaruga a forma di simbolo dell’infinito. Renata la portava quando la conobbi. Che quel sottile materiale traslucido provenisse da una tartaruga mi sembrò così incredibile come il fatto che le mie dita avessero un tempo sganciato quella spilla. Adesso la chiusura era bloccata (o le mie dita non erano più così abili).

Decisi che a cercare Lobito doveva essere uno specialista. Tania mi accompagnò alla Chevrolet. Un meccanico con la tuta bianca accolse impassibile la mia richiesta, come se tutti i clienti perdessero dei roditori nella macchina. Forse sono i gas tossici che producono quella rassegnata efficienza. “Potete aspettare nell’ufficio clienti”, disse indicando un rettangolo di vetro dove c’era un televisore che trasmetteva uno spot del governo. Uno spot che detesto perché l’ho scritto io: è un minuto di pubblicità a un paese dove le quattro pareti di un prefabbricato rappresentano un’aula e un successo, dove la povertà sembra risolta e allo stesso tempo imbatti-bile. “Abbiamo fatto quel poco che si poteva”, sembra dire l’ultima immagine, in cui un bambino con gli occhi storti spalanca la bocca davanti a un contagocce. Chiusi gli occhi fino a che Tania mi tirò per i pantaloni.

L’uomo con la tuta bianca teneva Lobito tra le mani: “Abbiamo dovuto smontare il sedile posteriore. Abbiamo trovato anche questa”. E mi diede una pallina da tennis verde sbiadita. La presi con le mani che tremavano. Appena toccai la sua superficie vellutata i ricordi mi tornarono alla mente. E allora capii: quell’infame di Gonzalo Erdiozábal mi aveva tradito.

Negli anni ottanta Renata voleva una vita libera, ma aveva anche bisogno di una macchina. Suo padre le regalò una Chevrolet e lei si sentì annegare nelle contraddizioni. Gonzalo Erdiozábal la convinse a stemperare il dramma con un rito popolare: la benedizione dei taxi che impartiva un sacerdote nel giorno di san Cristoforo, patrono dei naviganti. Renata non aveva voluto battezzare Tania. Ma si sentiva talmente in colpa ad andare alla scuola di antropologia su un’auto ultimo modello, che il battesimo dei taxi le sembrò un buon modo per camuffare un regalo borghese con un evento sociale. Gonzalo si autonominò padrino della cerimonia e arrivò carico di birre e stuzzichini comprati al mercato di Tlalpan.

Arrivammo a un confine dove, incredibilmente, la città continuava a esistere. C’erano decine di taxi in fila. In fondo, la piccola chiesa sembrava una casa di bambole, dipinta di celeste e rosa messicano. Gonzalo ingaggiò un trio di suonatori per ingannare l’attesa. Ascoltammo dei bolero e alla quarta birra provai compassione per il mio amico. Ho omesso un dato essenziale: Gonzalo amava Renata disperatamente e senza ritegno. Il suo corteggiamento era così evidente da essere inoffensivo.

Mentre ascoltavamo le infinite variazioni sul mal d’amore cantate nei bolero, pensai al vuoto che determinava la sua vita e condizionava le sue mutevoli passioni, la fuga in avanti in cui si trasformavano i suoi anni. Aveva avuto donne facili da dimenticare, e nessuna era durata più del tempo necessario per cucire un gilet dai colori psichedelici o insegnargli una nuova posizione yoga. Renata era il pretesto sempre rimandato che giustificava i suoi innamoramenti simulati, era la donna inaccessibile e definitiva che lo teneva alla distanza peggiore: troppo vicino per non pensare a lei, troppo lontano per non pensare alle altre. Provai per lui una profonda compassione e gli dissi quelle cose che si dicono durante le pause di una musica sentimentale che non lascia conti in sospeso.

Il trio finì il suo repertorio prima che arrivassimo alla chiesa. Quando finalmente mancavano solo tre taxi, ci dissero che non c’era più acqua, non solo nella chiesa, ma in tutto il quartiere. Erano mesi che prendevano l’acqua con le taniche da un condotto a due chilometri di distanza. Ma era finita anche lì. L’aspersorio era asciutto e il volto del sacerdote era coperto di polvere. Il vento faceva volare giornali e buste di plastica.

Renata si rassegnò ad avere un’auto che circolava nel limbo ed entrava nel parcheggio di antropologia senza il prestigio compensatorio di un rito popolare. Ma Gonzalo era ubriaco e fermamente deciso a essere il nostro padrino automobilistico. Ci chiese di aspettarlo e sparì in una strada sterrata. Entrammo in chiesa. Su un altare laterale c’era un Bambin Gesù meccanico che reggeva una chiave a croce, avvolto in una stoffa di jeans. Il suo viso rosato, con le guance paonazze, sembrava dipinto da un pittore di insegne. L’altare era circondato da ex voto che raccontavano miracoli stradali e da auto in miniatura lasciate dai tassisti. Era già abbastanza come sorpresa del giorno, ma Gonzalo era partito con uno sguardo da posseduto. Ero dispiaciuto per la sua solitudine, la sua passione vicaria per Renata, la mia incapacità di stargli più vicino.

Un fragore e una nube di polvere annunciarono il suo ritorno. Arrivò su un camion dell’Acqua Elettropura. I bottiglioni di vetro splendevano di luce azzurra. Gonzalo minacciava il conducente con lo scalpello che usava per scrivere sul legno peace & love. Quando scese dal camion, aveva sul volto la maschera della demenza. Il sacerdote si rifiutò di impartire il sacramento con acqua rubata. Il conducente non poteva venderla: “Non sono autorizzato”. Gonzalo gli sventagliò in faccia un mucchio di banconote.

“Quest’acqua è già stata sporcata dal peccato”, sentenziò il sacerdote. Nell’aria polverosa, i bottiglioni risplendevano come un tesoro.
“Per favore!”. Gonzalo s’inginocchiò pateticamente davanti al sacerdote. Due tassisti ci aiutarono a caricarlo sull’auto. Durante il viaggio di ritorno non aprì bocca. Davanti alla porta di casa mi abbracciò con forza. Puzzava di sudore: “Scusami, sono un pessimo amico”, borbottò. Pensai che si riferisse alla nostra assurda spedizione alla chiesa del Bambin meccanico. Ma ora quella pallina da tennis dava alle cose un altro significato.

Avevo voglia di strangolare qualcuno e per tenere le mani occupate bruciai a uno a uno i post-it che tappezzavano il mio computer

Qualche settimana prima del mancato battesimo, avevamo passato un fine settimana nella tenuta dei Martínez insieme ad altre coppie. Nessuno di noi era capace di tenere in mano una racchetta, ma il campo da tennis ci attirava magneticamente come un’oasi generosa. Molte palline finirono oltre la recinzione. Ma è una quella che conta. Renata e Gonzalo andarono a prenderla. Tornarono dopo più di un’ora, a mani vuote. Renata aveva la pelle arrossata. Si mordeva ossessivamente una pellicina del dito indice.

Ora quella pallina era spuntata dal sedile posteriore della Chevrolet. Dallo stesso buco in cui era finito il mio pettine quando Renata e io avevamo fatto l’amore nel deserto dei Leoni! Poteva essere un’altra pallina? Il numero di palline perse nel mondo è inimmaginabile. Ma c’erano altri indizi. La relazione con Renata cominciò a raffreddarsi proprio in quei giorni. Le sue mani mi evitavano e le poche volte che restavamo soli io ero di troppo. Forse Gonzalo si sentiva in colpa e il battesimo dell’auto fu una specie di esorcismo. Comunque una cosa è certa: la pallina fu il pretesto per chiudersi in macchina, dove la persero davvero.

Renata non si interessò più né al tennis né a me né a Gonzalo. In un certo senso divorziò da tutti e due in una volta sola: non concepiva un amico senza l’altro. Forse aveva usato Gonzalo per quel che era: un impulso inarrestabile e passeggero. Ma lui, anche se aveva perso Renata, aveva oltrepassato il limite oltre il quale un amico diventa un perfetto figlio di puttana. Quando mi disse “scusami” si riferiva a un tradimento troppo grave perfino per essere nominato.

La palla da tennis mi bruciava tra le mani. Ero così arrabbiato che non riuscii a pensare a nient’altro per tutto il giorno e mi dimenticai della cocaina che avevo lasciato all’Oxxo. Cercai invano di trovare Erdiozábal. Avevo voglia di strangolare qualcuno e per tenere le mani occupate bruciai a uno a uno i post-it che tappezzavano il mio computer. Sfogliai delle vecchie riviste. In un numero di Rolling Stone di due anni prima trovai un’intervista a Kramer che non avevo letto. Una giornalista gli chiedeva: “Qual è il suo motto?”. Curiosamente, lui ne aveva uno: “Nuotare nelle profondità”. Forse essere uno scrittore di successo voleva dire questo: avere un motto. Guardai il mio computer spento. Bruciai l’ultimo post-it giallo e uscii di casa.

Il Parque de la Bola non era il miglior posto per liberare la mente, soprattutto perché lì incontrai l’agente Martín Palencia. Aveva un giornale sportivo e un caffè in un bicchiere di carta. Stava facendo una pausa prima di telefonarmi. Mi disse che nella stanza di Kramer la polizia aveva trovato appunti sulla violenza, i “sequestri lampo”, la “mungitura” dei bancomat, la gente “incofanata” nelle auto. Ne sapevo qualcosa? Gli dissi la verità: Kramer voleva parlare di cose sinistre, ma non ne sapeva nulla, era il suo giornale che gli aveva chiesto di occuparsene. Consideravano il Messico come una riserva di caccia per la cronaca nera.

Pensai al pretenzioso motto di Kramer. Adesso ne aveva davvero bisogno. Palencia era incuriosito dalla frequenza con cui negli appunti del giornalista appariva il termine buñuelesco. Era un indizio o che? “Se si riferisce al Messico, significa solo ‘orrendo’”, gli dissi. Martín Palencia si aspettava qualcos’altro: “E il surrealismo? Non pensa che ci sia un nesso? Non sarà un complotto?”. Feci per andarmene, ma Palencia mi trattenne per una manica: “Non le sembra strano che non abbiano chiesto un riscatto?”. Sì, era molto strano. Lasciai perdere le interpretazioni surrealiste e tornai a casa. Katy stava sulla porta.

“Scusami se sono venuta senza avvisare. Morivo dalla voglia di vederti”. I suoi occhi brillavano più del solito. La luce della sera gli dava un riflesso violaceo. Si passò la mano tra i capelli, nervosa: “Non sono sempre così, davvero”.
Entrammo in casa. Per prima cosa cercò con lo sguardo il mio computer, che aveva perso da poco il suo fogliame giallo.
“Mi è piaciuto come comincia la sceneggiatura: il computer tappezzato di post-it, come un moderno dio Xipe Totec. C’è tutta l’esasperazione dello sceneggiatore e il senso contemporaneo del sincretismo. Però non sono venuta a fare la pedante”, e mi prese per mano.

Gonzalo Erdiozábal mi aveva trasformato nel protagonista della sua sceneggiatura. La sua immaginazione era sorprendente, ma non potei continuare a pensarci. Le labbra di Katy si stavano avvicinando alle mie.

Non ritrovai la cocaina che avevo lasciato nel barattolo del latte. Sarebbe stato elegante dimenticare una cosa che valeva solo 20 dollari, invece tornai all’Oxxo disposto a controllare ogni confezione di latte per neonati con reflusso. Non ce n’era neanche una. È un prodotto che di solito si vende in farmacia, ed era solo un caso se avevo trovato quel barattolo durante il sequestro di Kramer. C’era qualcosa di strano in città: una legge imperscrutabile faceva trovare ogni cosa nel posto sbagliato. Gonzalo Erdiozábal sparì lasciando solo un breve messaggio sulla mia segreteria: “Sono incasinato. Sto andando in Chiapas con i ragazzi di un osservatorio svedese sui diritti umani. Buona fortuna con la sceneggiatura”.

Non si avevano notizie su Keiko da giorni. Commisi l’errore di tornare con Tania a Reino Aventura. L’acquario, attraversato da un inadeguato delfino, sembrava un monumento al vuoto. Ma la cosa peggiore di quei giorni era non sapere cosa avevo scritto nella mia sceneggiatura. Anzi, erano le sue conseguenze. Katy aveva un neo meraviglioso sul fianco e un modo unico di leccare le orecchie. Diceva che le ero piaciuto da subito, ma che la sceneggiatura l’aveva conquistata del tutto. E poi si sentiva orgogliosa di essere il motivo che mi aveva spinto ad aprirmi: era a lei che la bozza era diretta. Peccato che non sapessi cosa avevo scritto. Citava così spesso le frasi della sceneggiatura che quando disse con aria complice: “Dio è l’unità di misura del nostro dolore”, pensai di averlo scritto io. Mi spiegò, con un umiliante atteggiamento pedagogico, che era una frase di John Lennon.

O il testo di Gonzalo era molto lungo o il mio spirito molto esile. Fatto sta che diceva tutto di me. Katy era affascinata dal coraggio con cui avevo confessato le mie disgrazie e le mie carenze affettive e dal modo in cui per sublimarle mi ero appassionato al sincretismo messicano. Mai prima un documentario etnologico aveva rivelato tante cose sul suo autore. Katy s’innamorò dell’orribile e convincente personaggio creato da Gonzalo, di un’ombra cupa che io cercavo di imitare.
A poco a poco le mattine in cui mi svegliavo annusando banconote diminuirono. I giorni senza cocaina non erano facili, però mi convincevano che potevo essere una persona diversa, con qualche tic e un’attenzione un po’ spenta, quanto bastava per somigliare all’idea che Katy si era fatta di me.

Il caso Kramer era ancora aperto e dovetti presentarmi di nuovo in procura. Le mie dichiarazioni furono confrontate con quelle del cassiere dell’Oxxo. Un agente guercio mise tutto a verbale. Scriveva molto velocemente, con una mano sola, come se sfoggiasse un’abilità sconosciuta alle persone con tutti e due gli occhi. Le nostre testimonianze – cupe, dubbiose, reticenti – messe a confronto producevano una sensazione di irrealtà. C’erano discrepanze di orari e di punti di vista. Tra il dopo e il prima c’erano delle discordanze piccole ma decisive. Dopo sette ore un particolare si mise a fuoco nella mia mente fino ad acquistare il rango giuridico di “prova”: quando eravamo usciti dal ristorante avevo usato il cellulare di Kramer per avvisare Pancho che stavamo arrivando. Poi lo avevo lasciato nell’auto. Ed era quello che cercava il secondo sequestratore sul sedile posteriore. Ero entusiasta di aver trovato nel caos un pezzo del puzzle, ma non lo raccontai all’agente guercio. Il telefono avrebbe rivelato i miei contatti con uno spacciatore di cocaina. Gli uomini con il passamontagna erano stati efficienti: Kramer doveva sparire senza lasciare tracce telefoniche.

Ero esausto, ma l’ufficiale Martín Palencia voleva parlare ancora. Il suo collega Natividad Carmona lo osservava a qualche metro di distanza, mentre armeggiava con uno stuzzicadenti di metallo.
“Guardi”, disse mostrandomi una Barbie. “È una delle bambole che fabbricano a Tuxtepec e su cui poi scrivono made in China. Stava nella stanza del signor Kramer”.
“Forse era un regalo per sua figlia”.
“Si ricorda quel film, Estasi di un delitto? Uccidono una bionda bellissima e le danno fuoco come se fosse un manichino”. Accarezzo la Barbie con un intenso feticismo. “Questo è puro Buñuel, quanto è vero iddio!”. Carmona sorrideva con l’infinita indulgenza che si concede ai matti che il destino ha fatto nascere nella nostra famiglia. Palencia insisteva: una bionda potrebbe essere un indizio buñuelesco.

Due giorni dopo una bionda entrò in scena davvero, ma non del tipo che si aspettava Palencia. Sharon era venuta a cercare suo marito o a rassegnarsi a non vederlo mai più. Indossava dei bermuda, come se fosse in gita tra le palme dei tropici, e un paio di Nike che dovevano essere sportive ma sembravano ortopediche. Pranzammo insieme e mi fece venire il mal di testa. Non sopportava che ci fossero tanti tavoli per fumatori e che noi messicani conoscessimo un solo tipo di formaggio americano, quello giallo (a quanto pare ne esiste pure uno bianco, molto più sano). Le sue ossessioni alimentari erano patologiche (visto che era grassissima) e le sue abitudini culturali erano sottoposte a una dieta non meno severa. Le chiesi se la Cnn aveva parlato del sequestro di suo marito. “Non guardiamo la tv, è come farsi una lobotomia frontale”, rispose.
Mi aveva portato l’ultimo numero di Point Blank, con un reportage su Kramer intitolato “Scomparso: missing”.

Gli toglievano il cappuccio una volta al giorno per fargli contemplare un altare pieno di immagini cristiane, preispaniche, postmoderne: una Madonna di Guadalupe, un coltello di ossidiana, degli occhiali scuri

Sharon era così insopportabile che non mi sentii scortese a leggere l’articolo davanti a lei. Tra foto di gioventù e testimonianze degli amici, Kramer veniva evocato come un martire della libertà d’espressione. Città del Messico faceva da sfondo sgradevole al reportage, un labirinto dominato da despoti e divinità azteche che non sarebbero mai dovute emergere dal sottosuolo. Quali orrori avevano scorto gli occhi avidi di verità di Samuel Kramer?

Mi infastidì la beatificazione prematura del giornalista, però mi schierai dalla sua parte quando Sharon disse: “Sammy non è un eroe. Sai quanti lassativi prende al giorno?”. Fece una pausa, poi aggiunse: “Ci stavamo separando. C’è qualcosa di strano in questa storia. Forse è scappato con un’altra o forse non vuole affrontare i miei avvocati”.

Non avevo una grande opinione di Kramer, ma sua moglie era un buon motivo per fingere un sequestro. Era convinta che mettere da parte i sentimenti fosse un obbligo morale. Arrivati al dolce, che purtroppo non prevedeva biscotti ipocalorici, mi spiegò i suoi diritti. Se avesse ceduto al sentimento, tutto sarebbe andato perso. Aveva denunciato Point Blank per aver pubblicato alcune foto senza il suo consenso. Per colpa del giornale sarebbe stato più difficile vendere i diritti per un’eventuale miniserie tv sulla scomparsa del marito. Peccato che a Hollywood non avrebbero mai accettato uno sceneggiatore messicano. M’interessava un lavoro come consulente? Un rifiuto non mi era mai sembrato così dolce: “Sono amico di Samuel”, mentii.

L’incubo di dover vedere Sharon fu attenuato solo da Katy. Mi dimostrò il suo amore portandola a comprare oggetti d’artigianato locale al Bazar del Sabato preparandole una lista delle farmacie vicine al suo albergo aperte 24 ore su 24.

Una sera, mentre sonnecchiavo di fronte al telegiornale, squillò il telefono: “Sono qui”. Quella frase detta da una voce tremula significava semplicemente: sono vivo.
“‘Qui dove?”.
“Al Parque de la Bola”.
M’infilai le scarpe e attraversai la strada. Samuel Kramer stava accanto alla palla di cemento. Era dimagrito. Anche al buio i suoi occhi riflettevano angoscia. Lo abbracciai. Non si aspettava quel gesto. Ebbe un sussulto, poi pianse sulla mia spalla. Un uomo con un levriero afgano ci vide e si allontanò.

Kramer aveva ancora la stessa camicia a quadri. Odorava di cuoio rancido. Tra i singhiozzi, mi disse che lo avevano liberato e messo su un taxi. Non ricordava il mio indirizzo, però non aveva dimenticato il “parco della palla”. Spostai lo sguardo sulla palla di cemento e distinsi il debole contorno dei continenti. Per la prima volta mi resi conto che la “palla” era il mondo.

Andammo a casa. Kramer era rimasto incappucciato per settimane in un buco di due metri per tre. Gli davano da mangiare solo cereali e una volta li mescolarono con dei funghi allucinogeni. Gli toglievano il cappuccio una volta al giorno per fargli contemplare un altare pieno di immagini cristiane, preispaniche, postmoderne: una Madonna di Guadalupe, un coltello di ossidiana, degli occhiali scuri. Nei pomeriggi, durante ore interminabili, si sentiva suonare The end dei Doors e qualcuno alle sue spalle imitava la voce addolorata e impastata dai barbiturici di Jim Morrison. Quella tortura l’aveva aiutato a capire l’apocalisse messicana. Nelle allucinazioni provocate dai funghi gli oggetti sull’altare avevano rivelato una logica che doveva assolutamente ricostruire.

Kramer guardava continuamente di lato, come se cercasse un’altra persona nella stanza. Io non la dovevo cercare. Sapevo perfettamente chi l’aveva sequestrato.

In guerra a volte bisogna sacrificare le truppe. L’esercito statunitense lo chiama friendly fire, fuoco amico

Gonzalo Erdiozábal mi accolse in pantofole di pelo, souvenir di qualche viaggio in Alaska. Ero sfatto, troppe cose mi frullavano dentro, in quella parte di me che evito con tanta cura quando scrivo. Quando finalmente aprii bocca, non fui capace di esprimere la complessità delle mie emozioni: “Come hai potuto? Credi di essere Dio?”.

Mi riferivo ai suoi quindici anni di falsa amicizia, alla sua storia con Renata, alla sceneggiatura in cui aveva parlato di me senza preoccuparsi e senza avvisarmi, al sequestro di Kramer, al fatto che aveva giocato con i nostri destini come un burattinaio ubriaco. Mi riferivo a tutte queste cose, ma gli lasciai dare l’interpretazione che voleva.

Gonzalo si sistemò su un divano coperto di tappeti. Tutto nell’appartamento alludeva a tribù remote e alla frenesia tessile dell’inquilino. C’erano delle tele indigene huichole con colori che riproducevano le visioni elettriche provocate dal peyote, quadri di un’ex fidanzata che ebbe i suoi quindici minuti di fama infilando crini di cavallo su papel amate. Quei codici, che avrebbero dovuto simbolizzare la colonizzazione a cavallo dei territori degli indigeni, erano invecchiati male. Lontano dalle proteste e dalle contestazioni del quinto centenario della conquista non avevano più senso. Inoltre sembravano in decomposizione. “Rilassati. Vuoi un tè?”.

Non gli diedi l’opportunità di offrirmi le sue pozioni di medico naturista. Guardai il manifesto di Morrison. Il sequestro aveva il suo marchio di fabbrica. Come aveva potuto essere così grezzo? Aveva messo Kramer davanti a un altare sincretico che forse – e l’idea mi spaventò – aveva descritto anche nella mia sceneggiatura.

Con frasi sincere e maldestre parlai della sua mania di manipolazione. Ci aveva usato come pedine di un gioco assurdo. Saremmo potuti finire in carcere! Natividad Carmona sbavava ogni volta che dicevo qualcosa di inverosimile, e Martín Palencia mi infilava nei suoi deliri di omicidi buñueleschi. Se di me non gli importava niente, poteva almeno pensare a Tania. Sentii in bocca un retrogusto amaro. Non volevo guardare Gonzalo. Mi concentrai sugli arabeschi di un tappeto.

“Hai ragione, scusami”. Disse di nuovo quella parola che serviva solo a renderlo colpevole. “Non ti chiedo di capirmi. Però ogni storia ha il suo rovescio. Lasciami parlare. Ti chiedo solo questo”.
Lo lasciai parlare, non perché volessi, ma perché le labbra mi tremavano troppo per oppormi.

Mi ricordò che durante la visita precedente di Samuel Kramer ero stato io a chiedergli di inventare dei riti messicani. Ero stato io a coinvolgerlo. Kramer si era affezionato a lui e gli aveva detto che sarebbe tornato in Messico. Lo disse prima a lui che a me (per questo non si incuriosì quando gli dissi che il giornalista era di nuovo in città). Era un peccato stabilire relazioni per conto suo? No, certo che no. Samuel si era confidato con lui: stava divorziando, non riusciva più a capire un paese in continua agitazione e sapeva che il suo articolo su Frida Kahlo era pieno di invenzioni; il collega che avrebbe dovuto verificare le informazioni aveva lasciato correre quelle falsità solo per poterlo ricattare. Non dava la colpa a Gonzalo. Ero stato io la fonte di tutte quelle invenzioni, io gli avevo raccontato quelle balle per assecondare la sua sete di esotismo.

Kramer aveva deciso di incontrarmi di nuovo solo per capire quali erano le cose che non avrebbe dovuto raccontare. Le mie parole segnavano il limite della credibilità. Per questo il giornalista era stato così sfuggente al ristorante: non era delle persone agli altri tavoli che non si fidava, ma di quella che aveva di fronte. Il sequestro orchestrato da Gonzalo lo aveva immerso nella realtà che voleva: era stato di un’autenticità devastante. Ma per riuscirci aveva dovuto correre dei rischi. In guerra a volte bisogna sacrificare le truppe. L’esercito statunitense lo chiama friendly fire, fuoco amico. Lo sapevo? Certo che no. E comunque questa era stata una guerra senza perdite.
“Sai chi ha pagato il riscatto?”. Fece una pausa che non ero disposto a interrompere. “La sua rivista”.

Gonzalo aveva parlato con il direttore di Point Blank con la stessa franchezza che usava ora. Samuel Kramer sarebbe stato coinvolto in un esperimento di giornalismo partecipativo. Se nessuno si accorgeva che era una truffa il pezzo sarebbe stato un successo. Ma se non pagavano il riscatto, il giornalista sarebbe morto. Ovviamente non era vero, la minaccia serviva solo a dare un’aria da terzo mondo alla vicenda. Le trattative erano durate due giorni. Stabilire l’ammontare del riscatto non era stato difficile. Ma dopo aver accettato che il suo giornalista subisse un calvario controllato, il direttore chiese di non liberarlo prima di qualche settimana. Doveva passare davvero dei momenti difficili, in modo che i maltrattamenti impregnassero la sua prosa. Il direttore aveva sorvegliato la tortura psicologica di Kramer, era venuto in Messico, aveva visitato il nascondiglio e ascoltato l’apocalittica versione di The end. Kramer aveva ottenuto quello che voleva, un inferno su misura, un argomento per il suo articolo. Gonzalo aveva solo facilitato le cose. E i soldi del riscatto erano andati a una organizzazione non profit che aiutava i bambini poveri del Chiapas con la supervisione del governo svedese. L’altro tizio con il passamontagna era un attivista di quella ong.

Tutta questa filantropia mi dava la nausea, ma Gonzalo aveva ancora un altro regalo per me. Stavo per tirar fuori la storia di Renata quando un telefono cominciò a squillare. Era il cellulare di Kramer. Gonzalo rispose con una lentezza teatrale. “È per te”, disse passandomi il telefonino.
Era Katy. Il numero glielo aveva dato Gonzalo. Voleva solo dirmi che mi amava e che le mancavano le rughe intorno ai miei occhi. Rughe da pistolero che uccide tanta gente, ma sempre stando dalla parte dei buoni. La voce di Katy cancellò Renata. La cosa che più odiavo di Gonzalo non era il fatto che aveva cercato di portarmi via qualcosa che avrei perso comunque, ma il fatto che dovevo a lui le parole tenere e sconclusionate che Katy mi sussurrava all’orecchio.
A quel punto gli chiesi di darmi la mia sceneggiatura. Me ne andai senza il gesto melodrammatico di sbattere la porta, ma facendogli il dispetto di lasciarla aperta.

Nei giorni seguenti ebbi notizie di Kramer. Era entusiasta: il suo reportage aveva avuto un grande successo ed era candidato allo straordinario Meredith non fiction award. Inoltre aveva fatto pace con Sharon. Il viaggio in Messico era stato un purgatorio indispensabile per tutti e due. Nelle cose che scrivevo io, invece, cercai di restare fedele alla sceneggiatura di Gonzalo. Mi sembrava un miscuglio di trucchi narcisistici, ma a quanto pare era quello che tutti si aspettavano da me. Solo imitando la voce di un altro cominciai a mostrare quella che secondo Renata era la mia interiorità più profonda. Non le parlai mai del suo affaire con Gonzalo. La mia unica vendetta fu darle la pallina da tennis che avevo trovato nella Chevrolet. La sua, fu aver dimenticato completamente la faccenda (mise distrattamente la pallina in un recipiente, come se fosse una mela qualunque, e si mise a parlare di Tania).

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Katy aveva stabilito un legame di tenera complicità con mia figlia, anche se non capiva il nostro interesse per Keiko. Le notizie sulla balena erano tristi: non sapeva cacciare e non aveva incontrato un compagno in mare aperto. Era più felice nel suo acquario a Città del Messico. L’unica cosa positiva era che sarebbe stata la protagonista del film Free Willy.
“Potresti scrivere la sceneggiatura”, mi disse Tania, con la stessa insostenibile fiducia che anni prima mi aveva dato sua madre.
Katy aveva ragione, era arrivato il momento di dimenticare l’orca.

L’ultimo episodio che aveva a che fare con Samuel Kramer avvenne un pomeriggio mentre fumavo davanti alla finestra, guardando i bambini che pattinavano intorno al mondo in miniatura del Parque de la Bola. Il cielo era limpido. Finalmente erano finiti gli incendi. Un sussurro mi fece girare. Qualcuno aveva infilato una busta sotto la porta.

Indovinai il contenuto dal peso. L’aprii facendo molta attenzione. Insieme ai dollari c’era un messaggio di Gonzalo Erdiozábal: “I miei amici della ong vorrebbero che accettassi questi come ricompensa per il tuo aiuto”.
Mezz’ora dopo il telefono squillò venti volte. Nell’aria c’era la tensione delle chiamate a cui nessuno risponde. Ma non risposi.

Questo articolo è uscito il 24 dicembre 2009 nel numero 827 di Internazionale, a pagina 21. L’originale era uscito sul quotidiano spagnolo El País con il titolo Entre amigos e nella raccolta I colpevoli (Cuec 2009, traduzione di Maria Cristina Secci). Le illustrazioni sono di Gipi.

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