Bengasi, Libia, 2012.

In Libia non esiste il lieto fine

Bengasi, Libia, 2012.
10 maggio 2018 10:14

Nessuno vuole leggere storie sulla Libia, soprattutto se riguardano i crimini che qui si consumano. Tutte le storie di questo genere che vengono dalla Libia sono più simili a Gomorra che a una serie poliziesca americana. Nelle nostre realtà non esiste il lieto fine. Se cercate sognanti trame che possano ispirarvi, seguite l’account Twitter di un qualsiasi funzionario italiano o libico e non leggete oltre.

Il 2 dicembre del 2015 nella città di Surman, a circa sessanta chilometri a ovest di Tripoli, Wijdan al Shirshari stava portando a scuola i suoi tre bambini Abdul Al Hamid di cinque anni, Mohamed di otto anni e Dahab di dodici anni. Il loro tragitto quotidiano si è interrotto a un semaforo, quando due auto si sono fermate e hanno costretto l’autista della famiglia a frenare in mezzo alla strada. Sette uomini armati di kalashnikov si sono avvicinati alla macchina e hanno preso i bambini sparando in aria per impedire a chiunque di intervenire. Mentre rientravano nelle loro auto con i bambini, hanno sparato alle gambe dell’autista per impedirgli di muoversi e in un istante i bambini erano spariti. È cominciato così quello che in Libia è diventato famoso come il caso della famiglia Al Shirshari.

I rapitori erano noti
A qualche mese di distanza dal rapimento, il padre dei bambini, il ricco uomo d’affari Riyad al Shirshari, fratello dell’ex esponente del Consiglio nazionale generale (Cng), il parlamento libico, Adel al Shirshari, ha dichiarato al canale televisivo Libya Tv che il rapimento dei suoi figli era da considerarsi eccezionale e soprattutto che i rapitori erano ben noti. Il riferimento era alle indagini relative alle persone coinvolte nel rapimento. Uno dei sospettati arrestati aveva confessato che il motivo del rapimento era la richiesta di un riscatto di venti milioni di dinari libici (circa 12,3 milioni di euro) e ha indicato i nomi di molte persone coinvolte nel rapimento. Fin dall’inizio tutti in Libia sapevano che l’uomo dietro il rapimento era Al Nimri al Mahjoby, il famigerato capo di una milizia attiva a Surman e Sabratha, un ex rivoluzionario e uno dei leader della coalizione di Alba libica. Era stato molto lodato e aveva ricevuto persino il sostengo del mufti in persona.

A un mese di distanza dal rapimento la famiglia non aveva ricevuto alcuna richiesta di riscatto. Poiché nessuno sembrava disposto a coinvolgere o, quanto meno, a interrogare il principale sospettato, la famiglia ha deciso di prendere in mano la situazione. Il 9 gennaio la tribù a cui la famiglia apparteneva, armata fino ai denti, ha attaccato la milizia del sospettato nel tentativo di liberare i bambini nel caso si trovassero lì, o di arrestare qualcuno che potesse sapere dove fossero. La tribù di Al Nimri è intervenuta per proteggerlo. Negli scontri ciascuno degli schieramenti ha perso quattro uomini e molti altri sono stati presi in ostaggio.

Gli scontri sono continuati a intermittenza per circa tre mesi, finché il Consiglio di riconciliazione degli anziani della Libia e i capi locali non sono intervenuti per cercare di mediare tra i due contendenti. Le due tribù hanno accettato di firmare un accordo di pace e di cessate il fuoco, hanno liberato tutti gli ostaggi e hanno promesso di collaborare per garantire che i bambini potessero tornare a casa sani e salvi.

Richieste nel vuoto
Attivisti e abitanti della città di Surman hanno organizzato manifestazioni per chiedere alle autorità di intraprendere passi effettivi per garantire la sicurezza delle città e perseguire i delinquenti. Le ong locali hanno dichiarato in un comunicato: “I bambini della famiglia Al Shirshari sono figli di ogni cittadino libico e fratelli di tutti i bambini della Libia”.

I familiari hanno messo in campo tutte le loro risorse e conoscenze per dare una possibilità ai bambini. Si sono fatti sentire, hanno inviato lettere e rilasciato interviste, hanno usato i social network e contattato giornali e canali televisivi. In un’intervista la madre ha dichiarato: “Voglio i miei bambini, voglio poterli riabbracciare se sono ancora vivi o seppellirli se sono stati uccisi”. A quel punto non potevano fare altro che riporre la loro fiducia nel dipartimento per le indagini criminali (Cid), forze di polizia regolari agli ordini del capo della polizia, e nel capo dell’Unità anticrimine.

L’Unità anticrimine è un organismo alternativo, legato al governo in modo piuttosto indefinito, come il resto delle milizie arruolate o imposte al governo libico dopo il 2011 per riempire il vuoto di sicurezza. È lo stesso organismo che nell’ottobre del 2013 ha rapito l’ex primo ministro Ali Zidane dal suo hotel, portandolo via in pigiama, per vendicarsi del ruolo giocato dal governo nell’operazione statunitense che aveva condotto alla cattura di Abu Anas al Libi, una figura di spicco di Al Qaeda.

In più di due anni di indagini l’Unità anticrimine ha arrestato venti persone, una delle quali morta durante gli interrogatori, ma nessuno ha osato arrestare il principale sospettato. L’ufficiale che guidava le indagini era il capo dell’Unità anticrimine di Surman, Mohammed al Kayb. Era uno dei migliori negli interrogatori e lavorava con le Forze speciali di deterrenza (Rada). Lo chiamavano “detective Conan” (dal personaggio dei fumetti) per la sua capacità di ottenere confessioni e risolvere crimini. Sulla scia di questo caso ha perfino istituito un’unità specializzata nella lotta contro i rapimenti.

Il coinvolgimento del capo anticrimine
Il mese scorso il Cid di Surman è riuscito ad arrestare Al Nimri dopo che, con un’operazione a sorpresa condotta insieme ad altre forze di intervento, era stata individuata una delle sue case sicure. È stata organizzata un’imboscata a lui, ai suoi cinque fratelli e ad alcuni cugini. Sono morti tutti negli scontri con la polizia. Lo stesso Al Nimri è stato ferito gravemente, ma sono comunque riusciti ad arrestarlo vivo. In ospedale ha dato indicazioni per ritrovare il posto in cui i bambini erano stati seppelliti. Il giorno dopo, il 7 aprile 2018, gli agenti del Cid hanno disseppellito i resti dei tre fratellini nella foresta di Baraem, a sud di Surman.

Al Nimri ha distolto l’attenzione da un altro uomo dietro la vicenda, ossia lo stesso Mohammed al Kayb, capo dell’Unità anticrimine di Surman. Quest’ultimo è stato arrestato dalle forze del Rada mentre cercava di lasciare il paese poche ore dopo l’arresto di Al Nimri. Non solo aveva cercato di depistare le indagini, ma aveva anche ricattato le persone arrestate durante le indagini per ottenere dei soldi.

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Mohammed al Kayb ha un corposo faldone all’Ufficio per la sicurezza interna della Libia. Molte fonti hanno confermato che ha avviato la sua carriera terroristica nel 1991, viaggiando con passaporti falsi tra l’Arabia Saudita, il Pakistan e infine l’Afghanistan, dove ha ricevuto un addestramento militare e ai princìpi della sharia. Nel 1994 si è unito al Gruppo dei combattenti islamici libici. Tra il 1995 e il 2000 ha continuato a viaggiare tra il Sudan, la Giordania e infine la Siria, dove nel 2000 è stato arrestato e rispedito in Libia. Qui è stato condannato all’ergastolo nel carcere di Buslim. Nel 2011, durante la guerra civile, è stato liberato, e insieme a lui si stima che siano usciti di prigione altri ventimila prigionieri. Alcuni sono stati rilasciati da Gheddafi nei primi giorni della rivolta, il resto all’entrata dei ribelli a Tripoli.

I bambini sono stati uccisi un mese dopo il rapimento. Li hanno tenuti prigionieri in una stanza segreta sotterranea, priva di porte e finestre, sotto quella che dall’esterno sembrava una piccola casa in campagna in mezzo ad altre fattorie. I rapitori avevano ideato un sistema di areazione per far circolare l’aria, ma non avevano tenuto conto delle interruzioni di energia elettrica in Libia. I bambini hanno trascorso le ultime ore di vita nella più totale oscurità, soli, terrorizzati, a soffocare lentamente.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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