Migranti si preparano a essere rimpatriati nei loro paesi d’origine davanti al centro di detenzione Sikka Road a Tripoli, Libia, marzo 2017. (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Le voci dei migranti che nessuno vuole davvero ascoltare

Migranti si preparano a essere rimpatriati nei loro paesi d’origine davanti al centro di detenzione Sikka Road a Tripoli, Libia, marzo 2017. (Moises Saman, Magnum/Contrasto)
03 settembre 2019 10:18

Secondo un’antica storia ebraica, un giorno la Verità si aggirava nuda in un villaggio. Faceva freddo, era inverno, così cominciò a bussare a tutte le porte in cerca di rifugio. Tutti gli abitanti del villaggio però la scacciarono. A essere sinceri, la nuda Verità era piuttosto brutta, e tutti erano sconvolti e spaventati vedendola così, nuda. Ecco perché la scacciavano. Una Parabola la trovò e la portò a casa sua, la travestì e la rimandò fuori. La Verità bussò di nuovo, e stavolta tutti quanti la accolsero.

Comunque, quando il regista Michelangelo Severgnini ha parlato sul palco, la verità che ha condiviso con chi lo ascoltava è stata dirompente, un po’ come quella nel dipinto di Jean-Léon Gêrome La Vérité sortant du puits (La verità che esce dal pozzo).

Siamo nel marzo 2019, al Forum nazionale per cambiare l’ordine delle cose. Severgnini ha appena presentato alcune sequenze del suo radiodocumentario online Exodus – In fuga dalla Libia. Al termine dell’evento sono andato a stringergli la mano. In quel momento ho notato che anche gli altri relatori volevano avvicinarlo, ma non per stringergli la mano. È nato un tesissimo scambio di punti di vista. Il mio italiano è scarso, ma è stato sufficiente per capire che non tutti avevano apprezzato alcune delle cose che aveva detto. Severgnini è un ottimo conversatore e una persona molto attiva. Si può essere o meno d’accordo con lui, ma di sicuro il suo punto di vista merita di essere approfondito e discusso.

Qualcosa di diverso
Ho sempre avuto l’istinto di opporre resistenza alle informazioni provenienti dai social network. Preferisco andare di persona nei posti ed esaminare da vicino ogni situazione. Pur ammettendo che ultimamente sono più aperto a esplorare le possibilità offerte dai social network, non smetterò di insistere sulla necessità di verificare sempre l’autenticità delle informazioni. Non so più quante volte ho letto testi romanzati sulla Libia, scritti da cosiddetti giornalisti che scavavano nei social a caccia di informazioni. La cosa più buffa è che molti giornali autorevoli hanno pubblicato questi articoli, al punto che per un certo periodo ho accarezzato l’idea di cominciare a tenere un blog su questo genere di testi per me così affascinanti.

Severgnini sta facendo qualcosa di diverso: sta raccogliendo il maggior numero di voci possibili provenienti da diverse parti della Libia, approfondendo e analizzando i dati che riceve. Cosa ancora più importante, mostra un enorme rispetto nei confronti delle storie che raccoglie e cerca di costruire rapporti duraturi con le persone che parlano con lui. Un approccio, questo, che in molti hanno trascurato. Ha intervistato i profughi giunti in Italia nel 2017 e di recente è stato spesso in Tunisia per intervistare i profughi provenienti dalla Libia e stabilitisi nel paese confinante.

Questa intervista è stata condotta in più riprese nell’agosto del 2019. È cominciata con email e messaggi ed è finita con caffè e sigarette al tavolino di un bar di piazza Vittorio, a Roma. Per prima cosa gli ho chiesto cosa avesse provocato le reazioni di quasi tutti gli ospiti all’evento dello scorso marzo.

“Nell’episodio a cui ti riferisci, alcuni esponenti di questo settore che si trovavano sul palco assieme a noi alla fine dell’incontro mi hanno avvicinato ripetendomi frasi del tipo ‘Eh, ma noi ci occupiamo di migrazioni da venti o trent’anni, non puoi venirtene fuori dal nulla pretendendo di insegnarci come funzionano le cose’. Io gli rispondevo che non avevo niente da insegnare, ma forse le persone che parlano in Exodus sì e che avrebbero fatto meglio ad ascoltare quei messaggi invece di fare i prepotenti con me. Il punto è che stavano cercando di trasformare Exodus in un’opinione. Exodus non è un’opinione, è una fonte primaria sul problema di cui tutti parlano. Ecco il punto. E nessun altro ha questo genere di fonte primaria. Nemmeno le organizzazioni che operano in Libia, e hanno un accesso al territorio limitato. Parliamo di tantissimi contatti con migranti provenienti da diverse città libiche in cui erano rappresentate tutte le nazionalità. È di questo che stiamo parlando. I critici sostengono che la pubblicazione di questo materiale è controversa e mi accusano di avvelenare il dibattito. A me questo sembra un atteggiamento provinciale e immaturo”.

Gli chiedo di cosa parla la sua trasmissione e come è nato il progetto. “Il primo episodio di Exodus – In fuga dalla Libia è stato caricato nel settembre del 2018. Da giugno ero in contatto con migliaia di migranti bloccati in Libia e cercavo di ottenere informazioni sulla loro situazione. Dovevo entrare in contatto con loro, gli unici a mio avviso che potevano raccontare ciò che stava davvero accadendo in quel posto. Cercavo conferme o smentite alle storie di schiavitù. Negli episodi di Exodus sono raccolti messaggi vocali mandati via WhatsApp da migranti bloccati in Libia con cui sono in contatto. Purtroppo le loro storie hanno confermato e ulteriormente approfondito ciò che avevo già rilevato ascoltando i migranti incontrati in Italia”.

Questa situazione è funzionale alla comunità internazionale. L’importante è che gli impianti di idrocarburi continuino a funzionare

Dai tanti messaggi ricevuti dev’essere nato qualcosa che somiglia a un dialogo, e che di sicuro deve avergli insegnato qualcosa.”In questi quindici mesi di contatti quotidiani con i migranti in Libia ho imparato molto, e tutti possono imparare ascoltando le loro voci negli episodi di Exodus. Per esempio mi hanno detto che schiavitù e violenze nei confronti dei migranti non sono casi isolati in Libia, ma una pratica comune generata dall’impunità di cui gode chiunque voglia sfruttare un migrante nero, dalle milizie ai cittadini libici, dai criminali comuni di altre nazionalità africane ai trafficanti di ogni genere. La schiavitù è di fatto permessa e in alcuni casi addirittura facilitata. Forse non sempre alla luce del sole, ma ho l’impressione che per chi vive in Libia sia pressoché impossibile non rendersene conto. Non c’è nemmeno bisogno di promulgare una legge sulla schiavitù, che delegittimerebbe le già fragili istituzioni della Tripolitania. Mi sono anche convinto del fatto che la possibilità per le milizie e per molti altri soggetti di sfruttare i migranti sia in parte un risarcimento offerto dal capo del governo di Tripoli, Fayez al Sarraj, in cambio del consenso nei suoi confronti. Sta coprendo una delle pagine più vergognose nella storia recente del Mediterraneo. In altri termini, adesso il business non è tanto la tratta dei migranti, ma tenerli in Libia e sfruttarli con il lavoro forzato non retribuito e l’estorsione per mezzo della tortura”.

Guardare cosa accade sul terreno
E continua Severgnini: “Di sicuro questa situazione è funzionale alla comunità internazionale. L’importante è che gli impianti di idrocarburi continuino a funzionare, e in cambio i libici possono fare quello che vogliono, perfino disporre a loro piacimento di 700mila migranti. Dopo tutto, l’accordo di Serraj con l’Europa e con l’Italia non significa altro”.

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“Questo però ci fa capire una cosa, e i migranti in Exodus lo spiegano molto bene: non c’è differenza sostanziale tra i migranti che si trovano nei centri di detenzione e quelli fuori. Certo, ogni caso è diverso. Per esempio, un eritreo si sentirà più al sicuro in un centro di detenzione perché fuori non sarebbe altro che uno schiavo venduto e rivenduto. Un sudanese invece ha qualche speranza di potersi ‘integrare’, mentre un nigeriano può sperare di sopravvivere nella comunità dei suoi concittadini. Ecco perché”, spiega l’autore, “tutti i migranti di Exodus chiedono di essere trasferiti per via aerea. Ciò non vuol dire che quelli detenuti nei centri non si trovino in una situazione drammatica (sono in tutto diecimila persone), mentre gli altri 690mila possono aspettare il loro turno per imbarcarsi. No, tutti chiedono di essere portati fuori della Libia prima possibile”.

Ci sono migranti che potrebbero diventare soggetti politici e spiegare le loro ragioni e le loro soluzioni. Ma in Europa non va bene a nessuno

“Non possono aspettare un’altra estate, né l’insediamento in Italia di un governo che sia più benevolo nei confronti dei salvataggi in mare. In Libia sono in trappola, devono essere portati via da lì grazie a un’azione internazionale. In molti chiedono di poter tornare a casa. L’anno scorso più di 35mila migranti sono stati rimpatriati su base volontaria dalla Libia ai loro paesi di origine, ma molti altri sono ancora in Libia e vorrebbero solo tornarsene a casa per sottrarsi alla schiavitù. Il problema della comunità internazionale”, osserva Severgnini, “è che non si sta concentrando su quello che accade sul terreno e dunque non è in grado di offrire risposte adeguate alla situazione. Mi riferisco alle istituzioni europee, ma anche alle migliaia di attivisti che non sanno andare oltre il salvataggio in mare. Si limitano a considerare la Libia un terribile luogo esotico senza approfondire le cause del fenomeno. Adesso però ci sono migranti che, grazie a internet, potrebbero diventare soggetti politici e spiegare le loro ragioni e le loro soluzioni. Questo però in Europa non va bene a nessuno. Nessuno”.

Gli chiedo di raccontarmi dell’iniziativa “Set them free” e se ritiene che quella sia ancora la soluzione dopo essere stato in Tunisia e aver parlato con i migranti che hanno cercato di attraversare il confine con il paese.

“L’iniziativa Set them free – Laboratorio costituente per l’evacuazione della Libia ha rappresentato un importante tentativo di un gruppo di cittadini romani di Stalker – Osservatorio nomade che sono riusciti a raccogliere al Macro di Roma quasi tutti i soggetti che in Italia hanno a cuore le sorti dei migranti in fuga dalla Libia. Si è cercato di porre le voci di Exodus al centro del dibattito tra tutti quelli che si occupano di Libia. In quell’occasione ho parlato dal vivo al telefono con un migrante in Libia che denunciava di essere stato usato come scudo umano. Era il 3 maggio, esattamente due mesi prima del bombardamento di Tajoura. Devo dire però che questa iniziativa e la campagna che ne è seguita non hanno prodotto risultati duraturi. Ognuno è tornato a occuparsi del suo cortiletto. La questione dell’evacuazione dei migranti dalla Libia non è stata messa al centro del dibattito in Italia. Tutti hanno preferito tornare ai soliti discorsi, ‘aprite i porti’, ‘no ai respingimenti’, ‘no ai rimpatri in Libia’, eccetera. Ancora una volta tutto resta contenuto entro l’orizzonte della traversata via mare. La Libia è solo l’anticamera del luogo in cui si consuma il rito sacrificale del salvataggio o annegamento, in cui l’homo europaeus si manifesta nelle forme che preferisce, come salvatore o sterminatore: da una parte la capitana Carola, dall’altra il capitano Salvini. Il marchio è uno solo, la trama sempre la stessa. Serve solo a tenere occupate le menti della gente mentre la realtà sfugge di mano”.

Il campo di battaglia
“Nessuno tra tutti questi esperti di navigazione ha evidenziato che i gommoni sgonfi su cui sono caricati i migranti in partenza dalla Libia non raggiungeranno mai da soli le coste italiane e affonderanno prima (mentre molti dei migranti sono convinti di poter raggiungere comunque le coste italiane, perché è quello che gli dicono i libici!). Perciò non possiamo parlare di naufragi e naufraghi, ma di tentati omicidi e sopravvissuti. Pur astenendomi da qualsiasi ovvia considerazione sui meriti dei salvataggi in mare, la battaglia in corso riguarda un migrante su 140 di quelli che si trovano in Libia. La risposta storica che siamo costretti a elaborare dunque va molto oltre la questione dei salvataggi in mare. Il campo di battaglia non si trova lì. I migranti non dovrebbero trovarsi lì, in alto mare, su dei gommoni sgonfi. Collocare esseri umani su pezzi di plastica che si deformano e affondano dopo poche ore è un reato e quelli che pensano che i salvataggi in mare possano essere una soluzione alla crisi dei migranti in Libia lo fanno basando il loro ragionamento su un reato. In quanto reato, questo fenomeno dovrebbe essere fermato e non santificato”.

In un episodio di Exodus, uno dei profughi dice che preferirebbe tornare in Libia invece di restare in Tunisia. Come accade una cosa del genere?

“Dobbiamo tenere conto di due fattori”, risponde Severgnini. “Il primo è che i migranti provenienti dalla Tunisia meridionale (dove si sono rifugiati negli ultimi mesi dopo aver attraversato il confine con la Libia) e che hanno deciso di tornare in Libia nelle scorse settimane di fatto stanno tornando esclusivamente nella città di Zuhara, che si trova poco oltre il confine, non è direttamente coinvolta nel conflitto ed è nota perché i suoi abitanti trattano i migranti un po’ meglio che altrove. Inoltre molti dei gommoni sgonfi partono proprio da Zuhara. Quando alcuni migranti ritornano in Libia dalla Tunisia, lo fanno solo perché vogliono andare a Zuhara per imbarcarsi. Nessuno torna in Libia per andare a Tripoli. In secondo luogo, bisogna considerare la loro situazione in Tunisia. Purtroppo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e altre organizzazioni attive sul campo non sono riuscite nei mesi scorsi a offrire prospettive alle migliaia di migranti che si sono rifugiati in Tunisia. Non ci sono risorse necessarie per accelerare la ricollocazione dei migranti, e questo è frustrante, al punto che alcuni, illusi dal richiamo delle navi impegnate nei salvataggi, decidono di tentare la carta di Zuhara e attraversano di nuovo il confine”.

Una voce senza travestimenti
“La Tunisia è una destinazione sicura, anche se il governo non accetta le richieste di asilo perché dovrebbe essere un luogo di transito, non la destinazione finale di questi migranti. Non mi spiegavo però perché la Tunisia continuasse a essere un’alternativa non utilizzata. La volontà dei migranti in Libia era ed è quella di salvarsi, tornando a casa, andando in Europa o in qualsiasi altro paese. Ma molti di quelli che si trovano in Libia e con i quali siamo in contatto non hanno scelto la Tunisia per ragioni precise: perché sono detenuti e non si possono muovere, perché il percorso da Tripoli al confine è molto pericoloso e potrebbero essere facilmente rapiti e rivenduti come schiavi, e infine perché non vale la pena correre tutti questi rischi se, paradossalmente, restando in Libia hanno maggiori possibilità di essere ricollocati dall’Unhcr, rimpatriati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni o di prendere il mare a bordo di un gommone sgonfio. Nelle ultime settimane poi molti migranti africani e tunisini sono partiti anche dalla Tunisia. La loro situazione però è completamente diversa. Il tragitto fino a Lampedusa è la metà rispetto a quello dalla Libia e loro viaggiano a bordo di piccole imbarcazioni di legno guidate da pescatori. In questo caso gli standard di sicurezza sono molto più alti. Imbarcarsi dalla Libia su gommoni sgonfi è invece un massacro che deve essere fermato prima possibile, attivando simultaneamente diverse vie per consentire l’esodo dalla Libia”.

Così parlò Michelangelo Severgnini. Ha la tendenza a non travestire la sua verità, e forse non lo farà mai, ma a dire il vero è proprio questo a rendere le conversazioni con lui così interessanti. Pur avendo trovato alcune delle informazioni a cui ha fatto riferimento precise e puntuali, altre non mi hanno convinto, e lo stesso vale per alcune delle sue conclusioni. In questo caso però non volevo mettere in evidenza le mie opinioni. Ho deciso di fare come lui e limitarmi a trasmettere la sua voce senza proiettarvi sopra quella che io penso possa essere la verità. Dopotutto non esiste la verità assoluta, giusto?

Spesso ciò che Zaid trova brutto, per Baker è bellissimo, hanno opinioni opposte, mentre Omar pensa che sia tutto un’illusione. Dunque, chi di loro è sincero in ciò che dice? Vorrei poterlo sapere. E perché non esiste un modo per misurare la bellezza? Non lo so!”.
Al Talasim (I misteri) di Elia Abu Madi

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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