Isola di Sulawesi, Indonesia, novembre 2011. (Georgette Douwma, Nature picture library/Contrasto)

Milioni di tonnellate di plastica minacciano i nostri mari

Isola di Sulawesi, Indonesia, novembre 2011. (Georgette Douwma, Nature picture library/Contrasto)
29 luglio 2016 10:54

L’acqua è cristallina, in trasparenza si vede il fondale. Tuffarsi è delizioso. Poi magari cambia la corrente. Oppure il mare è agitato. È una medusa quella? No, un sacchetto di plastica bianchiccio. Poi un altro, poi un altro. In acqua ora galleggiano pezzi di plastica, frammenti di sacchetti, un sandalo rotto. Arrivano dalla spiaggia, dalle barche di passaggio? Sì, anche, ma perfino davanti alla spiaggia più pulita può capitare di trovare plastiche e altri rifiuti galleggianti. Sono prodotti umani e arrivano da terra, questo è certo, ma magari da lontano: poi viaggiano trasportati da venti e correnti.

Sacchetti, bottiglie, posate, teli lacerati, pezzi di giocattoli, gli infiniti oggetti della vita quotidiana. Oppure imballaggi, pezzi di reti da pesca. Una enorme massa di rifiuti, soprattutto di plastica. Uno studio pubblicato l’anno scorso su Science stima che tra 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica finisca negli oceani ogni anno, 8 milioni di tonnellate nell’ipotesi media (lo studio ha preso a riferimento l’anno 2010, considerando i 275 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica prodotti entro 50 chilometri dalle coste dei 192 paesi affacciati sul mare).

Un pericolo per il mare

Insomma, milioni di tonnellate di detriti plasticosi galleggiano alla deriva. La letteratura scientifica ne parla fin dagli anni settanta, ma allora pochi ci facevano caso: la consapevolezza generale sta arrivando, a fatica, solo ora.

Eppure ormai sappiamo che la plastica è un pericolo mortale per la vita marina. È destinata a restare in mare per decenni, anzi secoli; ogni nuovo oggetto si aggiunge a quelli che ci sono già, perché la plastica non si degrada. Si frantuma, invece, in pezzi sempre più piccoli, e questo è parte del problema. I pezzetti verranno ingeriti da pesci e molluschi, perfino da invertebrati microscopici, per accidente o perché li scambiano per cibo: così i pezzetti entrano anche nella catena alimentare. Molte specie marine rischiano di mangiare plastica, specialmente le tartarughe e i cetacei, che scambiano quei frammenti per le piccole meduse o i molluschi di cui si nutrono. Spesso l’effetto è letale.

Si dice che la Great Pacific garbage patch, nel Pacifico settentrionale, sia fino a due volte il Texas, che è tre volte l’Italia

La deriva della plastica negli oceani segue dinamiche affascinanti, che gli scienziati studiano ormai da tempo. Sappiamo che i rifiuti arrivano dalle coste più abitate o con grande concentrazione di attività industriali. Alcuni si depositano sui fondali, ma la gran parte resta a galla. Portati da venti e correnti tendono a raccogliersi in “banchi”, o “macchie”, aggregazioni così grandi che a volte si sente parlare di “isole” di rifiuti: si dice che la Great Pacific garbage patch, nel Pacifico settentrionale, sia fino a due volte il Texas, che è tre volte l’Italia. Questa però è leggenda. Quanto siano grandi queste aggregazioni è difficile da dire, anzi impossibile.

Non esistono stime scientificamente ragionevoli, leggiamo sul sito della National oceanic and atmospheric administration (Noaa), l’agenzia statunitense che si occupa di ricerca oceanografica e dell’atmosfera, perché non si tratta di “isole” ma di masse che si muovono, si disperdono, si riaggregano. E poi, quella del Pacifico settentrionale è la maggiore, ma non l’unica.

I rifiuti galleggianti in una mappa

Un gruppo di climatologi e matematici dell’università di South Wales, in Australia, ha studiato l’evoluzione dei sei “banchi” di rifiuti corrispondenti alle grandi zone subtropicali degli oceani, osservando come i nuovi rifiuti rilasciati dalle coste finiscono in quei grandi agglomerati. La dinamica è illustrata in questa mappa. Secondo questi studiosi, alcuni “banchi” tendono a disperdersi e riformarsi (per esempio quelli dell’oceano Indiano e dell’Atlantico meridionale), mentre il “banco” del Pacifico settentrionale tende ad attrarre detriti dagli altri bacini.

Intanto quella mappa dice che un rifiuto buttato in mare in qualunque punto del Mediterraneo resterà nel Mediterraneo. Siamo in un sistema chiuso: una plastica gettata presso le coste della Spagna o dell’Egitto può arrivare nell’Egeo, nel Tirreno, davanti alle coste marocchine o siciliane. In Italia, tra l’estate del 2014 e quella del 2015, la Goletta Verde di Legambiente ha monitorato 2.600 chilometri di coste e ha avvistato oltre 2.700 rifiuti galleggianti più grandi di 2,5 centimetri: il 95 per cento è plastica. Risulta che il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale, con 51 rifiuti per chilometro quadrato; seguono l’Adriatico meridionale (34) e lo Ionio (33).

Così torniamo alla nostra baietta con l’acqua cristallina. Ovunque sia, rischieremo sempre di trovare un po’ (o tanta) plastica alla deriva: almeno finché non riusciremo a evitare che la plastica finisca in mare. Questo significa usarne di meno e poi raccogliere, riciclare, smaltire in modo appropriato. Ma serviranno azioni globali: come molti dei problemi del nostro tempo, anche l’inquinamento dei mari non conosce frontiere.

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