Addis Abeba, Etiopia, marzo 2014.

Le aziende italiane in Etiopia fanno affari dove la popolazione è repressa

Addis Abeba, Etiopia, marzo 2014.
25 novembre 2016 15:30

Notizie contraddittorie trapelano dall’Etiopia. È uno dei “casi di successo” dell’economia mondiale, o almeno così è descritta: l’economia è cresciuta in media del 10 per cento nell’ultimo decennio, Addis Abeba si è riempita di grattacieli, le imprese straniere fanno la coda per investire. Poco più di un mese fa ha fatto notizia la prima ferrovia elettrificata del continente, quella che collega la capitale etiopica a Gibuti, sul golfo di Aden: l’hanno costruita degli ingegneri cinesi. L’Etiopia è uno dei primi paesi africani con cui l’Unione europea ha firmato accordi per fermare il flusso di migranti. Ma nell’estate aveva fatto notizia anche il gesto di protesta di un atleta etiopico alle olimpiadi. L’Etiopia è anche un paese dove giornalisti e blogger finiscono imprigionati, dove le proteste sono soffocate nel sangue.

Un anno fa, quando il progetto di espandere la capitale Addis Abeba ha suscitato la rivolta delle popolazioni rurali destinate a essere espropriate, centinaia di manifestanti sono stati uccisi per le strade e migliaia arrestati, secondo le informazioni raccolte dall’organizzazione per i diritti umani Human rights watch. La rivolta ha coinvolto la regione di Oromia, in particolare le zone a nord della capitale, e si è calmata solo quando il progetto di espropri è stato sospeso. La tensione però è di nuovo esplosa in ottobre, quando decine di persone sono state uccise dalla polizia durante una cerimonia religiosa. Da allora il governo ha imposto lo stato d’emergenza in tutto il paese.

Ora la polizia ha poteri esorbitanti, ma già da tempo le organizzazioni per i diritti umani denunciavano la mancanza di libertà interne, gli arresti arbitrari, la soppressione violenta di ogni dissenso. Del resto l’attuale primo ministro, Hailè Mariam Desalegn, ha vinto le elezioni politiche nel maggio 2015 con il 100 per cento dei voti e il suo partito, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Eprdf), occupa tutti i seggi del parlamento (è il partito che governa ininterrottamente l’Etiopia dalla fine della guerra civile nel 1991). Su quelle elezioni hanno avuto da ridire molte istituzioni internazionali.

L’Italia ha investito molto, dalle dighe ai progetti agroindustriali, con l’Etiopia ha relazioni molto buone

Come si tengono insieme grattacieli, investimenti e repressione? L’Etiopia, secondo paese africano per popolazione (ha 97 milioni di abitanti su una superficie di più di un milione di chilometri quadrati), è anche uno dei paesi più dipendenti dagli aiuti stranieri. Nell’ultimo decennio ha ricevuto una media di 2-2,5 miliardi di dollari all’anno, somma che rappresenta oltre metà del bilancio nazionale. E li ha saputi usare con profitto, per finanziare piani di sviluppo delle infrastrutture. In particolare, nel 2010 il governo etiopico ha lanciato un ambizioso “Piano di crescita e trasformazione”, con l’obiettivo dichiarato di accelerare la crescita e “promuovere una rapida industrializzazione e una trasformazione strutturale”. La seconda fase del piano è stata varata nel 2015, condita da belle parole come “sviluppo equo e democratico”. Il governo dichiara che entro il 2025 l’Etiopia entrerà tra i paesi a medio reddito. Per questo ha puntato su investimenti in grandi infrastrutture e sviluppo di una estensiva agroindustria.

Qui entra in gioco l’Italia. Il nostro paese ha investito molto, dalle dighe ai progetti agroindustriali, e con l’Etiopia ha relazioni così buone che all’inizio dell’anno il presidente Sergio Mattarella ha compiuto una visita ufficiale di ben quattro giorni, ricambiata da frequenti visite di delegazioni etiopiche a Roma. Un’azienda italiana, Salini Impregilo, ha costruito due dighe sul fiume Omo, nella regione sudoccidentale dell’Etiopia. L’ultima è la diga Gilgel Gibe III: nel luglio del 2015 il presidente del consiglio Matteo Renzi era andato a inaugurarla insieme al premier etiopico: l’aveva definita “un orgoglio italiano”.

Cosa c’è da nascondere nella valle dell’Omo?
Ma perché allora la valle del fiume Omo è off limits per gli osservatori? Per visitare la zona infatti serve un permesso speciale. Di recente due giornalisti italiani, inviati dal settimanale Nigrizia per un reportage sulla cooperazione italiana, che pure avevano fatto domanda con mesi d’anticipo, non lo hanno ottenuto. Non hanno neppure avuto un rifiuto esplicito, solo un rinvio senza fine. Il risultato è che la regione dove lavorano le aziende italiane, e dove anche la cooperazione italiana è attiva, è vietata a occhi esterni. I due giornalisti, Giulia Franchi e Luca Manes, ad Addis Abeba sono riusciti ugualmente a raccogliere testimonianze di persone direttamente coinvolte e di abitanti della zona. Ora le hanno pubblicate in un dossier (scaricabile) dal titolo Cosa c’è da nascondere nella valle dell’Omo?

Il fiume Omo nasce sull’altopiano di Shewan, 600 chilometri a sudovest di Addis Abeba, e scorre per 760 chilometri fino al lago Turkana, il più grande lago desertico, in Kenya. Siamo nella regione della valle del Rift, sul suo percorso l’Omo fa un dislivello di duemila metri, con alcune cascate, attraverso un territorio a tratti semiarido. L’acqua del fiume è la principale risorsa per i circa 700mila abitanti della valle, appartenenti a diverse comunità indigene che vivono di una economia rurale tradizionale. L’agricoltura qui dipende dall’esondazione annuale, che lascia sul terreno un limo fertile; l’allevamento di capre, pecore e bovini è l’altra fonte di sopravvivenza. Decisamente, i grattacieli di Addis Abeba sono lontani.

Dal 2012 ai mezzi d’informazione internazionali sono arrivate notizie di comunità locali mandate via a forza, in parte per la costruzione delle dighe, in parte per liberare terre assegnate a investitori stranieri per progetti agroindustriali.

La polizia trattiene i manifestanti durante il festival oromo Irreecha a Bishoftu, Etiopia, il 2 ottobre 2016.

Le testimonianze raccolte da Franchi e Manes confermano quelle notizie. Parlano di persone cacciate via senza quasi alcun risarcimento, con un processo di ricollocazione – “villaggizzazione” – accompagnato da abusi e violenze. Le tribù della bassa valle sono state sfrattate con violenza, molti hanno visto distruggere le proprie fattorie. I loro campi e pascoli sono diventati piantagioni intensive di canna da zucchero e cotone, grazie a sistemi di irrigazione su larga scala. Per l’equilibrio del territorio è un disastro.

L’agricoltura e la pastorizia tradizionali, su piccola scala, erano adattate a un ecosistema molto fragile; è dubbio invece che le grandi piantagioni reggano nel tempo. L’invaso della diga Gilbel Gibe III ha sommerso terre e pascoli. L’acqua disponibile per la popolazione locale a valle dell’impianto idroelettrico è diminuita, come pure i pascoli. I raccolti sono in declino, anche perché nell’estate 2015 non c’è stata la regolare esondazione del fiume, e per di più nei due anni scorsi le piogge sono state scarse. Anche l’acqua che arriva al lago Turkana è crollata in modo drastico.

Nella valle dell’Omo si è instaurato un clima di intimidazione, soldati mandati a sgomberare il territorio, famiglie minacciate, percosse, violenza su donne e bambini, stupri. Chi ha fatto opposizione esplicita è finito in galera. I racconti degli abitanti parlano di violente operazioni contro questa o quella tribù che non accetta il trasferimento. Intanto la competizione per acque e terre diventate scarse comincia a innescare tensioni tra le diverse popolazioni della regione.

Accaparramento della terra
Ora la domanda è: l’Italia è complice di questa violenza? Certo è che dighe e altro sono investimenti che coinvolgono tutto quello che si usa definire “sistema-Italia”. Nel 2004 il ministero degli esteri italiano, attraverso la direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, ha approvato il più grande credito mai erogato prima, 220 milioni di euro, per la costruzione della diga Gilgel Gibe II, poi inaugurata nel 2010. Più tardi, ha suscitato obiezioni nel parlamento italiano anche il credito di 250 milioni di euro per la Gibe III, la più importante diga costruita finora. In entrambi i casi la commessa è andata a Salini Impregilo. È in discussione una Gilgel Gibe IV: la notizia è trapelata proprio durante la visita di Mattarella.

Un altro investimento italiano è quello della Fri-El Green, impresa che nel 2007 si è aggiudicata (tramite la sussidiaria locale Fri-El Ethiopia farming and processing) la concessione di 30mila ettari di terreni arabili nella bassa valle dell’Omo, distretto di Omorate, per produrre olio di palma e di jatropha (pianta con semi oleosi, destinata a biocarburanti) da esportare in Italia. Quando si dice land grab, “accaparramento di terre”, si intendono contratti come questo: l’azienda italiana beneficia di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro, e si aggiudica terre prima destinate all’uso della comunità. Pascoli e buone terre arabili sottratti all’agricoltura locale, senza che gli abitanti ricevano beneficio. Le testimonianze dicono che scuole, ambulatori e altri servizi sono stati promessi, ma non sono mai arrivati. Pochissimi abitantilocali hanno avuto lavoro come braccianti.

Nel triennio 2013-2015 l’Italia ha concesso all’Etiopia quasi cento milioni di euro di aiuti allo sviluppo. Dal 2006 partecipa al programma governativo chiamato “promozione dei servizi di base”, un fondo multilaterale gestito dalla Banca mondiale – che secondo Human rights watch ha contribuito ai piani di sedentarizzazione forzata nelle regioni di Gambella (nell’ovest del paese, 70mila persone cacciate da terre date in concessione a investitori stranieri), e ora nella valle dell’Omo.

“Sembra che la comunità internazionale non si renda conto che sta donando soldi per permettere al governo etiopico di distruggere la vita delle popolazioni indigene nella valle dell’Omo”, commenta un abitante – una delle testimonianze citate da Franchi e Manes. Resta la domanda: l’Italia è complice di violenza e abusi?

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