06 maggio 2020 11:27

Che dire al proprietario di un negozio che le ha già sentite tutte? Risposta: non parlare, usa la lingua dei segni.

O quanto meno questo è il nuovo approccio della Teki paper bags, un’azienda etiope sviluppata da donne sorde.

Dalla loro hanno sicuramente i numeri. L’organizzazione ha venduto un milione circa di sacchetti di carta fatti a mano e sta lentamente convincendo la brulicante capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, a rinunciare ai sacchetti di plastica rafforzando al tempo stesso la comunità dei sordi.

Produzione e consumo in aumento
Mentre altri paesi dell’Africa orientale, come Ruanda e Kenya, fanno da apripista all’eliminazione dei sacchetti usa e getta, l’Etiopia ha assistito dal 2011 a un costante aumento tanto della produzione quanto del consumo di plastica.

È una situazione che ha colpito in modo particolare Addis Abeba, dove la plastica intasa i canali provocando inondazioni nella stagione delle piogge e inquinando il suolo.

Secondo Piguet, che non è sordo, la lingua dei segni è un potente strumento di comunicazione

“I sacchetti di plastica ad Addis Abeba costano poco”, spiega Mimi Legesse, la carismatica codirettrice alla Teki. “Perciò i negozianti danno un sacchetto per ogni prodotto acquistato”.

Clement Piguet, cofondatore della Teki, ammette che convincere i negozianti a scegliere un’alternativa più costosa è una sfida, ma dare alle persone solo lezioni sull’ambiente non sempre ha l’impatto desiderato. Alla Teki sono invece convinti che se si realizza anche un evidente beneficio sociale oltre al positivo impatto ambientale è più probabile che i negozianti investano in un’alternativa più verde.

Clement afferma: “Con i nostri sacchetti di carta vogliamo offrire la possibilità di cambiare le vite di persone non udenti, creando così un modo alternativo per combattere la plastica”.

Meskerem Beyana, interprete nella lingua dei segni in sede alla Teki, ritiene che l’emancipazione di persone sorde impiegate per trattare con i clienti abbia avuto un impatto positivo sull’azienda. “Quando a vendere i sacchetti sono persone non sorde, la gente tende a non ascoltare”, sostiene. “Quando però Mimi usa la lingua dei segni le persone prestano ascolto”.

Secondo Piguet, che non è sordo, la lingua dei segni è un potente strumento di comunicazione: “La lingua dei segni ha un potere speciale se usata bene: ha un aspetto universale perché tutti noi abbiamo due mani. Il modo in cui le muoviamo affascina la gente”.

È stata questa fascinazione a spingere Piguet a visitare la scuola Alpha per sordi, nel quartiere dove viveva. Lì ha incontrato Legesse, all’epoca studente, che era cresciuta in un orfanotrofio e aveva sviluppato un talento tutto suo per il design.

Una visita emozionante
Legesse, come molte altre persone sorde in Etiopia, faticava a trovare un lavoro regolare. “La maggior parte dei negozianti non è disposta ad assumere persone sorde perché non vogliono assumere anche gli interpreti, perciò di solito le persone sorde restano a casa”, dice.

Il loro incontro fortuito ha avuto un effetto immediato su Piguet. “Dal modo in cui usava le mani ho capito che in Mimi c’era qualcosa di potente e quando mi ha raccontato delle sue borse all’uncinetto tutto ha cominciato ad avere senso”.

Oggi alla Teki lavorano diciotto dipendenti a tempo pieno e due interpreti, e l’azienda serve più di 50 clienti. Di recente si è trasferita in una sede più centrale, così clienti e dipendenti possono raggiungerla più facilmente.

Anis Ahmed, un negoziante locale interessato a cercare alternative alla plastica, è venuto a ritirare dei campioni e, dopo un giro della sede, se n’è andato visibilmente colpito. “Non avevo idea”, dice. “È straordinario vedere queste donne al lavoro, vedere come usano le loro competenze”.

Ad Anis, come a tutti i visitatori, è stato chiesto di sillabare il nome con le mani, con l’aiuto di un poster appeso alla parete su cui è riportata la lingua dei segni. Poi è stato coinvolto in un vivace scambio di domande e risposte con le dipendenti della Teki.

Per alcuni visitatori può essere un’esperienza emozionante. “Abbiamo circa tre visite al giorno”, racconta Clement. “Quando vedono queste donne sorde che fanno un lavoro così straordinario si commuovono: a volte si mettono a piangere”.

Le prime impressioni sono importanti alla Teki, perciò è utile apparire sempre al meglio. “Nella nostra cultura diamo a ogni persona un nome a seconda del suo aspetto o della sua esperienza”, spiega Mimi con un sorriso. “Con Donald Trump, per esempio, copiamo il suo taglio di capelli facendo scorrere la mano sulla testa”.

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Pochi edifici ad Addis Abeba hanno un indirizzo, perciò gli autisti degli autobus di solito urlano i nomi dei punti di riferimento per indicare la loro destinazione e questo rende i trasporti pubblici particolarmente complicati per le persone sorde. Alcune delle donne che lavorano alla Teki vivono a due ore da qui. Perciò l’azienda ha deciso di coprire i costi per il trasporto. “Vogliamo creare un salario equo, soprattutto per chi viene da lontano. Ai miei occhi sono guerriere”, dice Clement. Madre di due figli, Mimi si è anche assicurata che le donne possano usufruire del congedo per maternità.

Nonostante il successo, Clement e Mimi pensano di essere solo all’inizio del loro viaggio. “Alla Teki sogniamo di coinvolgere tutti i non udenti, non solo in Africa ma in tutto il mondo, nella lotta contro la plastica”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.