05 giugno 2020 17:28

A causa di un fenomeno chiamato “immunità crociata”, alcune persone potrebbero essere in parte già protette dal Sars-cov-2 grazie alle difese acquisite combattendo contro altre infezioni. Queste difese si basano su due pilastri: i linfociti B (che producono gli anticorpi) e i linfociti T, tra cui i Cd4 (”helper”) e i Cd8 (”natural killer”). Dopo ogni infezione il corpo “immagazzina” per una durata più o meno lunga una parte di questo arsenale, che sarà riattivato in caso di un nuovo attacco da parte degli stessi agenti infettivi o da un altro che presenta delle somiglianze.

“Il migliore esempio di immunità crociata è il vaccino contro il vaiolo”, spiega Hervé Fleury, professore emerito dell’università di Bordeaux (Umr 5234 del Cnrs). Il vaccino è il vaiolo bovino che, al contrario di quello umano, è una malattia benigna. “Nel settecento un medico inglese, Edward Jenner, ha contaminato volontariamente una persona con il virus bovino. In seguito questa persona ‘vaccinata’ non ha sviluppato la malattia. L’immunità acquisita nei confronti di un virus simile a quello del vaiolo lo ha protetto efficacemente contro la malattia”, racconta il virologo.

In occasione della pandemia d’influenza A(H1N1) del 2009-2010 le persone anziane, al contrario dei giovani, erano meno soggette a una forma grave della malattia. Si ritiene che avessero conservato in memoria una risposta citotossica Cd8 acquisita contro altre famiglie del virus influenzale di tipo H1N1 circolate qualche decennio prima.

Una parte della popolazione potrebbe quindi beneficiare di una certa protezione contro il Sars-cov-2, e in assenza di un vaccino questa protezione potrebbe parzialmente compensare lo scarso livello di immunità presente nella popolazione, anche se è ancora troppo presto per valutarne la portata.

Questa immunità crociata potrebbe avere un ruolo tra le persone con pochi sintomi o asintomatiche, in particolare tra i bambini

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell da un’équipe californiana mostra che il 100 per cento dei pazienti contagiati dal Sars-cov-2 possiede dei Cd4 che reagiscono al virus, ma questa situazione riguarda anche il 50 per cento delle persone che non sono mai state infettate. Per i Cd8 queste percentuali sono rispettivamente del 70 e del 20 per cento.

“Questa immunità crociata potrebbe avere un ruolo tra le persone con pochi sintomi o asintomatiche, in particolare tra i bambini”, sottolinea il virologo Etienne Decroly, direttore di ricerca al Cnrs, che ricorda come “all’inizio dell’epidemia si riteneva che la distanza genetica tra il Sars-cov-2 e gli altri coronavirus fosse troppa per permettere a questa immunità crociata di funzionare”. Da allora la ricerca è andata avanti.

“Varie pubblicazioni hanno mostrato l’esistenza di una protezione crociata dal Sars-cov-2 nelle persone che erano state infettate dal Sars-cov nel 2003. Il fatto è che ci sono stati pochi casi d’infezione durante l’epidemia di Sars (la sindrome respiratoria acuta grave). Niente a che vedere con la pandemia attuale”, sottolinea James Di Santo, direttore del laboratorio d’immunità innata all’Istituto Pasteur. Poche persone quindi beneficerebbero di questa protezione legata alla Sars.

Forme d’immunità
L’immunità umorale è facilmente osservabile mettendo il ceppo virale in contatto con il siero da analizzare e osservando se gli anticorpi che contiene riescono a bloccare la replicazione del virus. “La risposta citotossica dei Cd8 invece è più difficile da misurare. Bisogna stimolare in vitro le cellule e vedere se producono l’interferone gamma”, spiega Fleury. Tuttavia entrambe le risposte sono presenti contro il Sars-cov-2. Un’équipe australiana ha descritto su Nature Medicine il caso di una donna di 47 anni ricoverata in ospedale per il covid-19. Dal settimo giorno dopo la comparsa dei sintomi, la donna ha sviluppato una risposta immunitaria sia con gli anticorpi neutralizzanti sia con i linfociti T-Cd8 citotossici.

In uno studio pubblicato il 18 maggio sul sito della rivista Nature, alcuni ricercatori di un’azienda biotech svizzera e di diverse università hanno analizzato gli anticorpi monoclonali prodotti dai linfociti B di un individuo contagiato dal Sars-cov nel 2003. Uno di essi, chiamato S309, possiede una forte capacità di neutralizzare il Sars-cov-2.

Ancora poco conosciuta, l’immunità cellulare potrebbe essere determinante per combattere il nuovo coronavirus. “Il cedimento di questa linea di difesa favorirebbe la replicazione virale, ne seguirebbe la produzione di un gran numero di anticorpi, ma probabilmente questi anticorpi non sono abbastanza efficaci o non arrivano in tempo nella battaglia”, spiega Decroly.

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Nel frattempo i ricercatori dell’ospedale universitario della Charité a Berlino hanno individuato dei linfociti T Cd4 nell’83 per cento dei 18 malati di covid-19, ma anche in un terzo di un gruppo di 68 donatori di sangue in buona salute e negativi al tampone. In questi ultimi le T Cd4 potrebbero essere il frutto di una memoria acquisita in occasione di raffreddori dovuti a dei coronavirus stagionali. Questo potrebbe anche spiegare il motivo per cui i bambini sviluppano di solito delle forme meno gravi di covid-19. La protezione crociata sarebbe il frutto delle frequenti infezioni dovute a uno dei quattro coronavirus stagionali. In uno studio britannico tre quarti dei bambini di tre anni sarebbero già stati contagiati da due dei coronavirus stagionali, in particolare il Hcov-nl63, che appartiene a una categoria diversa dal Sars-cov-2 ma che usa gli stessi ricettori per infettare le cellule.

“Ci sono poche ricerche sui coronavirus stagionali. Bisogna studiare il tipo di protezione incrociata che potrebbe derivare da questi contagi. In ogni modo la protezione potrebbe non avere un forte impatto perché la risposta immunitaria è spesso proporzionale all’intensità delle manifestazioni cliniche”, osserva Di Santo.

Modificando la circolazione del virus e la popolazione suscettibile di essere contagiata, l’esistenza di un’immunità crociata cambia la dinamica dei modelli usati per “prevedere” l’evoluzione dell’epidemia. In un articolo pubblicato sulla rivista Science, l’epidemiologo Marc Lipsitch esplora diversi scenari facendo variare il livello d’immunità crociata con due altri coronavirus stagionali – Hcov-oc43 e Hcov-hku1 –, la durata dell’immunità contro il Sars-cov-2 e il valore a seconda delle stagioni dell’R0 (il numero medio di persone contagiate da ogni individuo infetto).

Seconda ondata
Quasi senza eccezioni tutti gli scenari prevedono un ritorno dell’epidemia con nuove ondate epidemiche nell’arco di qualche mese o anno. “Anche se l’immunità contro il Sars-cov-2 dura solo due anni, una ridotta (il 30 per cento) immunità crociata moderata contro il Hcov-oc43 e il Hcov-hku1 potrebbe efficacemente impedire la trasmissione del Sars-cov-2 per tre anni prima di un suo ritorno nel 2024”, osservano gli autori dell’articolo. Se invece la protezione prodotta da una prima infezione si dovesse rivelare inferiore a un anno, il Sars-cov-2 potrebbe tornare ogni inverno con piccole ondate epidemiche simili a quelle degli altri coronavirus Hcov-oc43 e Hcov-hku1. Nulla di simile all’epidemia attuale.

Lo stato attuale delle conoscenze scientifiche non permette di privilegiare uno scenario rispetto a un altro: i meccanismi di immunità crociata sono ancora poco noti e la durata dell’immunità acquisita dalle persone contagiate dal Sars-cov-2 potrà essere conosciuta solo tra diversi anni. Si è dovuto aspettare il 2006 per determinare che gli anticorpi presenti nelle persone contagiate dalla Sars del 2003 diminuivano molto dopo due anni.

Inoltre saranno necessari anche degli studi sierologici per stimare con precisione la percentuale di popolazione contaminata dal Sars-cov-2 dopo la prima ondata epidemica, e il numero di persone già immunizzate contro altri coronavirus suscettibili quindi di essere protette. Inoltre, in questi scenari gli epidemiologi non hanno preso in considerazione l’impatto delle misure di distanziamento fisico.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Questo articolo è uscito su Le Monde.