03 maggio 2021 14:31

I campi per sfollati alla periferia di Geneina ricordano scene del passato del Darfur: un labirinto di case bruciate e strade vuote si estende a perdita d’occhio. Le capre che si aggirano tra le macerie sono il principale segno di vita in quest’area un tempo movimentata.

La violenza dilagata nel campo a gennaio, in questa città sudanese di medie dimensioni che è capitale dello stato del Darfur Occidentale, potrebbe essere un assaggio del futuro della zona. E questo accade mentre le forze di mantenimento della pace lasciano il paese e la transizione politica genera problemi in questa regione da tempo in difficoltà.

Rovistando tra i resti della sua casa bruciata nel campo, creato per le persone in fuga dalla guerra all’inizio degli anni duemila, Khamisa Ismail riflette su quanto le cose si siano messe male. “Gli ultimi due anni sono stati i peggiori da quando sono arrivata”, dice a The New Humanitarian una mattina di fine febbraio. Centinaia di persone hanno perso la vita tra il 15 e il 17 gennaio, e gli sfollati sono stati più di 150mila, dopo che le milizie arabe hanno attaccato il campo di Geneina noto come Krinding e abitato perlopiù da persone della comunità masalit.

All’inizio di aprile nuovi scontri e attacchi ai campi della città hanno provocato almeno altre cento vittime e hanno fatto fuggire migliaia di persone, alcune delle quali si sono rifugiate nel vicino Ciad. Le organizzazioni umanitarie hanno sospeso le loro operazioni, e uno stato d’emergenza è stato dichiarato in tutto il Darfur Occidentale.

Le spiegazioni sui motivi della violenza variano. Molti accusano le milizie di aver intensificato gli attacchi, resi più letali dal ritiro, a dicembre, di una missione di mantenimento della pace congiunta di Onu e Unione africana, che era sul campo da tredici anni. Altri accusano la difficile transizione politica in Sudan di aver polarizzato le comunità e alimentato le rimostranze delle élite locali.

Gli abitanti del Darfur avevano sperato che il peggio fosse alle spalle dopo la caduta, nel 2019, del leader di lungo corso Omar al Bashir. Nel 2003 l’ex presidente aveva armato le milizie arabe locali, note come janjaweed, per reprimere una rivolta dei gruppi ribelli del Darfur, in maggioranza non arabi. Centinaia di migliaia di civili sono stati uccisi durante le violenze, che hanno portato poi all’incriminazione di Al Bashir per genocidio.

Ma anche se l’ex leader oggi è dietro le sbarre nella capitale del Sudan, la fiducia nei confronti del governo civile e militare che lo ha sostituito sta rapidamente sfumando, mentre in tutta la regione s’intensificano i conflitti armati, e il numero degli sfollati è arrivato a livelli mai visti da anni, secondo l’Internal displacement monitoring centre (Centro d’osservazione degli sfollati interni).

Le stesse milizie
Le esigenze umanitarie non sono soddisfatte. Il Darfur ospitava in passato una delle operazioni umanitarie più grandi del mondo, ma i finanziamenti per queste iniziative si sono ridotti già da tempo: un fatto che risulta tristemente evidente a Geneina, dove decine di migliaia di abitanti di Krinding vivono oggi in campi improvvisati e sovraffollati sparsi in città. “La giustizia e l’obbligo di rendere conto del proprio operato sono un miraggio”, racconta Khadiga Ishag, che è fuggita da Krinding e vive oggi in un campo fuori da un edificio del governo locale, a Geneina. “Chiediamo solo un’assistenza minima”.

Nonostante le nuove libertà di cui si può godere oggi in Sudan, le stesse milizie che terrorizzavano il Darfur continuano a muoversi liberamente, solo che non ci sono più le forze di pace a contenerle. Particolarmente temute sono le Forze di sostegno rapido (Rsf), una forza governativa formata da reduci janjaweed e recentemente implicata in una serie di violenze, anche a Krinding. “È così dal 2003”, conferma Madina Ali Mohamed, che abita a Krinding e il cui fratello è stato ucciso negli attacchi di novembre. “Le milizie, semplicemente, continuano a ucciderci”.

Anche le visioni contrastanti sulla transizione in Sudan e su cosa significa per il Darfur potrebbero avere contribuito a queste violenze, come emerge da decine di colloqui con funzionari governativi, lavoratori umanitari locali e gruppi della società civile a Geneina. Sentendosi rafforzati dalla transizione, i leader masalit in città hanno intensificato gli appelli per ottenere risarcimenti, giustizia e la restituzione di ampie porzioni di terra che gli erano state sottratte dalle milizie durante i conflitti del passato. Le comunità arabe, alcune delle quali occupano quei terreni, si sono di conseguenza sentite minacciate.

A Geneina le élite sono accusate da molti di fomentare le tensioni tra comunità per sabotare la transizione

L’allontanamento dal potere di élite locali che facevano parte dell’ex partito di governo di Bashir, il Partito del congresso nazionale (Ncp), ha ulteriormente destabilizzato la situazione. A Geneina le élite sono accusate da molti di fomentare le tensioni tra comunità per sabotare la transizione. “La violenza non è tribale, ma politica”, sostiene il governatore del Darfur Occidentale, Mohamed el Doma. “L’Ncp vuole destabilizzare la situazione”.

Dopo aver preso il potere nel 2019, il governo di transizione ha fatto del raggiungimento della pace una delle sue priorità. Un accordo di pace firmato nell’ottobre del 2020 insieme ai ribelli del Darfur e di altre parti del paese dovrebbe contribuire a mantenere la promessa.

Ma molti cittadini del Darfur sono scettici sul fatto che l’accordo avrà un grande peso, soprattutto perché il governo – impantanato in una lotta di potere interna tra la sua componente civile e quella militare – non è stato in grado di garantire davvero la sicurezza sul terreno. Il fallimento è evidente soprattutto a Geneina, dove una serie di scontri mortali tra le comunità arabe e masalit ha lasciato dietro di sé una scia di campi incendiati e villaggi vuoti, che ricorda i giorni peggiori del conflitto del Darfur.

La violenza si è manifestata in varie fasi. Nel dicembre del 2019 una disputa tra gli esponenti dei due gruppi si è conclusa con un attacco su larga scala dei miliziani arabi contro Krinding. Dopo essere fuggiti dal campo, i residenti sono rientrati, per poi essere attaccati di nuovo nel gennaio del 2021. I successivi sforzi di mediazione sono falliti e le posizioni si sono inasprite. I leader arabi hanno chiesto agli sfollati di lasciare Geneina, mentre quelli masalit hanno procurato armi e addestrato i loro giovani a combattere. La terza ondata di violenze, scoppiata all’inizio di aprile, era tristemente inevitabile. “C’è una profonda sfiducia”, dichiara il governatore Doma.

Complici nelle violenze
Secondo molti residenti il ritiro della missione di pace, nota come Unamid, ha aggravato la situazione. Le forze di pace non avevano sempre protetto a dovere i civili, ma in pochi pensano che l’ultima ondata di violenze sarebbe stata così lunga e letale se fossero state presenti. Funzionari locali, ricercatori e operatori umanitari riferiscono che nei tre giorni di combattimenti a gennaio potrebbero essere morte più di quattrocento persone, perlopiù uomini arabi e masalit impegnati negli scontri, che si sono diffusi anche nei campi e nei villaggi vicini, fuori da Geneina.

Nel loro primo vero test dopo il ritiro dell’Unamid, i soldati sudanesi non sono riusciti a intervenire, e più di dieci residenti di Krinding hanno dichiarato a The New Humanitarian che una forza governativa è stata attivamente complice delle violenze: le Rsf. In molti hanno raccontato che gli affiliati del gruppo hanno fornito armi e veicoli ai miliziani arabi, mentre altri li hanno accusati di aver partecipato direttamente ai combattimenti. “Abbiamo visto le Rsf sparare, uccidere e bruciare le nostre case”, dice Ishag, la donna sfollata. Gli abitanti di Krinding raccontano che anche dopo l’attacco gli affiliati del gruppo – il cui leader Mohamed Hamdan Dagalo è oggi una figura di spicco nella transizione del Sudan – hanno continuato a prenderli di mira.

In un campo allestito sul terreno di un’università locale, gli abitanti raccontano che uomini in uniforme delle Rsf gli hanno bloccato l’accesso alle vicine pompe d’acqua e hanno sparato colpi in aria, di notte, per spaventarli. In altri campi la minaccia di violenza sessuale da parte di esponenti del gruppo ha impedito alle donne sfollate di raccogliere legna da ardere fuori dai campi. Alcune famiglie hanno delegato questo compito ai più anziani, considerandoli meno a rischio. “Quando le donne lasciano i campi sono molestate”, conferma Suleiman Abdallah, il leader di un campo. “Le Rsf ci dicono: ‘perché siete ancora qui? Non vi avevamo ucciso?’ ”.

Pressioni e resistenze
Per migliorare la sicurezza nel Darfur, il nuovo accordo di pace prevede il disarmo della miriade di milizie della regione e la creazione di una forza di dodicimila unità in grado di proteggere i civili, in assenza dell’Unamid. Ma le scadenze per la creazione di questa forza armata sono slittate, inoltre le comunità sfollate oppongono resistenza all’idea che siano inclusi gli esponenti delle Rsf, che secondo loro dovrebbero essere disarmate.

“Questo accordo sta rafforzando persone che sono criminali”, sostiene Ishag. Anche se gli sfollati masalit temono il potere delle milizie, e sono consapevoli delle debolezze dell’accordo di pace, i loro leader hanno comunque usato il periodo di transizione per favorire i loro diritti. Gli abitanti di Geneina ritengono che questo abbia generato tensioni con gli esponenti di alcune comunità arabe locali, i quali sentono che l’equilibrio di potere sta evolvendo a loro svantaggio, soprattutto perché l’accordo di pace stabilisce che la terra sia restituita ai suoi occupanti originali. “Questo fa sentire gli arabi minacciati”, dice Ibrahim Musa Hussin Ali, un attivista della società civile di El Geneina. “Si chiederanno dove potranno andare”.

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Se gli sfollati hanno fatto pressione perché le cose cambino, gli esponenti delle comunità arabe, che sono tutt’altro che omogenee, spiegano che la retorica usata spesso li dipinge come se fossero tutti uguali. “Gli arabi sono sempre più stigmatizzati”, dichiara Gido Mohamed Adam, uno studente arabo e attivista di Geneina. “Sono stati accusati di essere Janjaweed e di essere i nuovi colonizzatori. I loro leader si appoggiano su questa retorica per fare campagna e alimentare la mobilitazione”.

Spesso associati al vecchio regime, gli arabi locali, racconta Adam, si sono sentiti emarginati anche da varie istituzioni della rivoluzione, in particolare i comitati di resistenza di quartiere che avevano organizzato le proteste che hanno spodestato Al Bashir. Secondo i funzionari del governo locale, i ricercatori e gli operatori umanitari di Geneina, chi era legato al vecchio apparato di sicurezza e all’ex partito al potere di Al Bashir è pronto a sfruttare le tensioni che stanno emergendo tra le comunità.

Diventato governatore del Darfur Occidentale l’anno scorso, Doma dice di aver rimosso diversi dirigenti locali del Ncp dalle loro posizioni di potere. Il governatore crede che questi dirigenti siano all’origine delle recenti violenze, un’opinione condivisa da molte altre persone. “Quando il regime è crollato, sono diventati politicamente inattivi”, spiega Doma. “E ora progettano di tornare sulla scena politica. E per questo usano le divisioni tribali”.

Parlando dal suo ufficio, che si affaccia su un campo di sfollati, Doma esorta le comunità di Geneina a “riconciliarsi” e a “coesistere”. Ma con poco sostegno da parte del nuovo governo di Khartoum il suo margine d’azione è limitato, ammette: “Finora nessuno ci ha aiutato. Il governo non è ancora pronto”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è apparso su The New Humanitarian.

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