21 novembre 2018 12:35

Il 25 maggio 1978 Yun Bin fu legato e portato in un sito di esecuzione. Lo picchiarono finché non perse i sensi e lo gettarono in un pozzo, insieme ad altre decine di persone. Quando riprese conoscenza, intorno a lui tutti quelli che non erano morti gridavano aiuto. Per farli smettere, i soldati Khmer rossi che li avevano portati lì lanciarono nel pozzo delle granate. Yun Bin è l’unico sopravvissuto di quella giornata e oggi è parte civile nel caso 002/02 presentato alle Camere straordinarie presso i tribunali cambogiani (Cetc), il tribunale speciale istituito a Phnom Penh nel 2003 da un accordo tra Nazioni Unite e governo della Cambogia con l’obiettivo di processare gli ultimi dirigenti dei Khmer rossi.

Il 16 novembre il tribunale ha condannato all’ergastolo i due ultimi dirigenti del regime ancora in vita, per genocidio e crimini contro l’umanità. Si tratta del “fratello numero 2” Nuon Chea, 92 anni, vice e braccio destro di Pol Pot, e di Khieu Samphan, 87 anni, ex capo di stato della Kampuchea Democratica, nome con cui il regime aveva battezzato l’attuale Cambogia.

È la prima volta che il crimine di genocidio viene riconosciuto a proposito delle violazioni di massa dei diritti dell’uomo compiute dai Khmer rossi tra il 1977 e il 1979. I giudici hanno identificato due diversi genocidi: il primo contro la minoranza vietnamita e il secondo contro l’etnia cham, di religione musulmana. A quasi quarant’anni dalla caduta del regime, Nuon Chea e Khieu Samphan sono stati giudicati entrambi responsabili per il primo, mentre solo Nuon Chea è stato ritenuto colpevole del genocidio dei cham. In quest’ultima comunità si stima che persero la vita tra 100mila e 500mila persone.

Questa condanna sancisce che in quegli anni è stato perpetrato un genocidio mentre il mondo guardava da un’altra parte

“È un verdetto storico. Siamo molto soddisfatti”, ha affermato il sostituto procuratore internazionale Vincent de Wilde. “Per le vittime è una decisione molto importante perché riconosce che quello adottato dai Khmer rossi era un sistema intrinsecamente criminale. Un sistema in cui le persone erano private dei loro diritti e della libertà”.

Dal 1948, anno della sua adozione da parte della Convenzione di Ginevra, il crimine di genocidio è stato riconosciuto dai tribunali internazionali solo nei casi dello sterminio dei tutsi in Ruanda nel 1994 e dei bosniaci a Srebrenica nel 1995. Secondo il vicedirettore della sezione Asia di Human rights watch, Phil Robertson, “questa condanna sancisce definitivamente che in quegli anni è stato perpetrato un genocidio mentre il mondo guardava da un’altra parte. Si tratta di un evento fondamentale per la giustizia internazionale”.

I due ex Khmer rossi sono stati riconosciuti colpevoli anche di reati di sterminio, schiavitù, deportazione, reclusione, tortura, persecuzione per motivi politici, religiosi o razziali, sequestri e stupri di massa (per via della politica dei matrimoni forzati). L’università di Yale stima che tra il 1975 e il 1979, nell’efferato tentativo di imporre con la forza un modello di società contadina socialista, il regime di Pol Pot abbia provocato la morte di oltre 1,7 milioni di cambogiani, cioè di più del 20 per cento della popolazione del paese. Pol Pot, alias “fratello numero uno”, è morto nel 1998 senza mai finire davanti a un tribunale.

Il tribunale ha anche stilato un elenco delle forme di tortura e di esecuzione utilizzate nel genocidio: soffocamento con sacchetti di plastica, asportazione delle unghie delle mani e dei piedi, scosse elettriche, colpi di bastone sulla nuca, annegamento (per i musulmani) e altri metodi. Mentre veniva letta la sentenza, gli occhi nascosti dietro spessi occhiali neri, Nuon Chea ha chiesto di essere riportato nella sua cella perché non si sentiva bene. Ci sono voluti 283 giorni di udienza per arrivare a questo verdetto, 114 testimoni e 63 parti civili ascoltati in prima istanza. La difesa ha già annunciato che ricorrerà in appello.

Cambogiani in fila per entrare nel tribunale durante l’udienza contro gli ex leader dei Khmer rossi Nuon Chea e Khieu Samphan. Phnom Penh, 16 novembre 2018. (Mak Remissa, Epa/Ansa)

Questa non è la prima sentenza emessa dalle Camere straordinarie presso i tribunali cambogiani. Il primo a presentarsi alla sbarra è stato Kaing Kek lew, soprannominato Deuch, imputato del caso 001. È stato condannato all’ergastolo nel febbraio 2012 in quanto dirigente del campo di tortura e di detenzione S-21, dove hanno trovato la morte più di 14mila persone. Gli stessi Nuon Chea e Khieu Samphan, del resto, avevano già ricevuto una condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità nel 2014.

Tuttavia, questo potrebbe essere l’ultimo processo celebrato dalle Cetc, nonostante siano ancora aperti i casi 003 e 004 contro altri quattro dirigenti Khmer rossi accusati di essere responsabili di centinaia di migliaia di morti. Le indagini, infatti, subiscono continuamente ritardi a causa dell’atteggiamento dilatorio di alcuni magistrati, indice di una mancanza di volontà da parte delle autorità cambogiane di portare davanti alla giustizia i quadri intermedi del regime.

Inoltre, le Camere straordinarie sono state vivamente criticate per la mancanza di indipendenza dei magistrati cambogiani che ne fanno parte e per la loro corruzione. Il tribunale infatti è composto da magistrati internazionali e cambogiani, condizione imposta dall’ex primo ministro cambogiano Hun Sen in occasione della stipula del primo accordo con le Nazioni Unite nel 1999.

Hun Sen stesso ha fatto parte dei Khmer rossi: nel 1977, mentre era a capo di un reggimento nell’est del paese, disertò e si rifugiò in Vietnam per sfuggire alle purghe del regime. Tornò in Cambogia nel 1979, dopo la conquista di Phnom Penh da parte dell’esercito vietnamita, e diventò uno dei dirigenti del nuovo regime messo in piedi da Hanoi. La nomina a primo ministro arriva nel 1985, e da allora non ha più abbandonato questa carica. Un rapporto di Human rights watch pubblicato lo scorso giugno denuncia Hun Sen per essersi circondato di ex quadri Khmer rossi sospettati di gravi violazioni dei diritti umani, con l’obiettivo di consolidare il suo controllo politico sul paese.

Nel 2015 il primo ministro ha dichiarato che aprire nuovi procedimenti penali avrebbe rischiato di scatenare una guerra civile. “Il tribunale sta espandendo le sue competenze e c’è il rischio che la gente torni a fuggire nella foresta”, ha dichiarato.
Per il sostituto procuratore Vincent de Wilde “queste decisioni non dovrebbero essere influenzate da considerazioni di carattere economico o politico. Speriamo quindi che l’indipendenza e l’imparzialità richieste ai giudici porteranno allo svolgimento di ulteriori processi nei prossimi mesi. Le prove raccolte lo permettono e le vittime lo meritano”.

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Anche se non mancano accuse di eccessiva lentezza e costi ingenti (oltre 300 milioni di dollari spesi finora), gli osservatori concordano sul fatto che il tribunale ha almeno permesso alle vittime dei Khmer rossi di guardare in faccia gli ex responsabili del regime. Dalla sua creazione a oggi, hanno assistito alle udienze del tribunale più di 350mila persone. Senza parlare del fatto che le sue inchieste sono una fonte inestimabile di informazioni per gli storici.

Per Youk Chhang, anche lui sopravvissuto al regime e oggi direttore del Centro cambogiano di documentazione, un istituto di ricerca sui crimini dei Khmer rossi, il verdetto del caso 002/02 è servito a “riaffermare l’umanità delle vittime e dei sopravvissuti”. Ma alcuni restano scettici sull’utilità di sentenze come questa, come Noan Sereiboth, giovane blogger politico cambogiano, che ha scritto: “Che venga fatta ufficialmente giustizia o meno, le vittime di quel periodo e le giovani generazioni conoscono già la verità sul regime dei Khmer rossi, almeno a grandi linee”.

(Traduzione Andrea De Ritis)

Questo articolo è stato pubblicato dal sito Mediapart.