06 marzo 2020 10:00

Il nuovo coronavirus è qualcosa di più di un’epidemia mortale. È anche una tela su cui sono proiettati i timori e i pregiudizi più profondi. Ma è in questi momenti di diffusione del panico e della paranoia, alimentati dalle immagini distopiche di città deserte e navi da crociera in quarantena, che è importante capire qual è la ricaduta emotiva ma anche quali sono le conseguenze sull’economia politica.

Davanti alla paura del coronavirus è utile riflettere sul romanzo di Thomas Mann Morte a Venezia, scritto nel 1912, in cui una misteriosa malattia (che poi si scoprirà essere il colera) si diffonde in quel “paradiso” dei turisti. Alla base del romanzo c’è la paura orientalista della contaminazione proveniente dall’est : “l’orrore della diversità” di cui parla il protagonista Ashenbach quando scopre che la malattia è arrivata dall’India e prima di raggiungere il Mediterraneo e Venezia si è diffusa in tutta l’Asia. Nel quattrocento la città lagunare fu una delle prime a introdurre un sistema di quarantena marittima. In Italia la quarantena ha una lunga storia: usata per la prima volta a Modena nel 1374 per tenere fuori dalla città persone potenzialmente infette, fu poi usata per impedire l’ingresso nelle città di stranieri, minoranze, ebrei e arabi. Diventò un mezzo per segregare alcune persone. Nel 1836 Napoli impedì con la quarantena la circolazione di prostitute e mendicanti, considerati portatori del contagio. Con il nuovo coronavirus sono i cinesi a portare il peso del sospetto xenofobo.

Un virus non è solo un agente biologico che si riproduce nelle cellule vive di un organismo, ma è anche parte di un’ideologia che considera “l’altro” come una malattia. Il 30 gennaio, dopo i primi casi di coronavirus identificati in Italia, il leader della Lega Matteo Salvini, ha twittato: “E poi eravamo noi a essere speculatori e catastrofisti. Frontiere aperte, incapaci al governo”.

E non sono solo i nazionalisti a usare il coronavirus per “dimostrare” che hanno ragione sulla chiusura dei confini. “Anche i mezzi d’informazione progressisti hanno trattato il virus come se fosse intrinsecamente cinese. Il 1 febbraio il settimanale tedesco Der Spiegel in copertina aveva la foto di una persona in tuta protettiva, maschera antigas e con un iPhone in mano. Il titolo era “Made in China”. Lo stesso giorno il titolo della copertina dell’Economist era: “Quanto diventerà grave?”, e c’era l’immagine della Terra coperta da una mascherina fatta con la bandiera cinese.

Il razzismo della purificazione
Nel 1978 Susan Sontag nel suo libro Malattia come metafora condannava il linguaggio che attribuisce la colpa alle vittime spesso usato per descrivere alcune malattie. A distanza di quarant’anni, si parla ancora di malattie in modo semplicistico e gli si attribuisce un valore simbolico: il nuovo coronavirus è usato come metafora per esprimere ogni genere di paure, compresa, come dimostrano lo Spiegel e l’Economist, la paura della posizione dominante della Cina nell’economia globale. Le copertine dei due settimanali rappresentano il pericolo economico che il virus costituisce per il capitalismo, cioè per la produzione di merci, dagli iPhone alle auto Tesla.

Il coronavirus influisce in modo significativo sull’economia, soprattutto sul turismo e sulla produzione. Ma non determinerà il crollo del neoliberismo – l’ideologia dominante degli ultimi quarant’anni – il cui principio consiste nel proteggere l’economia di mercato dalle forze democratiche. Come sostiene il filosofo Michel Foucault in due conferenze tenute al Collège de France negli anni settanta, il neo-liberismo opera attraverso una nuova forma di governo che si preoccupa del “controllo biopolitico delle popolazioni”. Questo obiettivo, che si raggiunge con “tecnologie di controllo”, come l’assistenza sanitaria e le punizioni, può portare a quello che Foucault definiva il “razzismo di stato” e al razzismo della “purificazione permanente”. L’idea è stata ripresa dallo storico canadese Quinn Slobodian, autore di Globalists. Nel 2018 Slobodian ha sostenuto sul New York Times che l’estrema destra vuole introdurre una “globalizzazione modificata” basata sull’ostilità verso l’immigrazione, in cui “la circolazione delle merci e del denaro sarà libera, ma non quella delle persone”.

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Il coronavirus non è una minaccia per l’economia neoliberista, ma anzi crea l’ambiente perfetto per quell’ideologia. Ma dal punto di vista politico il virus è un pericolo, perché una crisi sanitaria potrebbe favorire l’obiettivo etnonazionalista delle frontiere rafforzate e dell’esclusività razziale e quello di interrompere la libera circolazione delle persone (soprattutto se arrivano da paesi in via di sviluppo) assicurando però una circolazione incontrollata di merci e capitali.

Il timore di una pandemia è più pericoloso del virus stesso. Le immagini apocalittiche dei mezzi d’informazione nascondono un legame profondo tra l’estrema destra e l’economia capitalista. Come un virus ha bisogno di una cellula viva per riprodursi, anche il capitalismo si adatterà alla nuova biopolitica del ventunesimo secolo.

Il nuovo coronavirus ha già influito sull’economia globale, ma non fermerà la circolazione e l’accumulazione di capitale. Semmai, presto nascerà una forma più pericolosa di capitalismo, che farà affidamento su un maggior controllo e una maggiore purificazione delle popolazioni.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati