Venerdì 28 ottobre su Internazionale esce il primo episodio della nuova serie Marvel-Panini Comics Pantera Nera che sarà in libreria dal 3 novembre 2016. Con la sceneggiatura dello scrittore afroamericano Ta-Nehisi Coates che qui racconta com’è nato il progetto.

L’anno scorso mi hanno proposto di sceneggiare una serie da undici numeri su Pantera Nera, un personaggio dei fumetti pubblicato dalla Marvel. Pantera Nera, che esordì nel 1966 in un albo dei Fantastici Quattro e fu il primo supereroe nero del fumetto popolare statunitense, è l’alter ego di T’Challa, sovrano di Wakanda, un paese africano immaginario tecnologicamente avanzato.

Di giorno T’Challa cerca di risolvere i conflitti interni della sua nazione, di notte combatte contro il Dottor Destino. Il tentativo di far coesistere queste due identità – monarca e supereroe – ha stimolato l’immaginazione di autori come Jack Kirby, Christopher Priest e Reginald Hudlin. Ma quando mi hanno telefonato per propormi questo progetto, più che ai conflitti interiori del personaggio ho pensato alla realizzazione di un sogno che ho da quando avevo nove anni.

Ho passato alcune delle giornate più belle della mia vita a leggere e a sviscerare gli albi degli X-Men e dell’Uomo Ragno. Per un bambino come me, cresciuto nella Baltimora nera degli anni ottanta, le storie a fumetti erano una via di fuga, una realtà alternativa dove spesso chi era debole e deriso poteva trasformare i suoi limiti in un fantastico potere.

Questa tavola fa parte del primo episodio della nuova serie Marvel-Panini Comics “Pantera Nera”. In edicola venerdì 28 ottobre su Internazionale, in libreria dal 3 novembre.

Come il fragile Steve Rogers che diventa Capitan America, il nerd Bruce Banner che si arrabbia e si trasforma in Hulk o l’occhialuto Peter Parker che grazie al morso di un ragno si trasforma in qualcosa di molto più grande. Ma i fumetti non offrivano solo una via di fuga. I fumetti sono stati, insieme all’hip-hop e al gioco di ruolo Dungeons & Dragons, una delle prime cose che mi hanno influenzato.

Tutti i miei fumetti preferiti sfruttavano due forze apparentemente in contrasto: la grandiosità dell’immaginazione e un’inesorabile efficacia. I fumetti sono assurdi. Nei Vendicatori puoi trovare un eroe preso dalla mitologia scandinava (Thor), un’incarnazione mostruosa dell’incubo nucleare (Hulk) e un’allegoria della condizione delle minoranze nella società umana (Bestia).

Ma l’assurdità dei fumetti è resa possibile da un approccio rigoroso alla costruzione linguistica. Anche quando il linguaggio è roboante, lo spazio rimane prezioso. Ogni parola deve avere un peso. Su questa visione della letteratura in termini di grande e piccolo, di ciò che è assurdo e surreale unito a ciò che è concreto e tangibile, si basa buona parte del mio approccio alla scrittura. Nei miei articoli sull’Atlantic cerco di basare le mie tesi non solo sulle informazioni ma anche su un’attenta cura della struttura della frase. Mi sforzo al massimo per fare in modo che ogni parola che scrivo conti.

Sono gli stessi princìpi che osservavo da lettore di fumetti. Ma una volta svanite le fantasie e i sogni a occhi aperti, quando si è trattato davvero di scrivere i testi per Pantera Nera, quei princìpi si sono rivelati meno fondamentali del previsto. Un vecchio adagio dell’arte e del giornalismo afferma che, invece di dire, bisogna mostrare. Nel fumetto è ancora più vero. Bisogna pensare continuamente in termini visivi. Spiegazioni e antefatti esistono, ma le esigenze della narrazione a fumetti impongono di inserirle nelle pieghe dell’azione. Scrivendo per l’Atlantic potrei dire:

Daniel Patrick Moynihan, ambasciatore, senatore, sociologo e intellettuale itinerante, veniva da una famiglia divisa. Nato nel 1927 a Tulsa, in Oklahoma, è cresciuto a New York. Quando aveva dieci anni, suo padre John se ne andò abbandonando la famiglia alla povertà. La madre di Moynihan lavorava come infermiera.

Ma in un fumetto devo andare al dunque e decidere che aspetto avrà ogni passaggio. Sarà una sequenza di scene narrate, con disegni in cui si vedrà un bambino che nasce, un padre che esce di casa, un’infermiera che lascia i bambini per andare a lavorare? No, forse è meglio drammatizzare, magari con un Moynihan bambino che saluta la madre mentre lei esce di casa per andare al lavoro, poi va nella sua stanza a guardare malinconico una foto di suo padre.

Di solito un autore inserisce nella sceneggiatura delle indicazioni sull’aspetto che devono avere le pagine. Per farlo deve concentrarsi intensamente su quello che un personaggio sta effettivamente facendo, più che sulle sue parole. È meno facile di quanto sembri, e spesso mi sono ritrovato a evocare con i gesti quello che doveva succedere in una certa tavola: “T’Challa ha un’aria preoccupata” o “Ramonda si alza per controbattere”. Per fortuna lavoravo con Brian Stelfreeze, un artista straordinario e molto esperto.

In un fumetto la narrazione è frutto del connubio tra autore e disegnatore. Nell’illustrare la storia, Brian non si limita a eseguire le mie indicazioni: le modifica e le rimescola. Io decido l’arco narrativo della storia e le parole da usare per esprimerlo, ma l’ultima parola su come illustrare spetta a Brian. E la nostra collaborazione non finisce qui. I bozzetti di Brian per Pantera Nera hanno finito per influenzare la trama.

Nonostante le differenze di stile e di modalità narrativa, alla fine il mio approccio al fumetto si discosta poco da quello al giornalismo. In entrambi i casi cerco di rispondere a una domanda: una società può prendere le distanze, in modo convincente, dalla violenza che ha reso possibile la sua stessa esistenza? Nel caso di Pantera Nera la domanda è più semplice: può un uomo perbene fare il re, e una società avanzata tollerare una monarchia? In entrambi i casi è fondamentale il lavoro di ricerca. Il mio Pantera Nera attinge alla lunga storia del personaggio, ma anche a quella della realtà storica: l’Africa precoloniale, le rivolte contadine del tardo medioevo, la guerra di secessione americana, la primavera araba e la nascita del gruppo Stato islamico.

E anche questo, per il bambino di nove anni che c’è in me, è un sogno che si realizza. Quando da piccolo leggevo le storie dell’Uomo Ragno, non mi limitavo ad assimilare l’ultima impresa del protagonista, ma mi interrogavo seriamente sulla frase “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Gli X-Men non erano solo una fichissima banda di ribelli. La serie si interrogava sul ruolo delle minoranze nella società, sulla forza interiore e le persecuzioni esterne che accompagnano la loro condizione. E lo stesso vale, spero, per Pantera Nera. Sono le domande a motivare l’azione. Le domande, in definitiva, sono più necessarie delle risposte.

(Traduzione di Matteo Colombo)

La tavola pubblicata in questa pagina fa parte del primo episodio della nuova serie Marvel-Panini Comics “Pantera Nera” che sarà in libreria dal 3 novembre 2016. Storia: Ta-Nehisi Coates. Disegni: Brian Stelfreeze. Colori: Laura Martin. Lettering: Claudia Sartoretti. Traduzione: Fabio Gamberini. Adattamento: Marco Rizzo. Supervisione: Chris Robinson, Wil Moss & Tom Brevoort. Direzione Stati Uniti: Axel Alonso, Joe Quesada, Dan Buckley, Alan Fine. “Pantera Nera” è stato creato da Stan Lee & Jack Kirby.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su The Atlantic. È uscito anche su Internazionale il 28 ottobre 2016 a pagina 56 con il titolo “Il mio supereroe”. Compra questo numero | Abbonati

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