Una manifestazione del movimento “toccare le bambine è un reato” (#tocarninassiesdelito) a San Salvador, El Salvador, 11 novembre 2019. (Jose Cabezas, Reuters/Contrasto)

In Salvador la violenza sulle bambine non può più restare impunita

Una manifestazione del movimento “toccare le bambine è un reato” (#tocarninassiesdelito) a San Salvador, El Salvador, 11 novembre 2019. (Jose Cabezas, Reuters/Contrasto)
21 novembre 2019 09:53

Negli ultimi anni El Salvador è stato un paese soddisfatto. E non perché tutto vada bene. Al contrario: soddisfatto perché, quando tutto va male, nella sconfitta resta poco da fare. Dopo la guerra civile ha vinto più volte il triste titolo di paese con più omicidi del continente.

È un paese di appena 6,5 milioni di abitanti il quale permette che, in media, ogni mese due donne muoiano per mano del loro partner e che ignora le statistiche che parlano di 12 denunce per delitti sessuali al giorno. Però, nelle ultime settimane, questo paese soddisfatto e sconfitto dalla violenza non ha accettato una cosa: non ha accettato che un tribunale stabilisse che toccare la vagina di una bambina di dieci anni, da sopra i vestiti, non fosse un crimine.

Per quanti di noi sono nati dopo gli accordi di pace del 1992, la protesta in piazza non è mai stata davvero una strada per mostrare la propria insoddisfazione di cittadini. Almeno non da un punto di vista generazionale. Siamo cresciuti con madri che facevano la lista dei morti e ricordavano il rumore delle pallottole negli anni ottanta, quando migliaia di salvadoregni sono scesi in piazza per protestare contro la repressione statale.

La paura sussurrata
Senza che i traumi della guerra fossero stati risolti, quanti di noi sono nati dopo la guerra e nei quartieri operai hanno imparato a tacere per altre cose. A insegnarci il silenzio, negli ultimi decenni, sono state le gang. Gli ordini sono scritti nei vicoli e nelle strade di un infinito numero di comunità che queste controllano: “Ver, oir y callar” (Vedere, ascoltare, tacere) è sempre stato il presupposto.

E in generale il compito è stato portato a termine. Quando le famiglie salvadoregne parlano delle gang, non le chiamano così. Si parla dei “muchachos” (i ragazzi). Quando qualcuno, all’interno di una comunità, si azzarda a raccontare l’ultima estorsione o l’ultima violenza fisica inflitta dai “ragazzi”, lo dice a bassa voce, sussurrando. La paura trasforma le proteste in mormorii e silenzi. Nel Salvador una marcia contro gli omicidi commessi dalle gang Mara Salvatrucha o Barrio 18 sarebbe impensabile. La gente ha imparato che dare voce al malcontento può costare la vita.

Il paese centroamericano, che normalmente accetta la violenza nelle sue espressioni più estreme, ha detto basta

La settimana scorsa il silenzio generalizzato nei confronti della violenza ha cominciato a cedere. Perché il muro di silenzio relativo agli abusi sessuali è stato scalfito. Nei tribunali salvadoregni solo una denuncia su dieci per abusi sui minori porta a una condanna. Il 90 per cento delle denunce si conclude con l’impunità. Però lo scorso 4 novembre, centinaia di persone sono scese in piazza con una parola d’ordine: “Toccare una bambina è un crimine”.

Questa massa di persone arrabbiate ha cominciato a scendere in piazza a febbraio, dopo che Eduardo Jaime Escalante, un magistrato, era arrivato con la sua auto in un quartiere operaio e, secondo le accuse del procuratore, aveva toccato la vagina di una bambina di dieci anni che giocava con un suo coetaneo.

L’uomo era fuggito a piedi quando alcuni familiari della bambina lo avevano sorpreso, lasciando però la sua auto sul posto. Così sono riusciti a identificarlo. L’uomo è stato accusato di aggressione sessuale contro minore, un delitto passibile di una pena tra otto e 12 anni di carcere. Ma la commissione che si occupa del caso, composta da due magistrati, ha concluso la settimana scorsa che la condotta di cui è accusato il loro collega è, al massimo, un’infrazione punibile con una multa compresa tra dieci e trenta giorni di salario.

Il verdetto è caduto come acqua bollente su persone abituate a disinteressarsi dei problemi altrui. Scottandole. E il paese centroamericano, che normalmente accetta la violenza nelle sue espressioni più estreme, ha detto basta.

Una donna che possiede una flotta di 25 taxi ha invitato tutti i suoi autisti a scrivere “Toccare una bambina è un crimine” sui parabrezza di tutti i veicoli. Cartelli con la stessa frase sono circolati in città e il presidente della repubblica ha fatto sua questa causa pubblicando dei tweet sull’argomento. Il movimento femminista si è assicurato che il caso non fosse sfruttato dai politici per i loro interessi. In una società che per decenni ha taciuto comincia una mobilitazione in difesa delle bambine e delle donne.

Non dimenticare
Nel 1999, quando Katya Miranda, una bambina di nove anni, fu violentata e assassinata in una fattoria di famiglia, non ci fu una protesta che dicesse agli aggressori: siamo qui e vi controlliamo.

Il suo caso si trasformò in un simbolo dell’impunità con la quale in Salvador si palpeggiano, si violentano e si uccidono le bambine. Nel 2013, quando Ana Elizabeth Chicas, una giovane di 18 anni, fu assassinata dal suo ex partner, non ci fu nessuno che si mobilitò per difenderla, neppure nelle strade del suo polveroso villaggio nel dipartimento di Usulután, nell’est del paese. Nel 2016, quando Karen e Andrea, di 12 e 14 anni, sono scomparse a Cojutepeque, non c’è stata alcuna mobilitazione per ritrovarle. Al di fuori delle organizzazioni e dei movimenti femministi, la violenza contro le donne si è ridotta, nel migliore dei casi, a qualche hashtag sui social network.

Il triangolo settentrionale dell’America Centrale è una regione troppo abituata alla violenza. Lo strumento per eccellenza con cui misuriamo il fallimento, o il successo, delle politiche pubbliche che la combattono è stata la riduzione del numero dei morti ogni giorno. Quando si parla di violenza si pensa alle gang, agli scontri con la polizia, ai cimiteri clandestini. Pensiamo poco alle bambine e alle donne violentate, molestate e umiliate.

La commissione che si occupa del caso del magistrato Escalante, per esempio, secondo il verdetto non ritiene che prendere una bambina di dieci anni per le spalle e poi abbassare la mano fino ai suoi genitali sia di per sé un atto violento. Non ci sono state pallottole, urla, sangue o spari. Solo una bambina sconvolta. Oppure, poiché il fatto è avvenuto rapidamente e al di sopra dei vestiti, i magistrati hanno concluso che esso costituisse un “contatto impudico”. Ai sensi della legge, questo tipo di contatto avviene quando qualcuno approfitta della “distrazione” di una vittima che transita in un qualche luogo pubblico per toccarla. Sembra che il messaggio sia che sono le bambine a non doversi distrarre, a restare all’erta casomai apparisse un uomo in giacca e cravatta che tocchi la loro vagina.

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Le proteste di questa settimana sono una piccola conquista per un paese tollerante nei confronti delle intimidazioni, delle aggressioni e delle violenza. Solo nel 2018 la polizia ha ricevuto 4.304 denunce di violenza sessuale, e tutti sono d’accordo sul fatto che una tale cifra sia un’approssimazione per difetto rispetto alla realtà. Anche se la recente manifestazione spalanca la porta a un movimento sociale che reclama giustizia per le donne, è una risposta che arriva tardi.

Nessuna marcia permetterà alla bambina di dieci anni di poter nuovamente uscire a giocare senza paura, nessuna protesta ridarà la vita a Katya Miranda, ad Ana Elizabeth né a Karen e Andrea. Però è stato confortante vedere che per un momento questa società, che puzza di marcio per i tanti cadaveri che nasconde, abbia dato l’impressione di avere ancora senso della giustizia.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano salvadoregno El Faro.

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